Poesia italiana del XXI secolo

Antonietta Gnerre è nata ad Avellino nel 1970, è poetessa e scrittrice per ragazzi. Ha pubblicato le sillogi poetiche: Il Silenzio della Luna (Menna,1994), Anime di Foglie (Delta 3, 1996), Fiori di Vetro – Restauri di Solitudine (Fara, 2007), Preghiere di una Poetessa (Lo Spirito della Poesia, Fara, 2008), Pigmenti (Edizioni L’Arca Felice, 2010), I ricordi dovuti (Le Gemme, Edizione Progetto Cultura, 2015), Quello che non so di me, Interno Poesia, 2021. I Saggi: Meditazione poetica e Teologica in Mario Luzi (Delta 3, 2008),  Cristina Campo – Il viaggio silenzioso e spirituale e Forme di pensieri, saggi di Diritto e Letteratura, a cura di Felice Casucci (ESI, Napoli, 2013 – 2015). Ha curato insieme a Rita Pacilio l’Antologia poetica Una luce sorveglia l’infinito sul tema del Giubileo della Misericordia (La Vita Felice 2016). Ha curato, insieme alla famiglia Bellofatto, l’antologia Abbracci (D&P 2016). Consulenza e postfazione del libro di Andrea Fazioli La beata analfabeta. Teresa Manganiello, la sapienza delle erbe (San Paolo, 2016. Collana Vite Esagerate). La favola La storia di Pilli (Scuderi Editrice, 2019). È Presidente del PREMIO Internazionale PRATA, la cultura nella Basilica, giunto alla quindicesima edizione, e Direttore artistico della Festa dei Libri e dei Fumetti di Avella. Collabora come opinionista con quotidiani e riviste religiose. Come critico letterario e intervistatrice, invece, con riviste cartacee e on line di cultura poetica.

a Elisa Springer

Per non dimenticarmi lascio cadere

un ago di pino in un solco.

Lo faccio apparire nei miei occhi.

 

Le labbra benedicono la terra appena nata.

I pensieri che si uniscono per scrivere

la forma esatta della prossima neve.

 

Per non dimenticarmi chiedo perdono,

curo le cicatrici sulle mani.

Mi confesso al ramo che osserva.

 

Ora tutte le donne che sono stata

sono in silenzio, le chiamo con il mio nome.

Le libero dalle parole e dai suoni

della mia vita.

*

Se non ho saputo trattenerti

è perché gli anni in cui siamo stati

non li ho raccontati.

 

Nessuno ha spiato i nostri sguardi,

le stagioni degli abbracci.

I verbi degli aceri in un giardino.

 

Ho incorniciato nel presente tutti gli errori:

quadri alla parete del mio silenzio.

Ogni notte divido gli abiti che indosso

da ciò che sono prima di dormire.

*

Lo sai

i ricordi sono sentinelle invisibili

che guardano il cielo.

 

Dicono mamma,

dalla parte più sottile del passato.

Dicono papà,

quando si sbilanciano nei sogni.

Nel tardo pomeriggio si muovono in fila

sulla carne che muta.

 

Lo sai

tutto obbedisce al riassunto

degli anni. Alle tempeste.

Questo mi hanno detto,

questo ti dico:

ci vuole coraggio per invecchiare.

 

Resistere alla ferita,

disegnare il peso di un granello sulla neve.

 

Da Quello che non so di me, Interno Poesia, 2021.

“Quello che non so di me” è il libro più recente di Antonietta Gnerre. Una raccolta che è come un poliedro, raccogliendo in sé le diverse sfaccettature dell’animus poetandi dell’autrice. Una lunga meditazione sulla memoria, sul tempo, sulla natura, sulle cose che scorrono. L’io della poetessa cammina lento, si frantuma, diventa un tutt’uno con le cose create. Ha scritto Alessandro Zaccuri nella prefazione: “La poesia di Gnerre è tendenzialmente, ma non esclusivamente, poesia in prima persona, così da poter dare voce a una più vasta comunità di affetti che solo sulla pagina riesce a trovare piena espressione. Ed è poesia femminile, di una femminilità vissuta con orgoglio e senza compiacimenti, «pane della vita» e «pane della rinascita», come felicemente sintetizza il primo verso di una delle non rare ballate nelle quali ci si imbatte nella lettura di questo libro coerente e compatto.” E proprio in virtù di questa compattezza, addentrarsi nelle pagine di “Quello che non so di me” è come entrare in uno dei boschi dell’amata Irpinia di Gnerre: “Vedi, l’Irpinia somiglia all’universo/ La misuro con le imposte delle case distanti,/ che abbiamo abitato,/ per esercitare un sopralluogo di pensieri”, scrive la poetessa in una delle liriche più intense. Ma quello naturalistico, fatto di luoghi, alberi e toponimi che spaziano lo sguardo fino alla Puglia e oltre, non è il solo sentiero percorribile. I versi a un certo punto si dipartono verso radure dove a trionfare è l’amore, anche nella sua forma sensuale (“Se ti bacio è perché fiorisce,/ da un ramo a un altro/ questo tempo di baciarti”) o la ricerca di un oltre che si nutre di spiritualità (“Vedi, insieme siamo stati/ un qualcosa che è accaduto/ siamo stati eterni”) o il dubbio attraverso cui si tenta di ricostruire un’identità (“Io non so più come sono./ Non riconosco la chiave/ per aprire la voce che ho riposto”). In realtà Antonietta Gnerre conosce bene quello che non sa di sé. E se si dichiara ‘colpevole’, come nel titolo di una delle sezioni del volume, è perché proprio attraverso i sentieri che solcano il bosco della sua vita, nel quale ogni lettore potrà trovare echi e colori e suoni della propria, ella conduce il gioco poetico fino a quella riconciliazione con se stessa e con il mondo.

 

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