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Sulla felicità. Appunti di lettura, di Edoardo Sant’Elia

È un saggio multiplo, ricco di echi, quello imbastito attorno a La forma della felicità da Fabrizio Centofanti e Sabrina Trane (Effatà, 2021). Un sacerdote, con una significativa formazione letteraria, e una psicologa, con specializzazione in psicoterapia cognitiva. Che però non si affrontano schematicamente, non si schierano dietro le proprie idee ma piuttosto intrecciano nel corpo del testo riflessioni e suggestioni, tracciando un percorso che offre vari livelli di lettura, varie possibilità di confronto: di cui approfitto, misurandomi in estrema sintesi con alcuni dei numerosi temi messi in campo.  Continua a leggere

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Le nuvole, da quest’angolo di cielo, formano figure strane che convergono in un unico punto, sopra la merlatura delicata dei colli in lontananza. Raggi scuri si aprono a ventaglio, mentre, poco sopra, compaiono fasce morbide e chiare come panna. Luce e tenebra s’intrecciano e costringono a meditare sulla vita, l’inestricabile groviglio di bene e di male, di bellezza e bruttezza: bisogna, per oltrepassare le contraddizioni, lasciarsi attraversare dalla gioia e dal dolore, dall’angoscia e l’allegria, dal momento che solo il coraggio della verità restituisce l’umanità alla sua interezza. Perché fuggire? Il fascino delle favole attira dalla più tenera età eppure non descrivono solo luoghi incantati, principesse e principi felici o tesori d’inestimabile valore. Mettono in scena mostri terribili, persone crudeli, pericoli mortali. Generazioni di bambini e di adulti se ne ciberanno sino alla fine dei secoli. Le fiabe sono vere, scriveva Italo Calvino: sta in ciò la loro irresistibile attrattiva. Nell’essere umano c’è un paesaggio abitato da streghe, draghi ed eroi, ma c’è anche un punto in cui tutto converge: lo spirito, leggero come la nuvola e immenso come il mare. Ci s’inabissa nelle sue profondità per scoprire ciò che unifica ogni cosa, lungo quel filo che s’intreccia e si dipana all’infinito. Che sarà mai questo? Una dimensione che la mente postula e articola in teorie matematiche? O una cosa del cuore, il desiderio più profondo e radicato, che attende solo di poter danzare al ritmo dei sogni? Una favola: che, ancora e sempre, è vera.

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La partita della vita si gioca su due polarità: levità e pesantezza. 
Nel libro di Daniele, Dio dichiara: ti ho pesato e ti ho trovato leggero, cioè mancante: il termine gloria, in ebraico, significa peso. L’insostenibile leggerezza dell’essere, come nei quadri di Chagall, fa evadere insensibilmente dalla realtà quotidiana. Il giogo di evangelica memoria, visto dalla nostra parte,  appare tutt’altro che soave, la verità troppo grave, e non di rado molesta. Come si presenta, il mondo, dal punto di vista di Dio? Siamo un popolo di dura cervice, perennemente in fuga da ciò che conta ma non sempre attrae. C’è forse un punto d’incontro fra le opposte prospettive, come nei panorami marini in cui cielo e terra si abbracciano, e i confini svaniscono in riflessi di struggente bellezza? Il nodo è lei, la bellezza. Ogni scarrafone è bell’ ‘a mamma soja, si dice a Napoli: così gli occhi di Dio si posano su noi, al di là  delle piaghe che sfigurano il volto. La bellezza evoca l’anima, costringe ad alzare lo sguardo in un gesto che oltrepassa l’effimero. Mi scopro, a volte, a osservare gli animali domestici: non si slanciano in aneliti romantici né si sgomentano al cospetto di un cielo stellato, ma  annusano l’angolo di strada in cerca di odori inusuali, o di piccole prede. Non escono dal recinto angusto di un’auto conservazione prevedibile. Basterebbe questo per prendere coscienza che vivere così per noi è impossibile, che perdersi qua e là, pur di evitare l’incontro con la morte, sarà forse leggero, ma smarrisce lo splendore di una vita che sa alzare lo sguardo, che nel peso della gloria assapora l’eterna consistenza di un amore più forte della morte, di una luce che trionfa su ogni buio.

