di Kika Bohr
La casa di via Cesarini 81 apparentemente mostra quattro piani ma in realtà sul quarto pianerottolo si può vedere una gigantesca porta di metallo ben camuffata con una piccola maniglia girevole. Aprendola appare una scala di granito molto ripida e storta con in cima una semplice ringhiera in legno. Porta ai solai, al terrazzo e portava alle abitazioni della famiglia Mucci e dei Biro.
La famiglia Mucci, originaria di Brennero, era composta da una nonna che parlava principalmente tedesco, una mamma che lavorava in un albergo e una bambina dalle treccine bionde, Rinalda. I Mucci erano imparentati con i portinai. Rinalda aveva un anno più di Lancillotta Biro ed era considerata da quest’ultima la sua amica del cuore, la sua “gemella” o perlomeno “sorella”.
C’era un cortiletto vicino al bagno comune e al solaio comune dove, con tricicli, monopattini e biciclettine facevano le loro corse, giocavano alle bambole, a nascondino tra le lenzuola appese dagli inquilini dei vari piani o a “rialzo”. A volte si sentivano le proteste delle tre “streghe” del quarto piano (la signora Rosa, la signora Antonietti e la signora Beky). Queste tre anziane signore passavano il loro tempo in vestaglia di pizzo color pastello spettegolando insieme, appoggiate alla ringhiera del loro piano e quando Rinalda o Lancillotta scendevano dalla ripida scala le ricacciavano su gridando minacciosamente “Torna nel tuo solaio!”. Ma loro si consolavano perché potevano salire a giocare su un grande terrazzo sopra la casa dei Mucci dove mamma Biro e nonna Mucci portavano bagnetti e tinozze e lì potevano sguazzare nell’acqua e stare al sole. Sul terrazzo, con la sua magnifica vista sul parco, sul Castello e sul Duomo e, con il bel tempo, sulle montagne, i Mucci coltivavano l’erba cipollina in quantità e più tardi i Biro coltivarono altre piante esotiche. Ogni tanto compariva qualche donna proveniente dai vari piani della casa, signora o serva, con un mastello per stendere o ritirare il bucato messo lì al sole e al vento.
La casa dei Mucci comprendeva una sola stanza con un enorme lettone, un divano, una cucina elettrica, un tavolo di marmo, una stufa a carbone e un caminetto non usato ma in cui, a Natale, veniva allestito il Presepe.
La casa dei Biro invece aveva due stanze con cucina e riscaldamento a gas. Un signore napoletano piccolo e magro portava fino al quinto piano le bombole necessarie. Aveva sempre un giubbotto di pelle nera e portava su le bombole sulla spalla inclinando la testa ricciuta e strabuzzando gli occhi neri. Una volta fu molto sgridato dalla mamma Biro perché non aveva consegnato per tempo la bombola e la famigliola aveva passato una notte al gelo.
Due finestre davano sul tetto e bisognava salire su una sedia per vedere fuori. Molto bello per i bambini era addormentarsi quando la pioggia batteva sull’ondulux predisposto dal papà Biro per aumentare la luminosità delle stanze. Da una di queste finestre un giorno entrò un gattone tigrato che fu chiamato Mimì e che tennero come loro per alcuni anni fino alla sua morte. Oltre al gatto e nonostante il fermo divieto del padrone di casa di tenere animali, i ragazzi Biro riuscirono a tenere dei pesciolini rossi, due tartarughine e il Boga, un grosso cane barbone di un nonno (per alcuni mesi). L’arredamento della loro casa non assomigliava a quello delle abitazioni dei loro amici né a quello dei nonni. Mangiavano “alla giapponese” su un tavolo bassissimo, i genitori seduti su un divano, i figli su piccole sedie impagliate. Il papà lavorava su un grande tavolo da disegno e la mamma lo aiutava la sera. Avevano due sgabelli altissimi. In una nicchia del muro una quantità di ripiani reggevano libri in varie lingue ma i genitori si lamentavano di non poter portare a Milano tutti i loro libri così come i figli erano dispiaciuti di non poter portare tutti i loro giocattoli che dovevano rimanere dai nonni, all’estero. Sotto il letto tenevano una bella valigia di paglia indiana verde e rosa che conteneva la quantità di giochi concessa. Se volevano un gioco in più, dovevano rinunciare a un altro gioco.
Nella seconda metà degli anni sessanta era arrivato il telefono anche al quinto piano. Il papà aspettava telefonate di lavoro e aveva insegnato come rispondere al telefono.
Queste erano le istruzioni:
– Pronto casa Biro…
– …
– Chi parla per favore?
– …
– Un attimo, glielo passo…
Quando i Biro non avevano ancora il telefono, nei primi anni sessanta, gli abitanti dei piani “nobili” non usavano salutare quelli dell’ultimo piano. Solo verso la seconda metà degli anni sessanta la situazione cambiò lentamente. Un giorno che la piccola Esmeralda era stata male, mamma Biro aveva chiesto alla signora Golfi di telefonare al pediatra che poi era venuto d’urgenza. Da quel momento i rapporti con gli altri piani erano progressivamente migliorati. La signora Biro oggi dice non avrebbe mai immaginato che alla fine della sua vita chi non la salutava (Pia Golfi) sarebbe andata quasi ogni domenica a braccetto a messa insieme a lei…
Negli anni del “baby boom” sulle scale si incrociavano le mamme e future mamme un po’ arrotondate che a volte si sorridevano con una certa complicità e si udiva la fatidica domanda: “per quando…? “. Per quanto riguarda gli uomini invece, il signor Ariberti la cui moglie aspettava il settimo figlio aveva detto scherzando al signor Biro “Beati voi che siete protestanti, vi siete fermati al quarto figlio, mentre noi andiamo avanti…
Il solaio degli Ambrogini.
Diana Ambrogini (del secondo piano) si trovava a volte con le sue amiche nel solaio di loro pertinenza. Avevano dipinto sulla porta tre figure stilizzate di “capelloni” con la chitarra. Avevano anche scritto in tedesco: “Wer hat ein gutes Gewissen hat ein sanftes Kopfkissen” (chi ha una coscienza pulita dorme su un soffice cuscino). I bambini Biro, Mucci, Gumpy, e Ariberti, che erano più piccoli, cercavano di spiarle ma non hanno mai capito cosa facessero lì queste allegre ragazze. Era circa il ‘66-67.
