Franco Acquaviva, Cinque poesie inedite

Sono lieto di presentare cinque poesie inedite di Franco Acquaviva, attore, regista, drammaturgo, poeta. Come poeta ha pubblicato due libri: Teatro nelle fibre del corpo (Giuliano Ladolfi Editore 2016) e Strategia della sparizione (Giuliano Ladolfi Editore 2020). A seguire una mia nota sui testi e una nota biografica dell’autore.

Era la donna in nero tra le case
avvolta in un collo di nebbia crollava
su tutta la notte intorno, vaporava
per la strada vuota la nota esile
di una lampada pallida, maschera
bianca, volto di cenere, un velo
che cala lento da un voltone
o un canto tremulo tra i tetti –
è dall’angolo che viene la nebbia
radiante della donna ferma
all’angolo della strada ritta
sul tappeto storto del selciato;
l’andatura del passante qui non è
pensabile che sia eretta, deve
claudicare come le rose come
il balcone che pende, la ringhiera
che trafora la nebbia; il mantello
sulle spalle della donna in nero:
ecco il mattino di una domenica
senza campane ancora, senza motori
trascina il suo mantello il tempo
adesso come due secoli fa è fermo
impigliato nel tuo orecchino di luce
donna in nero linea snella anima
ti vedo pendere dal palo d’oro
gocciolante, i piedi sospesi
sono pioggia i tuoi piedi
l’alba è lontana.

*

Il suono dei tamburi, le voci
i motori impallati, si impigliano
tra la folla i piedi, le occhiaie,
nidi di occhi cuciti dentro le
palpebre; bocche-salsicce, volti-
uova, griglia di carni variegate
a contatto il corteo avanza, sfogo
di scale svuotate verso la metro
per un mistero, dura un istante
scolo di corpi lungo le scale
per un mistero, che si ripete
costante, sulle macerie dei volti
sospesi, scomparse le architetture
antiche – correte manifestanti
la rabbia degli immanifesti, dovrei
stare con voi invece mormoro rosari
di vendetta, scolo di corpi lungo
le scale, fuggire dalla calca qui
tutto si tiene per un sortilegio
malato, l’ago e il filo non suturano,
abbiamo scucito gli occhi dal cielo.

*

L’onda bianca a quattro zampe
germina dal campo bucaneve
è ben disegnata la mascella
l’occhio inclina come il Carro
dalle superstiti immensità,
il silenzio è il suo saluto
il suo addio ha sapore d’erba
di dura terra di dicembre
è chiamato da una cavezza
d’amore sottile come un fumo
reale come un grido,
allora arriva ondeggiando greve
accoglie la carezza il bacio –
sentire il suolo animale
lo zoccolo della vita come percuote,
siamo al tamburo, la terra è vuota,
solo le vacche accosciate in fondo
e il principe Myskin dei ragli
sta muto nella contemplazione.

*

Sempre la pianura sa di assenze
sono banditi i presentimenti
i presagi nella linea ininterrotta
della campagna industriale –
come abbiamo potuto distogliere
l’umano dalle ascendenze dirette
della terra noi discesi sull’ultimo
gradino sotto il quale balla il vuoto
la terra una pellicola trasparente,
un prodotto ben confezionato?

*

Solo un pane e le merci sparirebbero
solo una vita: e le tentazioni?
moltiplicate o azzerate?
Vedo qui nella quiete di un vicolo
senza tempo come si ammassa
la vita: basta poco a perdere la via
basta non fare più attenzione per un
secondo e il secondo dopo la fitta
trama delle cause e degli effetti
ci sommerge. Solo un pane e solo
una vita e solo si ripercuote nel vuoto
un perché; e solo una risposta viene
da ciò che chiamiamo Dio, solo un
Dio, e la risposta è vasta…
Dunque così sarebbe la risposta:
vasta per effetto della molteplicità
dell’Uno, ma tu sai quanto basta che
l’Uno lo si trova nell’attenzione,
quando salta tutto e dalle fessure
di ogni cosa che si è rotta passano
senza ritorno e con nuova lena i venti…