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A volte capita di vedere le cose come da un aereo che plana: non dalla quota degli aerei di linea – dai cui oblò si distinguono soltanto vaghe forme – ma da una prospettiva sufficientemente diversa da quella abituale.
Le sensazioni sono quelle di una leggerezza, un’ebbrezza del tutto sconosciuta a un quotidiano che quasi si trascina, più per istinto di sopravvivenza che per gioiosa adesione. E’ come cogliere il filo che attraversa la trama della vita e intesse il dolore più assurdo e l’attimo all’apparenza più banale, l’esperienza di serenità e l’evento denso di significato. Un senso che corre verso una bellezza in cui il terribile e il sublime si fondono come in un’opera d’arte il cui incanto rimane inalterato. È questo l’effetto della mutata prospettiva che riproduce lo stato d’animo provato quando si ammira un quadro, l’emozione sprigionata dall’ascolto di una poesia o di un brano musicale, l’accorgersi che quanto sembrava un groviglio inestricabile di momenti difficili era invece un capolavoro di inestimabile valore. Perfino l’ombra scura che si profila all’orizzonte, il rumore  delle armi, l’angoscia della violenza più cieca può acquistare un senso misterioso, senza nulla togliere alla sua tragicità: finisce col rivelare il volto dell’eterna lotta tra il male – che cerca di trovare spazio – e il bene – che mobilita i personaggi più santi per avvertirci del pericolo incombente, per fornirci le armi più adatte a questo tipo di conflitto. Le apparizioni mariane, copiose nel secolo trascorso e in quello presente, hanno proprio questo scopo. È l’aèrea prospettiva da cui contemplare, la chiave per interpretare la concatenazione degli eventi sul pentagramma della storia. A cominciare da quella personale, che nel suo rovescio rivela il lavorìo di dita operose, impegnate a tessere il disegno di un amore più forte della morte, un potere che attraversa il confine fra la terra e il cielo, pur di trarre dalle sabbie mobili tutto ciò che, mancando il bersaglio, si rivela come male.

Il cammino per l’uomo, di Fabrizio Centofanti e Sabrina Trane


Il senso del libro di Fabrizio Centofanti e Sabrina Trane è tutto nel titolo: la conversione è un cammino per l’uomo – qui un prete alle prese con la sua fragilità umana – ma anche dell’uomo in generale – Adam, per intenderci – che non a caso prende il nome da adamà, la terra, impastata di imperfezioni e per questo bisognosa del cielo. Queste pagine sono la testimonianza di come Dio ribalti, nell’esistenza concreta di uomini e donne, situazioni apparentemente compromesse. Ciò non avviene senza costi altissimi: la sofferenza necessaria per il riscatto di una vita, e la tenebra che sempre avvolge chi entra in contatto col peccato. Gli ebrei hanno una parola struggente per dire conversione: shub, il gesto del tornare, dopo essere partiti per un paese lontano. Questo è il racconto di un ritorno, del lungo cammino dalla carestia all’eucaristia. Che possa essere d’aiuto per tutti i pellegrini della terra.

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La forma della felicità. Una lettura di Riccardo Ferrazzi.

 

Fabrizio Centofanti, sacerdote, poeta e narratore, e Sabrina Trane, psicologa cognitivista, affrontano in un breve saggio una sfida monumentale: una vera e propria rifondazione dei motivi per scegliere di credere in Dio. Non il Dio astratto della filosofia, ma quello annunziato da Gesù Cristo. Questo saggio mette da parte un vuoto teologico che rischia di diventare destabilizzante e individua per la fede presupposti adatti a chi vive nel mondo attuale, dove il successo sembra essere la regola di tutte le cose.

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La forma della felicità. Dal 22 aprile nelle librerie.

di Barbara Pesaresi

“Le stelle brillano dalle loro vedette

 e gioiscono; 

egli le chiama e rispondono: «Eccoci!» 

e brillano di gioia per colui che le ha create.” (Baruc 3,34-35)

Don Fabrizio Centofanti, sacerdote e scrittore, e Sabrina Trane, psicologa, con “La forma della felicità” lastricano di un altro tassello quel cammino di vita nello Spirito che hanno iniziato a proporre a partire da “Piccolo manuale di spiritualità”. 

La nostra vita è un continuo rimpallo tra interiorità ed esteriorità, luce ed ombra. Il rischio, se non si trova una sintesi armoniosa tra i due stati, è quello di scivolare o in un esasperato soggettivismo, venendo a mancare il vitale confronto con l’altro, o in una sterile superficialità perché votati all’apparenza. 

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Coincidenze?


di Sabrina Trane

Navigando in rete, mi sono imbattuta in una conferenza del professor Livio Melina, monsignore della Chiesa Cattolica. E’ uno dei nomi eminenti recentemente liquidati dalla riforma del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia, ma questo è un altro discorso. Ho trovato estremamente affascinante la sua lezione, e quel che mi ha più colpito è una citazione tratta da un libro, De la Vie avant toute chose, scritto nel lontano 1979 da Pierre Simon, Venerabile Maestro del Grande Oriente di Francia (un’alta carica della Massoneria francese), convertito poi alla fede cattolica.

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