Nino Iacovella, “La parte arida della pianura”

Dall’inedito di Nino Iacovella “La parte arida della pianura”

LANDE

Ad occhi aperti dinanzi alla pianura
carezzi la sua lingua sconosciuta

Questa è una terra che ci segna:
il dito punta all’orizzonte che sfuma

La linea è continua, anche quando inciampa
sulla soglia del dirupo

***

L’uomo trattenne il sapore delle parole,
il gesto del braccio che sparge i semi
in una terra bianca

Arenato nel fondale calmo della pianura
chiara è la sua ombra poggiata sulla nebbia,
come un passo sulla neve morbida
restituisce al silenzio un suono

***

Con il corpo piegato dalla fatica
l’uomo pensava a quel miracolo
di terra scavata tra la nebbia
e il rumore puro dell’acqua

Seduto sulla pietra del riposo,
con una enorme macchina agricola
dalla pelle squamata che taceva
il proprio canto sgraziato

Come bestie fiaccate dal tempo,
l’uomo e la macchina sarebbero presto risorti
dal frastuono di un ricordo
e richiuso la porta del vuoto attorno ai campi

***

Guardiamo il cielo aprirsi sul nostro tremore,
la nudità del paesaggio che chiama in rassegna
uccelli disorientati in uno spazio vuoto

Nel freddo siamo la carne che rimpolpa
le mascelle della terra

L’acqua del fiume in cerca della foce
scivola nell’ordine della natura,
l’unica direzione che la pianura sa dare

***

Rimase a osservare la quiete,
il bicchiere di vino in tavola
come un punto dove tracciare
la linea curva dei ricordi

La finestra aperta al tempo
era un contorno disperso
nella sconfinata distesa dei campi

Nell’aratura scavava il giorno
che non voleva morire,
anche se la terra nel profondo
era già toccata nella carne viva,
con il freddo che a breve
avrebbe riportato il buio a casa

***

Siamo ai lati del viaggio, luci sfocate,
la pioggia che ha seminato il diluvio
sugli argini della strada

Lo sguardo raccoglie gli alberi sporadici,
le abitazioni sperdute,
l’acqua rimasta a sfamare i campi

Tra le radici di materia e memoria
siamo il dettaglio
che infrange la natura morta,
fuori da questo dipinto

***

Le luci di due auto si toccano all’alba
per poi spegnersi
tra le incrinature del buio
in un vuoto d’aria

Nell’attimo, dentro l’abitacolo
tutto accade come se la scena
non fosse dinanzi agli occhi,
non ci fosse mai stata,
un sogno che nemmeno si ricorda
essere un sogno

***

Il vento spinge lontano le parole
di voci che chiamano in solitudine
i nomi dimenticati

Qualcuno si è perso lungo il fiume,
ma nel tempo s’impara che tutto torna
dalla porta di una preghiera

Domani l’alba sfiorerà gli insonni
baciando ancora sulla bocca un respiro

Sarà come farli riemergere da un sogno,
vederli nuotare sul limite che li tiene a galla,
come fosse la linea di superficie dell’acqua
come fosse l’orizzonte di questa pianura

2 pensieri su “Nino Iacovella, “La parte arida della pianura”

  1. Massimiliano Damaggio

    E’ una fortuna trovare, fra tonnellate di parole buttate (e scritte) a caso fra i pixel, qualcosa che si può, infine, chiamare “poesia”. Qui, a tratti, nonostante i termini “materiali”, di “terra” e “acqua”, di “cose”, Iacovella sfiora e spesso raggiunge un’astrazione che strania per il fatto che parte da un dato reale (dalla cosa) e si “scioglie” in un paesaggio di nebbia e fumo, sì, ma linguistici. Nel percorso di una “ricerca” linguistica esistono, a volte, casi unici come questo, frutto di una scrittura che, nel suo vero senso etimologico, imprime (e si imprime) in chi legge grazie all’assenza, pur presente, della cosa reale. Dove per “reale” intendo “cosa”, dal latino “res”. Qui è reale l’inesattezza, lo sfumare, il labile contorno degli oggetti e dei soggetti. E dei soggetti/oggetti di un panorama che è in fase di costruzione, che si sta piano piano, faticosamente, costruendo da sé. Una piccola cosmogonia di vapori e condense, di aria e pesantezza dell’atomo. Una grandissima poesia. O, forse, una scrittura che, come poche, pochissime, meriti l’appellativo di “poesia”.

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  2. Nino

    La parte arida della pianura, di cui qui leggete la sezione “Lande”, è un’opera lunga di ricerca ancora in corso. Ho cercato di contemperare in questi anni (circa otto) le mie ambizioni tematiche e formali a un serio e umile ricorso ai tempi lunghi di maturazione della voce. Penso che siano principalmente queste le caratteristiche che contradistinguono il mio percorso: non scriversi addosso ma scrivere ciò che è veramente necessario al massimo della propria capacità.

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