Un gelido inverno in Viale Bligny, recensione di Riccardo Ferrazzi

Un gelido inverno in Viale Bligny, di Arianna Destito Maffeo, Morellini Editore.

Un giallo al femminile. Un giallo milanese. Un giallo in bilico fra tradizione e rivoluzione dei costumi.

In materia non mancano certo i precedenti di autrici donne, da Agatha Christie a Camilla Läckberg; come pure i precedenti di ambientazioni milanesi, da Scerbanenco all’ultimo Krauspenhaar; e, quanto a rivoluzione dei costumi, il genere giallo è quanto di più eversivo si possa immaginare: ogni storia comincia inevitabilmente da un omicidio, la massima trasgressione concepibile in una società civile. 

Eppure, questo è il bello della letteratura, ogni genere narrativo consente sempre nuove interpretazioni. “Viale Bligny” ha una solida, classica struttura mystery, con l’assassino che colpisce e dirotta i sospetti, il detective che lotta con i suoi demoni personali, e le vittime, ciascuna in lotta con la propria sensibilità. Ma la sensazione di novità che emana da queste pagine è data dall’approccio, dal punto di vista, dalla scrittura femminile.

Il morto (il primo della serie) è un mercante d’arte, da poco misteriosamente affascinato dalle icone russe ortodosse. Un uomo complesso, istrionico, ma anche difficile da comprendere. Intorno a lui si muovono una pittrice dalla sensibilità esasperata, di una bellezza che non lascia indifferenti: una donna che piace, sa di piacere, e ne gode; un marito morbosamente geloso; un critico d’arte sporcaccione; la classica amica d’infanzia. Questo è il piccolo mondo in cui si trova a operare la vicequestore Andrea De Curtis, recentemente promossa da una questura ligure alla Milano da bere, coadiuvata da un ispettore calabro-lombardo un po’ troppo machista ma, almeno, efficiente sul lavoro.

Anche la nostra Andrea ha i suoi problemi, un passato che ritorna continuamente nei suoi pensieri, una trasandatezza poco femminile, un senso del dovere vissuto come impegno in prima persona, che la porta a correre rischi esagerati. È, in un certo senso, perfetta per dimostrare che le virtù e le debolezze del detective sono le stesse in un uomo e in una donna.

Perché poi, in effetti, la vera particolarità di questo romanzo è la scrittura femminile, che dà spazio ai particolari che gli uomini non riescono a notare, che è interessata soprattutto alle caratteristiche della personalità e sa affondare nelle motivazioni dei sentimenti con la profondità di una psicoterapeuta. Per esempio: la sensibilità esasperata della pittrice che suo malgrado è coinvolta nel plot viene messa in scena con lo stesso dettaglio con cui sono descritte le crisi di Raskolnikov nelle prime pagine di Delitto e castigo.

… aveva deciso di rompere il proprio isolamento: aveva riacceso l’iPhone e aveva finito per ripiombare nell’ossessione opposta: si accaniva a scrutare il display come ipnotizzata, in preda a una curiosità spasmodica…. Era una sottile forma di tortura, quella che si autoinfliggeva, forse spinta dal desiderio di punirsi per non averlo protetto, non aver voluto sapere né vedere il disastro che stava divorando la vita dell’amico.

E la vicequestore Andrea De Curtis analizza con altrettanto chirurgica precisione i difetti e la personalità del suo collaboratore:

… aveva troppa fretta, una maledetta urgenza di concludere e arrivare alla soluzione. Probabilmente dipendeva dalla giovane età, ma anche dalla paura di fallire. Ogni suo atteggiamento lasciava trasparire una smania di far tornare i conti: le cose dovevano filare lisce e senza intoppi.

Provando anche noi ad analizzare la personalità della protagonista, potremmo ipotizzare che il trauma vissuto nella sua adolescenza le abbia in qualche modo destabilizzato la percezione del sé: l’investigatrice si compiace della sua ambivalenza come della sua professione. Per lei la vita è un’indagine, una esplorazione svincolata dalla morale corrente e giustificabile solo con la scoperta della verità.    

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