Frammenti di Cinema # 46

Il condominio contiene simbolicamente l’anima della nostra quotidianità. Talvolta è nera, sempre è coatta. Le fornisce anche la norma fondamentale, che a stento riesce a regolamentare una prossimità subita, fatta di invidie e rancori, piccoli quanto efferati. E’ dunque un paradigma. Ecco che il cinema (e non solo) lo prende quale scenario metaforico. L’ultimo film di Nanni Moretti, Tre piani (2021) è ispirato al romanzo dell’israeliano Eshkol Nevo. A proposito del libro, qualcuno ha dato anche un’interpretazione psicanalitica (i piani della coscienza). Nel film, invece, Moretti smarrisce la sua geniale e (auto)ironica ispirazione. Ci restano solo tutte le sue sovrastrutture, in questo caso impotenti quasi ad esprimere un sentimento autentico di pietà umana. La sua voce dissonante perde in sincerità e forse egli stesso si dissocia dal film, scomparendo dal copione. Le strutture della nostra condizione condominiale le coglie meglio un altro film tratto da un libro, Il contagio (2017) diretto dalla coppia Matteo Botrugno e Daniele Coluccini, tratto dal romanzo di Walter Siti. Non è un caso che il titolo risulta oggi profetico. Il più visionario e stimolante, tuttavia, è Il condominio dei cuori infranti (Asphalte) del 2015 di Samuel Bechetrit. Scrittore prima che regista, ha basato il film sulla prima parte della sua autobiografia uscita nel 2005, Cronache dall’asfalto.

Luchino Visconti nel 1974 con Gruppo di famiglia in un interno era riuscito a raccontare la violenza e l’incomunicabilità che si nasconde dietro le mura condominiali. Lo sguardo del grande regista è senza speranza verso le nuove forme di vita borghese, identificandosi con quelle dell’aristocratico solitario professore, interpretato da Burt Lancaster. Lo stesso pessimismo riempie Il gatto di Luigi Comencini (1977), con una diversa linea narrativa, grottesca, da commedia nera. Il modello esterno del condominio è l’ingorgo stradale. Infatti, lo stesso Comencini gira un anno dopo L’ingorgo – Una storia impossibile (1978), un’altra black comedy, ancora una volta d’ispirazione letteraria, tratta da un racconto di Julio Cortàzar. All’opposto, forse perché non ci sono condomini – ecco come incide la struttura sulle forme di vita -, ne L’appartamento (1960) di Billy Wilder i vizi e le malattie della società di massa assumono una tale esilarante leggerezza da diventare iconografiche. Siamo negli ancora anni ’60 ma sono passati 57 anni perché il clima venga radicalmente capovolto in Suburbicon (2017) di George Clooney, in cui la xenofobia di quartiere è solo un forma di distrazione dalla violenta schizofrenia familiare.

Se tra Wilder e Clooney passa la storia del cinema, tra il Condominio del 1991 di Felice Farina e Favolacce (2020) di Damiano e Fabio D’Innocenzo, precipita lo stato attuale del cinema italiano, oscillante tra il minimalismo provinciale del primo ambientato alla Magliana e il domo-punk urbano del secondo calato irrealisticamente nella desolazione di Spinaceto. Più interessanti due documentari del 2020. La Chimera – Appunti di viaggio sulle vele di Scampia opera collettiva di Walter De Majo, Giovanni Dota, Elio Di Pace e Matteo Pedicini, che racconta la lotta titanica del Comitato Vele per l’abbattimento del Condominio-Mostro. Il condominio inclinato di Alberto Valtellina e Paolo Vitali, poi, racconta l’esperimento delle “Terrazze fiorite” e di “Bergamo sole” realizzati negli anni ’70 dagli architetti Giuseppe Gambirasio e Giorgio Zenoni, esempio di residenze “comunicative” in bilico tra degrado e utopia. A conferma che è la realtà la storia più bella (o più brutta) da raccontare.

 

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