Su Piergiorgio Viti, “Quando l’aria aveva paura di Nureyev”, Edizioni Terra d’ulivi, 2021.

di Carlangelo Mauro

 

Piergiorgio Viti è un poeta marchigiano che ha all’attivo cinque raccolte di poesie ed è animatore a Recanati di “Versus”, rassegna di confronti poetici. Nel 2021 ha pubblicato due libri per le Edizioni Terra d’Ulivi: “Ritratti senza andare a capo” (con illustrazioni di Peter Bartlett) e “Quando l’aria aveva paura di Nureyev”. In questa sede mi soffermerò su quest’ultima raccolta, sapientemente organizzata, divisa in 10 sezioni. La prima: “Un dovuto amore” e l’ultima, “Ti chiedo scusa”, insistono circolarmente sul tema principale del libro: l’amore. L’amore legato alla tenerezza, alla leggerezza, al rispetto, ai valori di chi vuole vivere «in punta di piedi», espressione che ricorre nella dedica del volume al celebre danzatore russo e ad  un pubblico di lettori ‘concretamente ideali’. Gli fa da pendant nel libro l’espressione «in punta di cuore». In questo ambito di delicatesse, di attenzione continua all’altro, di parole sussurrate o scritte alla persona amata, viene riscattato in un senso più alto tutto un registro di ciò che è consueto, comune, come il semplice chiedere scusa: 

 

Siccome la prudenza non è mai troppa, 

ti chiedo scusa pure per quello che farò. 

Tra qualche mese, tra qualche anno. 

O magari mai 

 

Questo ‘gesto verbale’ di cortesia, oggi non molto di moda anche quando dovuto, è valorizzato con immagini di leggerezza, di movimento come il volo della libellula che su un altro piano rimanda sempre alla danza: «Le mie scuse dolci, ragguardevoli,  / elitre di libellula sopra uno stame».  

Una poesia questa di Viti che trova quindi la sua ispirazione nella quotidianità, come giustamente Daniele Piccini ha scritto su “La Lettura-Corriere della sera” (16 maggio 2021): «La Musa di Viti […] è la vita quotidiana». Condivisibile anche l’altra chiave di lettura di Piccini, di un «lirismo che nasce dallo sfregamento di materiali poveri». È proprio da questa quotidianità, da questi materiali verbali umili che lo sguardo del poeta si eleva alla costruzione di un’‘utopia domestica’, per così dire, che ridà senso e significato a ciò che sembrando ovvio viene colpevolmente trascurato e che invece costituisce un frammento di vita autentica. La tana del letto d’amore (p. 7) richiama la gentilezza dell’essere come gli animali (anche questo richiamo alle origini è da intendersi oggi in senso altamente positivo, come dire con Saba sono ora “gli animali che avvicinano a Dio”): «Facciamo del letto la nostra tana / e poi, via, in letargo, / come orsi lucertole tartarughe». Il risveglio avverrà in un mondo tutto cambiato.  I versi immediati, semplici, danno la misura di una poesia che vuole avvicinare il lettore al testo e che rivela gradatamente tutta la sua carica utopistica partendo dalla dimensione più bassa e terrestre, in un tono che si inscrive in una dimensione ‘popolare’, biblica in qualche caso. Gli animali feroci che diventano miti: l’immagine fa subito venire in mente il celebre passo di Isaia 11, 6-8.: il lupo dimorerà insieme con l’agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto […]: 

 

Ci sveglieremo, proprio come loro, 

una volta finito l’inverno 

e uscendo di casa 

troveremo un mondo diverso, 

dove nessuno ignora nessuno, 

dove gli animali più feroci 

si lasciano accarezzare 

e tutti si scambiano un sorriso 

da un finestrino, 

anche quando fuori piove.

 

Il “cor gentil” in questa poesia scende dall’altezze platoniche e si fa incontro vissuto e goduto con l’alterità, con la persona amata, nei gesti dei piccoli riti quotidiani; a condizione però che lo sguardo sia vigile e consapevole, che si entri in una dimensione di ascolto dell’essere umano e della natura, dalle lucciole tanto attese dalla coppia di amanti e non arrivate (p. 25), al geco che racchiude millenni e millenni di sapiente evoluzione:

 

Tutta la sera a cercare 

tra le foglie del basilico 

e della gardenia 

un geco, con la preistoria 

viva nelle sue squame, 

nei suoi occhi spiritati… 

(p. 31 )

 

Una «preistoria / viva» la cui percezione va sempre più a ritroso per esprimere riconoscenza alla natura, al progetto della vita su questa terra, al riconoscimento di una fraternità con tutti gli elementi del cosmo: 

 

 

Se milioni di anni fa 

non ci fossero stati

loro,

non avremmo avuto 

così tanto ossigeno

[…]

Invece grazie agli stromatoliti,

alle loro bolle d’aria,

esistiamo

prolifichiamo

la sera ci diamo dei baci

davanti a una minestra.

