Poesia italiana del XXI secolo

Franz Krauspenhaar, è nato a Milano nel 1960, è uno scrittore, poeta e musicista. Ha pubblicato finora di vari romanzi, tra i quali Le cose come stanno, Baldini & Castoldi, Cattivo sangue, Baldini Castoldi Dalai, Era mio padre, Fazi, L’inquieto vivere segreto, Transeuropa,  Le monetine del Raphael, Gaffi, Grandi momenti, Neo., Brasilia, Castelvecchi, La presenza e l’assenza, Arkadia. e due saggi narrativi, su Francis Bacon e il calcio. Ha partecipato a varie antologie ed è stato, tra le altre cose, redattore dei blog letterari collettivi Nazione Indiana e di La poesia e lo spirito, del quale è stato uno dei fondatori. Collabora con la rivista letteraria cartacea Il Maradagal. In poesia ricordiamo la silloge Franzwolf, Manifattura Torino Poesia, Effekappa, Zona, il poema Le belle stagioni, il monologo poetico Biscotti selvaggi, la silloge Capelli struggenti, questi ultimi per Marco Saya Edizioni; e la silloge Nella foresta, Ensemble. Nel 2008 ha vinto il Premio Palmi Speciale per la narrativa con il romanzo Era mio padre. Ha partecipato a varie antologie con suoi racconti inediti ed è presente nel Dizionario della poesia italiana 1945-2020 a cura di Mario Fresa, Società Editrice Fiorentina. Opera anche in campo musicale con dischi digitali prettamente di musica elettronica con distribuzione Believe Music con lo pseudonimo di Nerolux.

Non ho pace ma tu

Non starmi a sentire

Medita la fine, spegni quella cicca

Sulla mia guancia rigata di lacrime

Finte, sii forte e perdona chi

Ti ha sterminato la famiglia

O la collezione di vecchi lp.

Siamo alla fine, niente è come

L’ho lasciato, la poesia è un cumulo

Di conserva di vari tipi di frutta

L’altra sera ho visto dipingersi nel cielo

Un arcobaleno a forma di banana.

Sai dirmi la marca? Del monte young

O altri oggetti sessuali? Ho il ricordo

Di notti sul lago, a sud, l’odore della maria

Era penetrante, nell’erba da calpestare,

Lontana parente. Il lago si muoveva

Nella musica di un mangiacassette,

Finivano i 70 per la terza volta ma io

Non lo sapevo, credevo nell’eternità.

E non ci fu scampo a quell’attimo

Struggente, che prometteva altro,

qualcosa di così bello che non aveva

né volto, né forma, né fine.

 

[Fk Non ho pace, giugno 2012]

 

*

 

Il gatto del mio vicino

 

Il gatto del mio vicino

e’ una specie di pesce coi peli

viene a svegliarmi quando sono sveglio

mi addormenta nel pieno di un sogno acceso da lampioni

che ringhiano luce da fari di automobili.

Il gatto del mio vicino si installa nella mia testa

e miagola diavolerie

suona la batteria con l’amplificatore

flirta col mio mal di testa.

È un gatto mostruoso e collaudato

ha inghiottito pescherecci al largo

sa nuotare anche sul ghiaccio

e parla in lingue sconosciute.

Il gatto del mio vicino è parente stretto del mio cervello

anzi talvolta si estraniano da tutto

sembrano addirittura una cosa sola

lo stesso gomitolo.

Veniva voglia di sferruzzargli il pelo

ma io non sono capace, e mia madre

era altrove.

 

*

 

Robivecchi

 

E’ celeste questo vino,

l’ho bevuto parlando al citofono

con un tizio nuovo, chiedevo

se per caso avessero un pc usato

da lanciare dalla finestra.

Le auto non passano più,

non trillano più telefoni, siamo

nel futuro senza termine, nel vago

mondo urbano. Sono passato la’,

dove ho vissuto l’intera vita; tutta

gente nuova, i vecchi erano morti

così come ero morto anche io.

Me lo disse

il portiere, disse che ero morto

trent’anni fa. Io dissi il mio nome,

e lui-pensando fossi un altro- disse

che ero morto trent’anni fa, sottolineo’

due volte l’enorme scavo del tempo.

Non ricordavo questo avvenimento,

a lui non dissi nulla, non mi avrebbe creduto,

era gentile nonostante le mie condizioni,

era uno straniero naturalizzato, teneva dentro

un abbraccio di residua umanità.

Gli chiesi se qualcuno del palazzo aveva

roba vecchia di cui sbarazzarsi, gli dissi

“sono un robivecchi”; ma lui non capiva

come un uomo, seppure malandato,

potesse occuparsi di cose vecchie, di cose

rimaste per anni in una casa senza scopo.

Mi disse che avrebbe chiesto, che mi

avrebbe fatto sapere.

Sono cinquant’anni che ancora aspetto.

Si tratta di tre poesie inedite scritte in tre diversi momenti. La prima è di dieci anni fa, la seconda di circa sei mesi fa e la terza è molto recente. Si noterà l’eterogeneità. La prima è una specie di flusso di pensieri che rimanda a una nostalgia per tempi forse felici che vengono riesumati da un ricordo in parte struggente in parte definitivo. La seconda è una specie di favola su un gatto, un gioco divertito su un animale dotato di poteri inaspettati che è però del vicino, non nostro, e sul quale, forse per fortuna, non abbiamo alcuna responsabilità. La terza è una specie di racconto in versi su un barbone del futuro, un futuro dove domina il silenzio, che si guadagna da vivere in un mondo che non conserva quasi più niente, e che apprende dal portiere dello stabile dove ha abitato per lungo tempo di essere morto da trent’anni. Una specie di apologo crudele su cosa è, al netto di tutto, la nostra esistenza.

 

2 pensieri su “Poesia italiana del XXI secolo

  1. Riccardo Ferrazzi

    Franz, anche se tu non ti fai mai sentire sai che dalle mie parti hai sempre un amico. Soprattutto finché continui a scrivere cose stupende come queste. Tschüss, mein Freund.

    Rispondi
  2. Nino Iacovella

    È sempre un piacere leggere versi di Franz: una serie di microfratture esistenziali in uno stile narrativo che addensa, nel suo addivenire e nel suo breve e intenso respiro, la puntale stilettata della poesia.
    Grazie.

    Nino

    Rispondi

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