A proposito del libro E ricomincia il canto
In occasione del decennale della morte di Lucio Dalla, giornali e televisioni stanno commemorando, talvolta sbrigativamente, l’uomo e l’artista, mentre fra i tanti libri in circolazione, E ricomincia il canto (Il Saggiatore Edizioni), uscito pochi mesi fa, appare il migliore, in quanto raccoglie tutte le interviste rilasciate dal protagoniste lungo un arco di tempo che ricopre quasi l’intera sua carriera. Ne parlano due storici della popular music, l’Autore, Jacopo Tomatis, (docente al Dams di Torino) e Guido Michelone (professore al Conservatorio di Alessandria).
– Jacopo, perché un libro che antologizza le interviste a Lucio Dalla? Da dove nasce quest’esigenza?
La proposta, devo dire, mi è arrivata dal Saggiatore, e in particolare da Giuseppe Favi. L’idea era di inserire il libro in una serie di altri titoli simili (di recente sono uscite le interviste di Bob Dylan e di George Harrison). Ho accettato immediatamente. Mi sembrava il modo migliore per raccontare un personaggio complesso e ricco come è stato Lucio Dalla: lasciando la parola a lui, cercando di ricostruire le tracce e le cronologie di una carriera lunga e variegata, nelle modalità in cui si è raccontato nei vari momenti della sua vita. Non avevo fatto i conti con la quantità di interviste, però, e con il personaggio Dalla. Mi aspettavo di trovare interviste profonde, con interlocutori selezionati. Invece ho trovato, e ho dovuto mettere insieme, una moltitudine di frammenti, di dichiarazioni estemporanee, concesse a riviste lontanissime – da PlayMen all’Unità, dal Guerin Sportivo all’Avvenire.
– Scovando queste interviste (spesso poco note agli studiosi) hai trovato qualcosa di nuovo e di utile per comprendere il Lucio Dalla uomo e musicista?
Si tratta di interviste edite, dunque nessuna rivelazione nuova… Certo, io credo, ripercorrere il modo in cui Dalla si è raccontato lungo quasi mezzo secolo (dal 1966 alla morte) apre finalmente uno spiraglio sulla comprensione di una poetica ricchissima, originalissima, unica in Italia, e che fino a questo momento non penso sia stata sempre colta nel suo insieme da chi ha scritto di Lucio Dalla. C’è ad esempio una profonda coerenza tra il periodo beat e le ultime produzioni, spesso dimenticate… Pur nelle inevitabili contraddizioni dell’uomo e nei ripensamenti (chi non cambia idea durante la sua vita, del resto?), emerge un Lucio Dalla organico.
– La sensazione, a fine lettura, è che queste interviste siano il pendant teorico (o mediatico) dell’artista e del personaggio, esternazioni che però rispecchiano una figura sfuggente, a tratti irrisolta o forse di proposito evasiva. Una maschera o altro?
Dalla è evasivo, ma allo stesso tempo è generoso: quanti – all’apice della fama – si sarebbero concessi a così tanti intervistatori, in occasioni diverse? Ognuno di noi ha una maschera, e pensare di scoprire il “vero”, l’”uomo dietro all’artista”, attraverso una raccolta di interviste in gran parte promozionali è davvero un’utopia. Del resto, qualcuno potrebbe dire che non conosciamo mai “veramente” neanche le persone più vicine a noi. A noi rimane il Dalla-personaggio, che si presenta spesso brillante, con la voglia di stupire e intrattenere il suo interlocutore occasionale. Dietro, certo, si intravede il Dalla-uomo – che però, mi sembra, è molto meno interessante, oltre che irraggiungibile.
– La risposte a molte domande risultano quindi generiche, incomplete, prevedibili, diplomatiche, rivelando quasi una pigrizia intellettuale ad approfondire questioni spinose. Condividi?
Sì e no. In alcuni casi – soprattutto nelle interviste per la radio dei primi anni – si ha al contrario l’impressione di una mente tanto veloce che la parola non riesce a starle dietro. Sono interviste punteggiate di non sequitur, di divagazioni, di versi buffi per tagliare corto come se Dalla fosse già oltre quello che sta dicendo. Sono un ascolto affascinante, paragonabile al modo di improvvisare con la voce che ha Dalla, e che la versione scritta riesce a rendere solo parzialmente. Altrove, certo, Dalla non si espone, si cela, dà la risposta diplomatica che ci si aspetta… ma è normale che sia così: era pur sempre una popstar, e molte interviste sono quelle tipiche da meccanismo promozionale del pop.
– Nel caso di Lucio Dalla è davvero pigrizia intellettuale o atteggiamento naïf? A volte pare che riveli lacune culturali, vivendo di intuizioni momentanee e non di studi appassionati: è così?
Dalla era un personaggio coltissimo e curioso, mai intellettualmente pigro per l’idea che me ne sono fatto leggendo e ascoltando decine e decine di ore di interviste. Non ha – questo è vero – una formazione metodica su tutto, ma sa spiazzare il proprio interlocutore con letture e ascolti inattesi – come quando si dichiara fan del grunge negli anni Novanta, o quando argomenta sul jazz.
– Il picco espressivo raggiunto sia con Roberto Roversi sia con i primi album davvero cantautoriali non si è più ripetuto. Di chi o di cosa la colpa o le colpe? [Anche Battiato, come lui, era autodidatta, ma non ha mai smesso di studiare; Dalla forse non ha mai cominciato].
Quello con Roversi è un periodo irripetibile, e – personalmente – quello che preferisco. Però… Dalla ha scritto grandi canzoni anche dopo. Anzi, forse le sue grandi canzoni sono successive: mi sembra ingiusto non riconoscere lo statuto di capolavoro assoluto a dischi del calibro di Come è profondo il mare o Lucio Dalla. “Anna e Marco” è forse la più bella canzone pop italiana di sempre. Ecco, pop: è quella la chiave. Dalla voleva essere “pop”, non voleva essere un cantautore. Voleva piacere a tutti, sempre, non piacere alla critica e ai suoi fan più colti, hipster, alla moda… Da qui derivano anche quelle che potremmo definire “cadute” – penso al kitsch di “Caruso”, o di certe cose anni Duemila. Ma si tratta sempre e comunque di un Dalla consapevole, che mira a parlare al suo pubblico. Solo, forse, noi in quel momento non siamo “il suo pubblico”.
– C’è, a livello letterario, una poetica costante, coerente, consapevole? Esiste un fil rouge che lega tutte le sue canzoni, oltre la musica e l’interpretazione?
Sì, ed è proprio quello del pop. Una della parole che ricorre più di frequente nelle interviste è “comunicazione”. Dalla voleva prima di tutto “comunicare”, arrivare alla gente. La sua carriera è la storia di un filo rosso musicale e poetico, ma anche di un continuo inseguimento del mercato: quando va di moda il beat, è beat. Quando vanno di moda i cantautori, fa “4 marzo 1943” presentandosi di fatto come un cantautore, a Sanremo. Negli anni del prog fa i dischi con Roversi, complessi e sfaccettati negli arrangiamenti. Arriva il reggae, e lui lo infila in “Disperato erotico stomp”… e via così. È questo il filo rosso: Dalla è stato pop, del tipo migliore.