 

È una percezione del vivere nel mondo, per riconoscersi con gratitudine parte dell’antichissimo ciclo della vita, lenta, diversa dalla frenesia; è un modo per stare in comunione con l’altro, in una «pace acquatica» (p. 25) evocata nel testo su le “Lucciole”, come quella delle rane nominate qualche verso prima. Pace che è foriera di un rinnovamento interiore sempre dinamico, non immobile, che corrisponde sul piano formale a balzi e salti stilistici significativi proprio a partire da ciò che appare a prima visto ovvio, finanche banale, che si dà per scontato sia trascurabile e su cui invece si concentra l’attenzione di chi scrive. Di questa dimensione della redenzione del vissuto quotidiano, l’amore ne è il coronamento, un fatto profondamente naturale, detto, ‘parlato’ attraverso le immagini degli animali; un bestiario che permette di aprire il varco, di ritrovare l’orientamento e il senso quando ci si è persi, come la coppia di notte tra le strade della Maremma… All’agitazione della persona amata l’io lirico risponde con il silenzio e il desiderio di un’altra comunicazione, non umana:

 

vorrei solo aprire lo sportello,

prenderti per mano e dirti

Andiamo a vedere

cosa c’è nel bosco.

Ma lo penso soltanto,

non te lo dico veramente,

che dentro quel bosco

vorrei essere una volpe

e con la coda

spolverarti un po’ il cuore, 

quando ti avvicini…

 

C’è una dimensione di umiltà che aleggia nel libro, grazie ad uno sguardo che investe i frammenti minimi dell’esistere, uno sguardo compassionevole sulle vite di persone immerse nella sofferenza o nella routine quotidiana, compagni di viaggio che condividono un tratto di strada percorso per anni e che appartiene ad un mondo scomparso, ad una felicità passata, rievocati nel dialogo interiore o reale con gli abitanti del paese di Monte Urano:

 

Te la ricordi Bruna, la cartolaia, 

coi giornali, le penne colorate 

e i palloni gonfiabili 

quando cominciava l’estate?  

 

La sezione “Notizie da Urano” rimanda infatti al paese marchigiano dove l’autore ha «vissuto per anni», come informa nelle note. Il titolo della sezione, al di là della correttezza dell’etimologia del toponimo che è altra, appare straniante al lettore che pensa al nome della divinità celeste e legge di situazioni tutte racchiuse in un grigio orizzonte terrestre, come quella dell’autista di autobus che, immerso negativamente nel tran tran quotidiano, contrarrà dapprima il vizio di bere per poi perdere del tutto il senso dell’orientamento, bloccato in un vicolo, incapace di «uscire», non sapendo più andare  «né avanti né dietro:

 

Era un autista di autobus. 

Tutti i giorni, la stessa linea. 

Tutti i giorni, o quasi, le stesse facce 

che salivano scendevano 

con movimenti da automi. 

Solo che l’autista di autobus 

avrebbe volentieri liquidato la sua vita.

 

Toccante anche la sezione “Nel nome del padre”, in cui emerge la difficoltà del rapporto padri-figli che si proietta su di un piano più universale, come anche il timore del distacco definitivo, poi avvenuto, la presenza degli «steccati» che dividono prima della morte, dell’incapacità di amarsi fino in fondo, vicendevolmente, in tante occasioni: «ci siamo persi e ritrovati, / senza la carità / di chi si ama abbastanza. Sezione che si collega a “Corsie”, nata sia dalle proprie «esperienze ospedaliere», sia da quelle passate ad assistere ai propri cari, in cui non può non colpire la «pietà che affratella», la «sofferenza / che implode / di chi tra le corsie / smania un cielo, una piazza, / il ritorno ad un numero civico, / al proprio corollario / di abitudini». C’è un passaggio metaletterario a questo punto in cui si può cogliere una nota di poetica valida più generalmente per inquadrare l’autore ma che viene subito negata dal contesto specifico dell’ospedale, in cui ogni racconto si rivela impossibile, spezzato dalla sofferenza. Vale ancora il tutto come testimonianza dell’umiltà del poeta e dell’insufficienza della parola di fronte al dolore vero:

 

Perché tutto, tra i letti del reparto, 

è elementare e precario insieme, 

a volte banale 

come le vite 

che vorremmo raccontare

 

e invece 

nulla si può raccontare davvero, 

in questo purgatorio 

dove il fiato estirpa ogni radice, 

dove la memoria va e viene, 

in un garbuglio di fili 

che fa inciampare i passi 

e incrina tutte le parole…

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