
Mi ricordo perfettamente il dialogo con Gianmario Lucini. E’ una poesia di confine. Voglio pubblicare la sua prima raccolta. Se ti piace, vuoi scriverne la prefazione? Accettai. Così conosco la poesia di Enrico Barbieri dall’esordio con Il tremore della terra. Era il 2014 e della poesia di Barbieri sottolineavo l’oralità e l’avvio di un duro cammino di “reductio ad unicum” della sua scrittura. Sono passati 8 anni e nella nuova raccolta trovo una poesia che si è fatta testo per intero e un percorso duraturo e sempre più proteso verso un’opera matura. L’approdo, tuttavia, non è, come mi aspettavo, un verso compatto e solido come una noce, come sembrava preannunciarsi, ma fluviale e magmatico allo stesso tempo, disomogeneo per statuto, dunque, comunque, coerente. Lucini, pertanto, aveva visto giusto. La sua era e resta una poesia di confine. E questa connotazione, in una stagione stretta tra realismo tardivo, più che terminale, ed elegia da twitter, rende la sua poesia diversa e ne legittima la scrittura. Non ci sono strade o voli/ creati in linea retta/ Le falesie, le crepe/ di calcarenite si attorcigliano/ poi divergono, sputano/ un’orbita improvvisa (…).
Mi ha colpito nella presentazione il riferimento di Matteo Fantuzzi al libro come un’opera “e non un susseguirsi di testi, tutta da costruire, come un’intera esistenza, aggiungo. Questo inciso mi conferma che oggi la poesia non è solo testo ma anche biografia, anzi la chiamerei bio-poesia. Ed anche il richiamo a Simone Cattaneo va in questa direzione. Spingendo, però, con un tutt’altro esito finale, ad attraversare il nostro orrore con calma, facendone, grazie proprio alla scrittura, il nostro ormai innocuo compagno quotidiano. Domani o ieri, niente,/ e ci mangeremo addosso/ perché io ti ho maledetta./ Questo muore e rinasce/ senza volto, in pace. Se la lingua paterna è l’italiano convenzionale, e quella materna è il dialetto. Qual è la lingua del figlio? Forse è la poesia la lingua dei figli. E tutti figli sono irregolari. Di questa irregolarità, ben evidenziata ancora da Fantuzzi, Barbieri ne ha fatto un proprio canone stilistico. La lingua di una persona/ che con lei è sparita/ e che la mia nonna croata,/ cara grazie di essere nata,/ miscelava col dialetto/ l’italiàn e col cruà, che da/ noi era la memoria cattiva/ dei soldati austriaci,/ cui cruà che erano cativ! Lingua di confine e poesia di confine.
Realtà e finzione, ragione e sentimento, corpo e mente, natura e storia, civiltà e pazzia, Enrico Barbieri vive pericolosamente lungo questo bordo, che è insieme culla e nemico. Egli usa la lingua poetica come medium tra opposte dimensioni. Ma il cardine di questa soglia è il corpo-natura. Qui, credo, stia il senso della sua scrittura, che riesce a non confondersi con le ultime derivazioni della poesia alla moda. Non è l’uomo-albero delle collane new-age, neppure il bosco-parlante della decrescita poetica. Seguendo una direzione contraria, la natura che lui mette in versi è corporea e pensante, dolente e perennemente in rivolta. Chiedere alle vene delle foglie/ al percorso dei fossi/ alle ossa delle rocce bianche/ e risponderanno:/ siete solo bestie sopra bestie.
Poteva essere diverso/ in un’età circondata da amici/ e figli, potevo essere io/ il primo figlio nato/ morto, e poi io poco dopo./ Potevo essere diverso/ e voluto dai disegni altrui,/ accettato e differente da me (…) La poesia di Barbieri, in finale, è la poesia dei figli. La condizione del figlio si basa su una domanda perpetua: chi (cosa) avrei voluto essere? Quasi tutti, abbandonata questa condizione insieme vitalizia e temporanea, ci mettiamo alle spalle questo dubbio. Solo pochi se lo portano addosso fino alla fine, e questi sono i poeti.
Pasquale Vitagliano
