Intervista a Maddalena Bertolini

 

Intervista a Maddalena Bertolini

 

“Infilo le valli nelle maniche/ sulle punte le dita del Brenta” (da “Sulle punte”, Publistampa edizioni 2019). Maddalena, fin dal nostro primo incontro, non riesco a pensare a te e alla tua poesia senza pensare alla montagna. L’esperienza della montagna mi pare così vicina al segreto dell’esistenza stessa: richiede coraggio e umiltà, precisione, preparazione, fiducia nelle proprie forze, ma al tempo stesso riconoscimento dell’abisso e dell’imponderabile. Un’esperienza che ci mette a nudo. Mi piacerebbe che tu ci parlassi del tuo amore per la natura, di come nasce e di come si declina.

 

Il mio ragazzo va in montagna. 

Avevo 17 anni e quel maschio diciottenne con i capelli chiari e arruffati e la giacca rossa del Soccorso Alpino passava ore e ore a camminare in alto, ad arrampicarsi, e mi guardava da sotto in su con due occhi tanto blu. Io ho deciso che valeva la pena.

Andare in montagna fa parte del mondo dell’amore, quindi ha bisogno di tutti gli attributi di tale sentimento. C’è la fatica, l’ascesa e la vittoria. La sconfitta, la rinuncia, e c’è stato pure un brutto volo, a testa in giù per un canalone ghiacciato in cui ho pensato adesso muoio.

Se una persona decide di camminare esposta, beh, deve considerare che può morire.

Con tutto il bene e il male che si porta dentro.

Con la consapevolezza a riguardo di chi è rimasto a casa, di chi resterà da solo; il mio amore per l’andare in montagna si è fermato di fronte alla presenza dei miei figli e con loro abbiamo preso i sentieri dolci, ci siamo ammansiti e addomesticati. Li abbiamo fatti salire con noi, li abbiamo lasciati abbacinati dalle luci della dolomia e dai boschi, li abbiamo condivisi con la terra e con la morte: abbiamo loro insegnato a cosa serve il corpo.

 

Cosa è per te il “senso religioso” e in cosa si differenzia dalla religione? 

 

Il senso religioso è presto detto: so di non essere soltanto io.

Il senso religioso fa scoppiare il tuo “io”, lo rende stretto e angusto. Ti fa desiderare ben altro, gli altri, essere altro, andare altrove, fino a superare l’ultimo limite che è la morte. È ambizioso.

La religione è invece una parola strana: viene da “re-ligo” quindi ha in sé l’amarezza del legame, la costrizione della Legge; oppure, vista dall’altro lato, la bellezza del legame (non sei sola con il tuo meraviglioso io), unisce un popolo.

Il senso religioso illumina la distanza io-Dio.

Ogni religione tenta di gettare un ponte. Oppure cerca di costruire un dio a misura umana (rendendo così l’uomo dio di sé stesso).

Mentre Cristo ti viene incontro, entra direttamente dentro te con l’Eucaristia.

Ecco, io credo che valga la pena aprirGli la porta; e non sono brava a credere in Dio (gli ultimi mesi di intenso dolore me ne hanno dato la certezza) ma Lui è davvero bravo a credere in me. A proposito, il Cristianesimo non è una Religione in senso classico ma una Rivelazione: “amatevi come Io vi ho amato”, solo questo comandamento ci ha dato.

 

Sono tentata di dire che, oltre alla tua esperienza della montagna, anche il tuo lavoro di ostetrica ti permette uno sguardo privilegiato su ciò che l’esistenza può rivelarci di grande e misterioso. Cosa significa per te esercitare questa professione?

 

Le ostetriche, o meglio le “co-mari”, stanno “con” le madri, con i padri, con i bambini.

Insomma, con gli esseri umani, che nascono, si nutrono e muoiono.

Mi sono messa in attesa alle radici, raccolgo le placente che sono fatte realmente come delle radici che affondano nell’utero materno e ne filtrano il sangue. 

