Poesia italiana del XXI secolo

Nazim Comunale è nato a Guastalla (Reggio Emilia) nel 1975. Insegnante di lettere, giornalista musicale e musicista. Sue poesie sono apparse sulle riviste Dea Cagna, Versante Ripido, e on line su Interno Poesia, Diario di passo, Ipoet, e Poetarum Silva. E’ stato tradotto in Venezuela e negli Usa. Ha pubblicato Aguaplano (autoproduzione, 2015), Lei Oceano, Terra d’Ulivi, Lecce, 2017, e Chiamala febbre, Edizioni San Lorenzo, Reggio Emilia, 2020, ed è presente nella collettive Non ancora silenzio,  NMZ edizioni, Ravenna, 2019, ed in Emilia Romagna,  Bertoni Editore, Perugia, 2020. Ha collaborato e collabora con i musicisti Francesco Massaro, Elio Martusciello e Cristian Maddalena e con il pittore Peter Bartlett. Menzione speciale nel 2019 al premio Raffaele Crovi e vincitore del Premio Pietro Carrera 2021 con la silloge inedita Tu, ira, che uscirà in autunno per i tipi de Il Convivio Editore di Castiglione di Sicilia (CT).

1.

Voglio l’indirizzo di Dio

il numero civico della morte

il monolocale arredato male dall’orfano dell’Epos

le sedie sfondate dalle bestemmie, dall’attesa

il nitore metafisico di un western americano:

la polvere esatta

un bicchiere scheggiato

e quel poco di acqua

che non basterà alla nostra sete.

 

Ho visto Ulisse all’Eurospin

sulla via Emilia

come una puttana da manuale

gonfio e vestito di stracci.

Cercava la sua Itaca

nell’Oceano Ipermercato

dei Grigi Sabati Occidentali

mentre la sua faccia scoloriva

nella pozzanghera

mentre l’anima affogava

nella vertigine e nei manuali in forma di nuvola.

 

Lontano come una bambola chimica

come una metafora usata

come un granchio

l’amore fuggiva ancora in un buco nella sabbia

figlio settimino della resa

avido di marea, di retorica

e i cretini saranno sempre pallidi

nelle loro assemblee

con la foga miope dei pollici

la volgarità di donne opache, eventuali.

 

Altre parole magre e superflue

nella noia fitta dei calendari

ed altri altari consacrati alla rabbia:

autobiografia di una nazione.

 

Voglio l’indirizzo di Dio

per domandare sabbia e vendetta

contro la ferocia dell’idiozia

contro la melassa ipocrita

voglio un diluvio definitivo

su queste intenzioni apocrife

sul mondo che abitammo

e sulla grammatica allagata

dalla nostra mancanza d’immaginazione.

*

2.

Aria di rivoluzione, un’ultima canzone

poiché a grandi cose fatti non fummo, Maestro

e i violini in rima baciata suoneranno ancora e altrove.

Ti sei mai chiesto quale funzione hai?

Imparammo la pronuncia del tuo cielo

ma al primo piano dell’eternità non piove

e anneghiamo in una ridda di domande

tra la nuca labirinto

e il magistero di un basso continuo

per l’estasi dei santi, l’estro, il portento

mentre l’epoca livida e sciocca declina e dilaga

dove non servono palindromi

né bastano prologomeni ad ogni futura astrofisica

per dischiudere porte che non sai.

Parlami dell’esistenza di mondi lontanissimi, Maestro

portami lontano dalla pallida assemblea dei cretini

fuggiamo insieme dall’impero delle banalità

scioglimi l’ Artico, parla agli antichi bambini

agli splendidi diavoli

traduci per me la moltitudine

introducimi alla voragine del silenzio:

sbucceremo verità come mandarini

semi di tempo

a profumare le dita di vita

e il mondo fica cantato in siculo, in arabo

la gloria e la rinuncia degli anacoreti.

un panorama dispari, esatto

al suono delle cavigliere del Kathakali.

La tua voce, i vostri oscuri misteri

i nostri sciocchi regali, Maestro

insegnami l’arte degli àuguri

dimmi come si indovinano le intenzioni delle creature con le ali.

Con le regole assegnate a questa parte di universo

invoca per me le sabbie ed i popoli d’Oriente

che una dea complice ci sussurri un altro verso

lingua lumaca sulla terra riarsa dei secoli

e bava di cosmo

l’estasi della filosofia

una bruma di pellicola a sfocare

ancora le intuizioni

quel fiore inabitabile e notturno

sempre si schiude

e l’ovunque che da tanta parte

dell’ultimo orizzonte il guardo esclude

splendidi rumori

a trafiggere la notte dei profeti

gli archi fotografati del nostro sistema solare

e cosa resterà

dei nostri amori.

*

3.

Non potrai fotografare

il tuo fallimento

perché si cade

e la luce prima dell’ultima ora

non si pente.

Quando dietro la maschera del tempo

con una scintilla di rabbia

nascondevi il viso a monologo

e non vedevi la sciocca rima

del mio sorriso

ma sapevamo allagare le epoche

ed era pensabile

nella coincidenza cosmica

attraversare pomeriggi

deserti, stanze.

Poi ho perso la fede nel cielo

e nella sua grammatica:

così sono spariti

in una nebbia a malapena mistica

tutti i nomi e gli aggettivi.

Nell’eclissi plurale della grande distanza

archivi, cataloghi, abissi.

Qualcuno taceva parole bellissime

prima dell’esilio dei pronomi

nell’ora dove tu morivi

prima che io sparissi.

Inediti.

“Nella maggior parte delle sezioni di questo eclettico libro ci si muove agilmente sulle tracce del primo Valerio Magrelli e un po’, forse, anche di Milo De Angelis. Alcuni versi restituiscono addirittura l’impronta solenne di alcune righe di Paul Celan.”

Giuseppe Caliceti, dalla prefazione a Chiamala febbre, Edizioni San Lorenzo, Reggio Emilia, 2020.

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