Lucianna Argentino, La parola in ascolto

 

Lucianna Argentino, La parola in ascolto, Manni 

di Alberto Fraccacreta

 

Il libro si configura come poesia in forma di prosa raccolta in stanze sul concetto di silenzio.
Ogni stanza racchiude una voce. Il significato del termine silenzio viene così declinato in sfumature che chiariscono, costruiscono, creano un dialogo anche di preghiera.
La parola poetica scandaglia il mistero e il potere creativo del silenzio attraverso riflessioni scaturite dagli studi, dalle letture, dalla musica, dall’arte e dalla vita stessa.
Lucianna Argentino intesse un intimo dialogo con autori che hanno arricchito il percorso umano e poetico tenendo sempre presente che, anzitutto, il silenzio è un intimo dialogo con sé stessi. (Dalla quarta di copertina)

 

Il silenzio è dialogo 

 

Nel silenzio si parla sempre a e con. 

Si parla a e con quell’essere interiore a cui sant’Agostino diceva che occorre far ritorno – redi in interiorem hominem – si parla a e con l’intera umanità, l’intero creato. Ascoltando, facendo di noi stessi silenzio, si riesce a rendere visibile la realtà dello spirito e del mondo. 

Dal dialogo con e nel silenzio nasce lo “statuto dialogico della parola” (F. Ebner) perché parlare è dialogare con ciò che, apparente, è oltre l’apparenza. Con la venatura di una foglia, con il baluginare dell’acqua a un raggio di sole, con l’abbassarsi di uno sguardo all’abbaglio della vita. 

La parola poetica è partecipazione, comunione che fonda la relazione perché nasce dall’amore e per questo è la dimora in cui si sta come tra le braccia di chi ci ama. Una dimora che è cura e di cui bisogna aver cura. È dialogare con ciò che in noi ogni istante muore e ogni istante rinasce, con ciò che parla senza dire, ricorrendo allo stesso potere degli occhi. È avvalersi delle parole come fossero le onde sonore di un ecografo perché ci rimandino la forma e la struttura dell’interiorità di colui o di colei che ci sta dinnanzi così che ci sia incontro. È accordo. 

Accordare è far vibrare assieme per avere armonia, giusta intonazione. E dunque incontro è accordare i cuori, quasi una tautologia. 

La parola cuore si richiama alla radice indoeuropea kor che ha il senso di cosa curva, avvolta (come non pensare al nostro corpo, alle braccia che avvolte avvolgono), di cosa piegata e significa anche spingere, incedere, che si arricchisce del senso di vibrare, battere, saltellare. Radice che tiene insieme le parole corda, cuore e cervello. Cose che legano senza costringere. 

 

Il silenzio è preghiera 

 

È stare dentro ciò che non ha nome, eppure invoca. Chiama a sé l’illimitato e l’innominabile. 

È raccoglimento – accoglienza di sé in sé e di sé nell’Altro che ci accoglie se è vero che il silenzio è la voce con la quale Dio ci parla e, come il divino, il silenzio ci esige mentre lo esigiamo, ci interpella mentre lo interpelliamo. 

Il silenzio è l’altare su cui i poeti sacrificano la parola poetica, le creano quel sacro spazio perché meglio possa dire la nostra terrenità. Spazio superno dove ciò che interamente brucia e non si consuma è il cuore. Luogo dove portare in offerta la nostra finitezza al dio in essa deiscente perché ci aiuti a farne un canto. La preghiera è “discesa della mente nel cuore” dicevano i Padri e così è il silenzio. Ma anche salita del cuore alla mente. 

Nel silenzio si discende come si discende nella preghiera e nella poesia per ascendere al sacro. Scalzi, senza bagaglio. Si respira piano, si cerca di far combaciare il ritmo del sangue con quello del respiro. Si chiudono gli occhi per rovesciare lo sguardo, per rivolgerlo dentro, nell’interiorità dove tenebra e luce, silenzio e parola dialogano in una comunione senza intermissione. La preghiera è la bitta dove ormeggiare la nostra precarietà e il silenzio è l’àpeiron che sgomenta, ma anche la materia informe pronta alla chiamata, al mare aperto perché la parola poetica, salda e libera, sfidi le onde e sia coraggio, sia forza, sia la capacità di trasformare e di rinascere sempre nuova, sempre nella riscrittura interiore compiuta da chi l’ascolta e la fa sua. Perché la parola poetica non è mai per sé, è sempre per l’altro. Presenza che nel limite si smargina a custodia dell’umano e del divino per la resplendentia del mondo. 

 

Il silenzio è maternità 

 

È atto materno. È il momento in cui il sangue non si disperde più perché deve nutrire il concepito, il nascituro. E il sangue si raccoglie nella conca del cuore e va – fatto parola – ad irrigare la malnutrita essenza della nostra quotidianità. Ma compie anche qualcosa di più essenziale e profondo, ossia ci riconduce là dove non è più possibile perdere il senso dell’essere e dunque attorno alla vita – alla matrice della vita – crea conoscenza e ri-conoscenza. 

Il silenzio è il grembo in cui sta in gestazione la parola poetica. Simile a una serra – luogo dove c’è sempre la giusta temperatura, dove si ha cura della fragilità delle cose e delle creature, dove il tempo offre riparo e riparazione, dove ogni conflitto trova pace e gesti sereni. 

Terra di riconciliazione. 

L’evangelista Luca (2,19 e 2,51) scrive: Maria serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore. 

Serbare – tenere insieme. Il materno silenzio di Maria è un luogo fisico, è il suo stesso cuore. Cuore in cui le parole e le azioni di suo figlio vivono nella e della sua perpetua maternità. 

Ma serbare è anche custodire l’inesprimibile che a sua volta è custodia di ogni linguaggio, è tenere una riserva per i giorni di bisogno. E poi guardare, proteggere, salvare. Così il silenzio guarda a ciò che da salvare ci salva, lo protegge sottraendolo al tempo e attraverso la parola poetica lo offre all’eternità nascosta in ogni istante. 

Così il silenzio diviene canto di misericordia. In ebraico misericordia è rahamim parola formata da rehem, utero, viscere e mayim, acque ed è, dunque, un chiaro riferimento al grembo materno. Indica l’attaccamento istintivo di un essere ad un altro, la compassione, ma anche la tenerezza di un padre verso i suoi figli. 

È così che tutto torna. È così che si compie la costruzione morale del tempo. 

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