Invidia
Da sempre il primo:
la sorte luminosa sul suo volto.
Quando lottai per anni, inutilmente,
fu lui ad avere il premio.
Corremmo. Io coi piedi sanguinanti,
lui col trofeo.
Ad onta del successo
amato era da tutti,
il mio pallido raggio di fortuna
solo attirava sprezzo.
Se sbagliavamo, pietà c’era per lui,
per me solo vergogna.
Costruita nell’ombra la mia casa,
la sua lambiva il sole.
Invano sperai, ma quando lui chiedeva
subito otteneva.
Scommisi un tempo tutto quanto il mio,
e lui lo vinse ancora.
E nel vederlo adesso,
beato nella bara,
composto e lieto, Dio m’aiuti!
Mentre riposa in pace
continua la mia condanna alla vita:
persino la Morte gli è stata amica.
Non ha bisogno di commenti questo riconoscimento della propria debolezza. Ma ci interroga sul rapporto con i nostri limiti: siamo disposti a vederli bene in faccia?


“ beato nella bara”
Considerare beato un defunto!
Non vedo soluzione per questa esistenza tormentata.
L’invidia ha due possibili esiti: un rodimento che avviluppa l’anima in una spirale mortifera, senza via d’uscita, o un radicale atto di umiltà, che spalanca la porta all’amore autentico, privo di vantaggi personali.