Frammenti di Cinema # 49

Nella città l’inferno (1959) di Renato Castellani se non è il miglior film carcerario nella storia del cinema è il più attuale. Non ci sono protagonisti maschi. Il film è ambientato nel carcere femminile delle Mantellate, nella via romana omonima, alle spalle di Regina Coeli. Al centro c’è lo scontro tra due grandi attrici, Anna Magnani (nel progetto iniziale doveva esserci Silvana Mangano, ma chiese una cifra economica esorbitante) e Giulietta Masina, modelli femminili opposti. Sul piano antropologico, tuttavia, la nota che emerge, grazie alla bravura degli sceneggiatori e del regista, è che le regole e i legami della sopraffazione, esaltati dentro il claustrofobico universo carcerario, sono universali, più animaleschi che umani, e non hanno genere sessuale. L’idea è stata di recente ripresa dalla serie Netflix Vis a vis – il prezzo del riscatto (2015-2019) con alcune delle attrici provenienti dal successo dell’altra serie La casa di carta.

Tra i restanti film con questa ambientazione, si alternano due linee: una fondata sulla fuga; l’altra sulla catarsi. In effetti, dal carcere si fugge o si esce trasformati (questo è l’effetto che si vuole produrre sullo spettatore). I film sulla fuga hanno un precedente letterario nell’impresa di Edmond Dantes che, grazie al viatico dell’abate Faria, riesce a scappare dal Castello d’If ne Il Conte di Montecristo di Alexandre Dumas.  Se si esclude Fuga da Alcatraz (1979) di Don Siegel con Clint Estwood, in cui la “strategia di fuga” è centrale nella narrazione, il più importante è Papillon (1973), diretto da Frankin Schaffner e interpretato da Steve McQueen e Dustin Hoffman al massimo del loro valore. A scriverne la sceneggiatore fu Donald Trumbo riabilitato dopo le purghe anticomuniste del maccartismo, costretto a vincere due oscar senza poter leggere il proprio nome sui titoli. Questa volta non solo mette il nome, ma si concede pure un piccolo cameo. Nel 2017 Michael Noer ne ha fatto un remake che non ha lasciato alcuna traccia. Alla linea catartica, invece, appartengono Nick mano fredda (1967) e Brubaker (1980), entrambi, non a caso, dello stesso regista Stuart Rosenberg. Meriterebbero un’analisi particolare molti altri film carcerari. Gli Stati Uniti primeggiano sempre. In questo caso, si sente la tensione costante tra le due anime americane, quella libertaria, fondativa e mai sopita del tutto, e quella autoritaria, imperiale e percepita come necessaria.

Due film carcerari italiani si segnalano per una singolare visione di questo universo. Ariaferma (2021) di Leonardo Di Costanzo è in apparenza un film sul dialogo dentro-fuori, guardia-prigioniero. Se fosse così sarebbe uno dei tanti. Invece, colpisce la forma del carcere. E nel centro della sala, da cui si diramano i bracci delle celle, sul pavimento c’è un ottagono. Il carcere, allora, si trasfigura in una montagna incantata. L’agnizione (il riconoscimento) della scena finale sarebbe l’illuminazione terminale di un percorso iniziatico. Con il viatico della cucina e della luce assistiamo ad un incremento alchimistico dei personaggi. Del 2012, più vecchio, è Cesare deve morire diretto da Paolo e Vittorio Taviani, Orso d’oro a Berlino. Vediamo un’intensa prova di meta-cinema o di teatro-filmato, in quanto il soggetto è la messa in scena del Giulio Cesare di Shakespeare da parte dei detenuti di Rebibbia diretti dal regista teatrale Fabio Cavalli. L’intuizione è geniale. Il carcere è esso stesso una messa-in-abisso.

 

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