Le “mammane” assistono ai parti; sto, ferma, a sostenere, alleviare (levatrice), pulire. Porgere il bambino alla madre.

Non sono il medico che cura, il chirurgo che opera in anestesia. Io amo il dolore e me lo porto via. Amo il dolore della vita che si va formando.

 

“(…) Per amarti/ devo guardarti e vedere/ chi non mi appartiene” (da “Una”, Ladolfi 2012). E ancora: “(…) Amore davvero non sei mio/ neanche da immaginato/ e tieni così forte la mia vita” (da “Corpus Homini” 2016). Come si concilia il desiderio di appartenenza e la consapevolezza che l’amore può esistere solo nella libertà?

 

Se ne sapessi la risposta sarei felice!

Invece la felicità pare che sia proprio nella inconciliabilità di questi due fattori, libertà e appartenenza. Non sono capace di spiegare come questo filosoficamente o moralmente avvenga, ma in questa incongruenza si pone tutto l’amore del mondo, o tutto l’odio, a scelta. In fondo la libertà è solo la possibilità di scegliere.

Posso scegliere di stare da solo o di amarti; di darti alla luce o di abortire. Di suicidarmi. Abbiamo una libertà grandissima, soprattutto quella che serve a infliggere dolore, a recidere i legami, a togliere la vita a qualcuno. 

Non so se posso scegliere di chi innamorarmi. A questo serve Dio.

Quando nasce un figlio c’è l’abisso del primo sguardo: la madre non è detto che lo voglia subito in braccio, accade più spesso di quello che sembra. Ha bisogno di colmare la distanza fra il bambino desiderato e quello che le è nato. Lei ha scelto di fare un figlio, ma non ha scelto “quel” figlio. Ha bisogno di innamorarsene.

 

Ti menziono ora alcuni termini, sui quali vorrei che ti soffermassi: solitudine, fiducia, istinto, destino.

 

Solitudine: mi richiama “ognuno sta solo sul cuor della terra”. La solitudine è responsabilità e preghiera. Ognuno di noi deve saper rispondere di quello che fa e che pensa, a ognuno di noi serve un dio speciale, fatto apposta e soltanto per lui.

Fiducia: è come ti guarda un neonato. Sa che se lo sollevi non è per gettarlo in terra ma per portarlo al seno. Non te lo chiede, non ne è capace, si fida.

Istinto: non è il fatto che te lo porti al seno. Una donna allatta ragionevolmente, non è una gatta che non ha scampo. Eppure la prolattina e l’ossitocina comandano la produzione del latte materno. L’istinto è il modo in cui il nostro corpo funziona, quell’animalità preziosa che ci dice se lo stiamo trattando bene, se siamo in salute. Incarnati. 

Destino: che parolone. Ormai bistrattato, come la carta dorata di un pacco regalo.

Devo cercarne un sinonimo, o meglio, una metafora. Direi che per me è come un sentiero in montagna, tracciato sì, ma se viene la nebbia lo si perde; oppure posso decidere di “tagliare” e prendere una scorciatoia, salire per un tratto diverso, scendere per un altrove.

Improvvisare; in fondo è l’imprevisto la salvezza (o, appunto, il destino).

 

“(…) Io sono una/ che scrive per fortuna” (da “Una”, Ladolfi 2012). Qual è il ruolo della scrittura nella tua vita? È cambiato nel tempo? Pensi che possa cambiare?

 

Scrivere mi serve, purtroppo. O per fortuna, appunto.

Siccome mi appartiene, cambia con me.

Io scrivo anche senza scrivere, le parole arrivano come manate in faccia perché sono i mattoni delle mie relazioni, sia con me stessa che con tutto quanto esiste o non esiste. Mi servono per mettere a fuoco la vita e le adopero sempre e le uso per salvarmi.