*

Nota sui testi
di Giorgio Morale

Quello che mi colpisce in queste poesie di Franco Acquaviva è il carattere quasi ipnotico del ritmo, con versi che variamente improvvisano intorno all’endecasillabo e le parole che si avvitano, s’inseguono, ritornano come nei versi di Dino Campana. Le prime due poesie ambientate in città creano un labirinto sintattico, dalle cui volute emergono figure sfocate che assumono quasi loro malgrado caratteri simbolici e la cui fisionomia fa tutt’uno con un ambiente problematico. Le note coloristiche sono cupe: nero, nebbia, notte, vuoto, palllido, cenere. I dettagli, concretissimi, si accumulano come in un mosaico e danno vita a situazioni senza tempo, con una domanda di significato che attraversa i secoli. L’io lirico manifesta la sua estraneità e si ritrae dallo “scolo di corpi” per “fuggire dalla calca”, perché “qui / tutto si tiene per un sortilegio / malato, l’ago e il filo non suturano, / abbiamo scucito gli occhi dal cielo”. In tanto nero e nebbia splendono un “orecchino di luce” e un “palo d’oro”. Ma i piedi continuano a essere immersi in una pozzanghera in cui come nel poema di Rimbaud è naufragata la nostra civiltà e “l’alba è lontana”. Anche nell’ultima poesia il poeta si presenta in una situazione concreta – “Vedo qui nella quiete di un vicolo / senza tempo come si ammassa / la vita” – per esprimere l’aspirazione a un superamento di essa. La chiusura dell’esistente, che richiama eco novecentesche e in particolare montaliane, qui è determinata dall’orizzonte gremito di merci. Nella quarta poesia la terra intera è diventata “un prodotto ben confezionato”. Questo orizzonte delimitato dalla “fitta / trama delle cause e degli effetti” trova uno spiraglio nell’attenzione, la sola in grado di reimmergerci nella vastità di tutto e di accogliere ciò che è. La stessa che l’io esercita nella terza poesia nei confronti de “il principe Myskin dei ragli” che “sta muto nella contemplazione”. Una poesia concreta, quindi, in cui la concretezza si carica di sensi metafisici, che mi auguro venga proposta presto su carta.

*
Nota biografica
Franco Acquaviva è attore, regista, drammaturgo, poeta. E’ regista, attore e drammaturgo del Teatro delle Selve, che fonda nel 1999 con Anna Olivero. Come attore si forma al Teatro Ridotto di Bologna con cui lavorato 12 anni, poi ha lavorato per venti anni (1990-2010) come attore e insegnante al fianco di Iben Nagel Rasmussen, attrice e pedagoga teatrale storica dell’Odin Teatret di Eugenio Barba, all’interno del progetto internazionale The Bridge of Winds.

Nel gennaio 2016 esordisce come poeta con il libro Teatro nelle fibre del corpo, Giuliano Ladolfi Editore.

E’ direttore editoriale della Collana di Teatro della Giuliano Ladolfi Editore, per la quale ha curato e introdotto il volume di Laura Pariani Il camminante e altri pezzi di teatro e ha curato i volumi di Scena&Poesia I, II e III (2017-18-19) che raccolgono i nove testi vincitori delle tre edizioni dell’omonimo premio nazionale di drammaturgia, di cui è ideatore e direttore.

Nel maggio 2019 e nel 2020 ha inoltre ricevuto una menzione speciale per una poesia inedita al XXV e XXVI premio nazionale di poesia “Città di Borgomanero”. Nell’agosto 2019 è stato tra i finalisti al premio nazionale di poesia “Il Federiciano”. All’inizio del 2020 è stato tra i finalisti al premio nazionale di poesia “Habere Artem” XX edizione.

Ha pubblicato saggi di teatrologia su diverse riviste specializzate di rilevanza nazionale (Prove di Drammaturgia, Culture Teatrali, Teatri delle Diversità, Ricerche di S/confine), ed è stato tra i curatori del volume Il Ponte dei Venti, ed. Il Battello Ebbro, Bologna, 2000.

Nel dicembre 2018 il suo testo teatrale Agonia ha ricevuto una menzione speciale nell’ambito del Concorso Autori Italiani indetto dalla Fondazione Carlo Terron di Milano.

E’ stato redattore della rivista nazionale di poesia, narrativa e teatro, Atelier.

In veste di critico teatrale scrive per Sipario, per Paneacquaculture e per Pangea.news. Ha inoltre collaborato con Gagarin Orbite Culturali, e ha pubblicato circa 100 puntate di una rubrica intitolata Teatri di Babele su un periodico cartaceo molto seguito della provincia di Verbania.

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