Graziella Tonon, La casa col tiglio

Circola molta aria ne La casa col tiglio di Graziella Tonon
di Giorgio Morale

Da anni Graziella Tonon persegue una sua ricerca di scrittura memoriale e narrativa, tenace, appartata, ma che tuttavia lascia trasparire la cultura e la consapevolezza di un percorso poetico personale, la cui poca appariscenza diventa una rara virtù. Leggiamo ad esempio la poesia di apertura della sua nuova pubblicazione, La casa col tiglio (La vita felice 2021), in cui si può cogliere un metadiscorso che enuncia la poetica della raccolta:

Sapevo che stavano chiuse
sul fondo di una estate
le voci salivano troppo assolate
ma si sfocavano fuori alla luce

così le ho lasciate ai confini di un campo
all’ombra di un gelso.

Sapevo. La prima persona singolare si annuncia sin dalla prima parola della poesia e del libro a indicare il carattere memoriale dell’opera, ma si tratta di un io leggero, come è evidenziato dal fatto che talvolta la voce parlante parla di sé in terza persona (“riprendeva / lieve come una piuma / un’alba serena celeste e rosa / il su e giù sull’altalena”) e dalla presenza di frasi in cui l’io non compare (“Senza fine era il mese di vacanza”). È un segno che siamo in presenza di un soggetto riservato ma saldo, e distanti dalla pesantezza o dalla scissione dell’io che appare in tanti testi moderni e contemporanei che mettono a tema la memoria. Penso ad esempio alla poesia madre di tante memorie, al secondo Spleen di Baudelaire, in cui un io immobile e pietrificato viene identificato con una vecchia cassettiera piena di cianfrusaglie e muti relitti buttati alla rinfusa nel caos dell’abbandono. L’emergere dei ricordi da una profondità temporale mi fa pensare anche, all’opposto, all’io incerto del Montale di Cigola la carrucola nel pozzo. Lì il ricordo affiora senza che possa essere messo a fuoco, poiché “si deforma il passato, si fa vecchio, / appartiene ad un altro…”. Il passato per Montale è irrecuperabile, e con esso svanisce qualsiasi tentativo di dare un senso all’esistenza. Appena evocato, il ricordo si deforma tanto che nella sua evanescenza non può nemmeno essere percepito e provoca una scissione nell’io.

I ricordi di cui parla Graziella Tonon sono invece vivissimi e sono, detti con una bella sinestesia, “voci… assolate”: alla vista si aggiunge l’udito e il tatto. I ricordi quindi non si presentano solo come l’immagine che rimane esterna ma come il tatto che raggiunge fisicamente il soggetto e il suono che ne pervade l’intimità. Le voci sono “chiuse” solo metaforicamente, poiché in realtà sono “sul fondo di una estate” e “ai confini del campo”. Alla luce e all’aperto, quindi, e non abbandonati in disordine ma collocati “all’ombra di un gelso”. La memoria per la poetessa non è una prigione, o una baudelairiana “fossa comune” che permette di afferrare solo la morte. L’antitesi fra la memoria che contiene (“stavano chiuse”) e il “fuori” in cui si collocano i ricordi, rafforzata dall’assonanza fra le due parole poste a fine verso, “chiuse” e “luce”, è risolta nel distico finale: “così le ho lasciate”. L’io appare due volte, in questa poesia, nel primo verso di ognuna delle due strofe, e ambedue le volte in due voci verbali, quindi non figura come una fortezza passiva di fronte all’assedio del vuoto ma come protagonista di un’azione: sapere e lasciar essere. Per Tonon il ricordo non è un feticcio, non rimanda ad altro, non è come un bigliettino il segno rinsecchito di un’emozione pietrificata. La memoria per lei è la materia vivente con cui è impastato il mondo personale, la radice su cui esso si sostiene; e la narrazione è la modalità per transitare dal passato al presente. La poetessa lascia essere i ricordi, non esercita su di essi una pressione volontaria per farli emergere, e fa questo non per farli sprofondare nell’oscurità del pozzo montaliano, ma perché possano continuare ad avere vivezza e luminosità.

In questo lasciar essere c’è il realismo di una poesia tutta cose – persone, azioni e luoghi – di fronte ai quali le invadenze soggettive retrocedono. Per lo più circola tanta aria in tante di queste memorie. Molte riguardano azioni che si svolgono all’aperto: c’è la merenda all’ombra del gelso “nel tepore dell’erba”, l’andare “per rovi / a caccia di more”, l’aia su cui stava “l’afa della pianura”, “i pioppi della bassa”, “la casa alta… davanti a scuola”, il cortile dove “giocava… con la terra”, il “fondo del vialone”, il balcone, il davanzale e il terrazzo, l’altalena, il luna park, la strada e la piazza, “un giro in barca”, il naviglio, la rena e il mare. Circola aria anche fra le persone, quell’aria che unisce e segna la distanza, infatti la voce parlante evita ogni slancio fusionale e ribadisce sempre la presenza degli altri attori che interagiscono con lei mettendone in rilievo un tratto, un gesto o una parola che ne rivelano l’alterità, come ricordare che “Costava dieci lire la paura al luna park” o “il ceffone del padre” oppure la madre che si sottrae all’abbraccio dicendo “sono stanca lasciami andare”. Talvolta questa funzione è affidata a particolari realistici, come quando, dopo l’elenco dei capi neri indossati per un lutto, un dettaglio si staglia nella memoria: “Porterò sempre impressa / la sua chioma rossa”, oppure, in un’altra poesia, “Tra tutti i suoni / i più armoniosi e delicati” la voce parlante dichiara di scegliere quello “stonato” della persona amata. Nessun intento simbolico disturba questo realismo – assecondato dall’espressività fonica del linguaggio ricco di assonanze e consonanze, di rime palesi ed esibite o celate all’interno o al mezzo del verso – che pure assume valore emblematico per la significatività delle cose stesse.