Le leggo. Le poesie sono solo parole, “logos” dicono i Greci. E Giovanni, quel ragazzo biondo che amava sostare col capo sul petto di Gesù, scrisse che la Parola stava presso Dio, me la immagino accovacciata con Lui sotto la croce.

 

*

 

Cinque poesie:

 

(da “Le mani delle parole”)

 

ho imparato a essere due

– prima per poco nei minuti

minuziosi del piacere, nei singulti

e poi nei lunghi mesi quasi nove

da luna gravida e sbilenca

assuefatta a un altro battito

che riempie e svuota chiama

andare i giro con due cuori

– la nostalgia poi di stare

dentro al noi che disfa e ama

 

(da “Una”)

 

ho ancora dei figli e la

domenica dormono se piove

noi facciamo l’amore con l’acqua

che gronda ai lati del letto

sulla tua fronte lenta e dentro

alla mia festa. A questo matrimonio

fa bene bagnarsi ogni tanto

sollevare la testa, guardarsi

battezzati, i piedi uniti i

mattini con la bocca tremula

e quasi inodore del fiore lo stupore

della neve già bucata

 

(da “Corpus homini”)

 

mio caro il desiderio di te

mi crepa come una fessura nel 

tetto, soffici le tegole della mia pelle

e i visceri sotto inquieti.

Vorrei che non ci fossi vorrei

non esistesse nessuna fame, nessuna fine

vorrei che questo confine

tra me e loro, tra loro e te

e viceversa, fosse un Mediterraneo navigabile.

Respingerei ogni barca piena di neri 

all’abbraccio delle mie coste: eppure

dignitosamente ti desidero

affronto le emergenze, mi lamento appena

mio caro, è così chiaro che non posso farci 

stare tutto, sbrigati a salvarci, ecco 

 

(da “Sulle punte”)

 

Il cielo è di burro tutto tenero 

anche le nuvole e la neve

di marzo abbondante e ridanciana

a trent’anni sei ancora un ragazzo

le pervinche brucano nel bosco

l’azzurro è un animale sparso, sono diecimila

almeno in questo inizio di primavera

sul bordo della settimana santa sulle costole

fresche del torrente. Vorrei che stavolta

non ti facessi prendere, ti stendessi nell’erba

e i bucaneve batteranno i piedi

scuotendo le loro campane bianche

i crochi violetti fischieranno con le dita:

lui è qui, portate i soldati, ogni legno è buono

per alzarlo come una bandiera che respira.

 

(inedito)

 

avremo una casa appesa

tra due laghi, un polmone grande, l’altro 

minore, un giardino cuore che si sporge

alto sull’acqua, un corpo

dalle profondità lacustri e orizzontali

con un balcone e una balaustra 

per lanciarsi perfettamente oltre

l’anima forte si tenga al corrimano

mentre tutto sbatte al vento e il

dolore esca allegramente all’aria e al

sole, si aprirà

come un paracadute in fiore

 

Maddalena Bertolini, nata a Trento nel 1965, risiede a Pergine Valsugana. Dopo studi classici, nel 1987 si diploma come Ostetrica presso l’Università degli Studi di Parma. In seguito a un periodo ospedaliero, si dedica alla libera professione assistendo parti a domicilio (anche i suoi figli nascono in casa). È amante di arrampicate, sci alpino, camminate, passioni che condivide con suo marito. Ha al suo attivo diverse pubblicazioni in ambito ostetrico/professionale, anche all’interno del libro di testo “Fisiologia della nascita” (ed. Carocci Faber). Ha pubblicato vari romanzi, e le seguenti sillogi poetiche: “Le mani delle parole” (Raffaelli Editore, 2009), prefata da Franco Loi; “Una” (Ladolfi Editore, 2012); “Corpus homini” (puntoacapo Editrice, 2017), curato e prefato da Elio Grasso; “Sulle punte” (Publistampa, 2019). Collabora con riviste/quotidiani online sia nell’ambito ostetrico che poetico.

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