Giuseppe Fidone, I cedri d’Aprile a san Giorgio

Giuseppe Fidone, I cedri d’Aprile a san Giorgio
di Giorgio Morale

È un buon romanzo, I cedri d’Aprile a san Giorgio (Intermedia Edizioni 2021), che Giuseppe Fidone ha scritto per trasmettere una memoria. D’altra parte, non sono le Muse protettrici delle arti figlie di Giove e della Memoria? Lo dichiara l’autore nell’Introduzione: “Io sono stato testimone di alcuni di questi fatti: gli ultimi accaduti. Gli altri, quelli precedenti li ho sentiti raccontare da uno che sapeva cosa vuol dire raccontare!”. Si potrebbe pensare che questo dichiarare il romanzo come un racconto di un racconto sia l’equivalente dell’espediente del “manoscritto ritrovato”, ma Fidone in una presentazione pubblica del libro ha affermato trattarsi veramente di una storia che un familiare gli ha raccontato con la preghiera di assicurarne la trasmissione. L’autore si è appassionato alla storia e l’ha ricostruita raccogliendo le testimonianze di altri familiari, l’ha tenuta nella memoria e nei cassetti, fino a quando essa ha preso forma in questo libro.

La narrazione orale quindi è l’ispirazione dell’opera, dice l’autore, che in questo modo dà segno di onestà e umiltà rare nel mondo letterario, e io aggiungo che essa è anche la cifra stilistica del libro. Innanzitutto per quanto riguarda la scrittura: essa è pacata, senza orpelli o nervosismi, senza stringatezze artificiose o brusche ellissi, tutto quanto insomma la narrativa chiama a raccolta per inchiodare il lettore alla pagina. Fidone invece lascia dispiegarsi nella sua ricchezza e complessità la voce narrante, come forma di rispetto della storia e del suo narratore a cui egli offre la memoria e la scrittura. Una scrittura che si può chiamare onesta, come Gianrico Carofiglio definisce una scrittura lineare, concreta, senza parole inutili, scritta per farsi capire. La storia così si dipana in modo naturale, “press’a poco colle medesime parole semplici e pittoresche della narrazione popolare”, come scriveva Giovanni Verga nella prefazione a L’amante di Gramigna, per farci trovare “faccia a faccia col fatto nudo e schietto, senza stare a cercarlo fra le linee del libro, attraverso la lente dello scrittore”.

A questo risultato non nuoce il fatto che la narrazione sia condotta in prima persona, perché si tratta di una prima persona discreta, che ha la leggerezza non invasiva della terza persona. Difatti essa non è dell’autore ma del protagonista del romanzo, colui che costituisce il primo narratore. L’io che racconta pertanto è un personaggio come gli altri, che in alcuni momenti esce di scena per raccontare gli eventi che hanno travagliato e travolto la sua famiglia e che hanno determinato la sua vita. Anche perché si tratta di eventi che s’impongono per la loro straordinarietà e che potrebbero dare luogo a narrazioni giocate in chiave fantastica o pirandelliana, per il ruolo che in essi gioca il caso, ma che Fidone affronta con coerente realismo.

Matteo Belgrano, figlio di massaro Ippolito, racconta la sparizione del fratello Bernardo e la sua lunga ricerca da parte della famiglia sconvolta da un evento apparentemente inspiegabile. La situazione di equilibrio è rotta in incipit: “Tornando a casa dai pascoli alle gerbe saracene, mio fratello Bernardo scomparve. Era il giorno del suo ventesimo compleanno, la sera dell’undici novembre del ’32, festa di San Martino protettore degli animali cornuti”. L’incipit dà il tono alla narrazione, di cui via via delinea le coordinate storiche non in modo digressivo ma per quanto esse s’intrecciano con la storia dei personaggi. La ricerca di Bernardo prosegue attraverso gli anni della propaganda fascista, la nascita dell’Impero, lo scoppio della guerra, l’8 settembre, il dopoguerra e il trasformismo dei potenti.

