
La partita della vita si gioca su due polarità: levità e pesantezza. Nel libro di Daniele, Dio dichiara: ti ho pesato e ti ho trovato leggero, cioè mancante: il termine gloria, in ebraico, significa peso. L’insostenibile leggerezza dell’essere, come nei quadri di Chagall, fa evadere insensibilmente dalla realtà quotidiana. Il giogo di evangelica memoria, visto dalla nostra parte, appare tutt’altro che soave, la verità troppo grave, e non di rado molesta. Come si presenta, il mondo, dal punto di vista di Dio? Siamo un popolo di dura cervice, perennemente in fuga da ciò che conta ma non sempre attrae. C’è forse un punto d’incontro fra le opposte prospettive, come nei panorami marini in cui cielo e terra si abbracciano, e i confini svaniscono in riflessi di struggente bellezza? Il nodo è lei, la bellezza. Ogni scarrafone è bell’ ‘a mamma soja, si dice a Napoli: così gli occhi di Dio si posano su noi, al di là delle piaghe che sfigurano il volto. La bellezza evoca l’anima, costringe ad alzare lo sguardo in un gesto che oltrepassa l’effimero. Mi scopro, a volte, a osservare gli animali domestici: non si slanciano in aneliti romantici né si sgomentano al cospetto di un cielo stellato, ma annusano l’angolo di strada in cerca di odori inusuali, o di piccole prede. Non escono dal recinto angusto di un’auto conservazione prevedibile. Basterebbe questo per prendere coscienza che vivere così per noi è impossibile, che perdersi qua e là, pur di evitare l’incontro con la morte, sarà forse leggero, ma smarrisce lo splendore di una vita che sa alzare lo sguardo, che nel peso della gloria assapora l’eterna consistenza di un amore più forte della morte, di una luce che trionfa su ogni buio.

Il peso della gloria e la leggerezza della superficialità: una contrapposizione interessante.