Con una sapienza compositiva già messa in rilievo da Bruno Nacci in un suo saggio, Graziella Tonon struttura la narrazione in quattro parti che corrispondono alle stagioni. Si comincia con la primavera dell’infanzia quando “lentissime erano le ore” e con stupore si scopre “l’immensità del silenzio” e il sole che “s’insinuava tra i pioppi della bassa / grosso rosso potente / senza rompere un ramo // come i giganti buoni delle fiabe”. È il tempo della merenda “nel tepore dell’erba”, dell’andar “per rovi / a caccia di more”, del giocare a fare le signore “dalla mattina / ben composte sulla panchina / i bambolotti in carrozzina”. È il tempo in cui si manifestano le caratteristiche dell’identità personale e la protagonista si scopre “già allora / curiosa testarda orgogliosa” e in cui l’infanzia si rivela l’età dell’incanto (“il mondo si svelava tutto dorato”) e delle magie: “A fare chiaro il buio pauroso dell’androne / … / bastava giocare a nascondino”. È il tempo in cui tutto della madre sembra meraviglioso, ad esempio sembrava un tesoro “il filo di perle doppio luccicante / (erano finte)” e ancora adesso la protagonista sogna “lo scampolo a fiori / … / comprato al mercato” dalle figure femminili della sua infanzia. Sono ricordi il cui insorgere procura quasi sensazioni fisiche, come il ricordo dell’afa della pianura che arriva “come d’agosto a mezzogiorno / una fiata di vento”.

L’estate è la stagione forte della giovinezza e della prima maturità, quando si scopre la società e “Tutto era diverso / il canto / il ballo /… anche l’autunno / anche l’inverno”. Si scoprono le grandi amicizie: “È una festa l’arrivo di un amico a sorpresa”. Soprattutto si scopre l’amore, di cui vengono registrate le incertezze (“Lo amavo / ma lui non lo sapeva”), il bacio inaspettato “come il gran finale fragoroso di un concerto”, e poi “la passione / il rispetto / la richiesta e la promessa di un amore per la vita”. Anche in questa avventura – l’amore – spesso raccontata come fusionale Graziella Tonon mantiene la dimensione dell’alterità, poiché “il desiderio può ingannare”, nonché la leggera ironia quando elenca i nomignoli affettuosi per concludere “Ci sono voluti molti anni d’amore / per meritare / tanti titoli d’onore”. L’estate-giovinezza è anche la stagione in cui si prendono le grandi decisioni: “Non tornerò più al paese”, salvo poi accorgersi che “Tornare / e scoprire intatte le cose / fa lo stesso tuffo al cuore / dell’odore di nuovo”.

L’autunno è l’età della piena maturità, quando all’ordine del giorno comincia ad esserci la morte delle persone care e i funerali, magari a dicembre, “il carro infreddolito”, mentre si sente “il fischio lungo / lontano di un treno” e quando insorge il rammarico di avere a un certo punto “tirato dritto” deviando dal consueto annuale ritorno alla casa col tiglio: “Mai deviare da una casa col tiglio / il balcone era vuoto al ritorno”. Anche in questo caso sovviene una pacata considerazione:

Nei momenti più impensati
davanti a un banco della spesa
al cinema durante l’intervallo
dal medico
mentre sfoglio una rivista nell’attesa
appaiono improvvisi
e subito scompaiono
i visi dei miei morti

come nel grano dal treno i fiordalisi.

L’inverno è l’età in cui la protagonista deve ripensarsi e aggiornare l’immagine di sé: “sono un po’ più grassa / ho le rughe sulla faccia”, anche se “anni di più non me li sento / … / e poi non li dimostro”. È un’età da affrontare in modo autoironico: “Oggi sul tram mi hanno ceduto il posto”, “mi ha preso di notte / mentre ero distratta / la mia nuova ruga”, nonché in modo autoindulgente: “Di sbagli con i figli / se ne fanno tanti / senza volere / spesso per amore / per questo mi perdono / … / riesco persino a dimenticare”. È l’età in cui si guarda con distacco alle piccolezze umane, come quelle dell’amica che incontrata per strada “ha fatto finta di niente” o dell’amico che “passa con lo sguardo fisso / talvolta a testa bassa”. Ma è anche l’età in cui sorge un nuovo incanto nella presenza del nipote, che da grande vuole fare “il ragazzo semplice” e intanto vive “Pura felicità / e lui non lo sa” come il garzoncello scherzoso leopardiano.

L’ultima poesia della raccolta si ricollega alla prima, chiudendo il cerchio della memoria:

Col passare degli anni
corrono le ore come acqua di corrente.
Tornano ogni tanto
lente come nell’infanzia
se ci commuove ancora un fiore
se ci rapisce ancora una farfalla
un fiocco di neve.

Quando si chiude La casa col tiglio si ha l’impressione di aver letto un romanzo familiare costruito per squarci, concentrato in quadri di lirismo contenuto che ne colgono i momenti alti con una sapienza compositiva e versificatoria che Graziella Tonon affina di raccolta in raccolta, e soprattutto abbiamo il sentire di aver letto qualcosa che ci riguarda da vicino.

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