Anche l’ambientazione siciliana nella società rurale della campagne presso Modica è precisa: non troviamo qualche parola in dialetto solo per creare il colore locale come in alcuni romanzi alla moda o per il gusto sperimentale per i pastiche linguistici, ma i termini siciliani sono inseriti nel racconto con parsimonia, quando corrispondono alla necessità della denominazione, e quando ciò avviene una nota ce ne fornisce significato ed etimologia. La cura per la ricostruzione dell’ambiente si estende alla descrizione dei lavori dei campi, dei modi di vivere, delle tradizioni e delle credenze popolari, di cui ci fornisce una testimonianza quasi da indagine folclorica scientifica. Anche questo però non costituisce una digressione ma è parte essenziale della narrazione, motore di vicende e sostanza di cui sono fatti i personaggi. Ad esempio, quando Matteo legge le lettere di Bernardo, riconosce che sono davvero del fratello non dalla scrittura, ma per “il mondo che c’era dentro… Leggere quelle lettere è stato come ascoltare il canto Belgrano della terra… C’erano le stesse atmosfere, la stessa lingua, impastata di terra e popolata di piante e di animali, l’identica anima contadina… l’attaccamento sconsiderato a un mestiere duro e spietato, che diviene idea di mondo”.

Malgrado non sia un romanzo fluviale come quelli a cui in genere viene attribuita questa denominazione, I cedri d’Aprile a san Giorgio può essere visto come una “opera mondo”, un’opera che, come scrive Franco Moretti, “copre l’intero spettro sociale e linguistico della sua terra” e che del mondo che rappresenta costituisce una sorta di epica e di enciclopedia. Vi si sente lo scorrere delle stagioni nella vita di uomini, piante e animali, il legame fra le generazioni, i ritmi del lavoro e della vita quotidiana, i valori dello stare insieme e del mangiare e bere, il susseguirsi delle nascite e delle morti, tutto quanto insomma costituisce quello che Michail Bachtin chiama il “cronotopo dell’idillio”, tipico di una società preindustriale in cui la fatica del lavoro e del vivere è inscritta in un ciclo della vita di cui rappresenta una parte e non una minaccia. Non a caso l’ultima scena del libro vede il nonno massaro Ippolito ripetere al nipote la stessa filastrocca che il figlio Matteo si sentiva ripetere da bambino.

Ho detto le mie impressioni su questo libro ma ho evitato volutamente di raccontarne la vicenda, perché essa va scoperta leggendo il libro, che riserva le sue rivelazioni alle ultime pagine non per astuzia ma per assecondare il naturale svolgimento dei fatti. Dirò solo che la già coinvolgente prima inchiesta sui motivi della sparizione di Bernardo trapassa inavvertitamente in una inchiesta ancora più coinvolgente. Una volta che il protagonista Matteo ha preso il posto del fratello maggiore Bernardo nella famiglia e nella masseria, viene a scoprire delle cose inaspettate sul fratello che lo porteranno a intraprendere un viaggio a ritroso alla ricerca delle proprie radici. S’innesta così un giallo nel giallo, che in realtà è un viaggio alla scoperta di se stesso e un romanzo di formazione. Come dice Matteo, la sua “presa di coscienza del mondo fuori del cortile di casa è coincisa in modo perfetto con la… scomparsa” del fratello. La storia è sostenuta dal gusto del racconto tipico della tradizione orale , di una pregevole sensibilità per la natura e di una capacità non comune di dare rilievo a tutti i personaggi.

Il romanzo ci offre nelle ultime pagine la morale che Matteo e il padre massaro Ippolito ricavano dai fatti vissuti, un po’ il “succo della storia” di manzoniana memoria. “Quando non abbiamo la cognizione esatta di come può essere complicata la vita, può accadere che i fatti possano prendere il sopravvento sui nostri buoni propositi” nota Matteo. E il padre risponde con parole che Matteo non dimenticherà: “Fai nella vita quello che il dovere ti impone di fare, ma voltati sempre indietro per capire quello che hai fatto! Non fermarti mai all’apparenza delle cose, riconsidera sempre tutto alla luce di quello che hai imparato dalla vita! La strada già fatta ti aiuterà a capire la strada ancora da fare!… Non avere la presunzione di aver capito tutto! I dubbi servono a tenere sveglia la mente! Ricordati sempre che quando la matassa s’ingarbuglia troppo, per ritrovare il bandolo non basta la testa, ci vuole anche il cuore!”.

E soprattutto arriva gradita l’ultima frase del romanzo, l’auspicio che non ci manchino mai “senso e parole affinché possiamo continuare a raccontare storie per dare forma e significato allo sconvolgente e al meraviglioso dell’avventura umana”.

Un pensiero su “Giuseppe Fidone, I cedri d’Aprile a san Giorgio

  1. Marco Punzi

    Caro Giorgio, ti confermo che mi stupiva a tutt’oggi la mancanza di una tua recensione su “I cedri di aprile a San Giorgio del ns caro amico e compagno di studi Giuseppe Fidone.
    Che scrivere ancora? Piacevolissima la lettura del libro, ottima la tua recensione critico letteraria!
    Con invito ed esortazione a Pippo di continuare a scrivere ancora

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