Sulla felicità. Appunti di lettura, di Edoardo Sant’Elia

È un saggio multiplo, ricco di echi, quello imbastito attorno a La forma della felicità da Fabrizio Centofanti e Sabrina Trane (Effatà, 2021). Un sacerdote, con una significativa formazione letteraria, e una psicologa, con specializzazione in psicoterapia cognitiva. Che però non si affrontano schematicamente, non si schierano dietro le proprie idee ma piuttosto intrecciano nel corpo del testo riflessioni e suggestioni, tracciando un percorso che offre vari livelli di lettura, varie possibilità di confronto: di cui approfitto, misurandomi in estrema sintesi con alcuni dei numerosi temi messi in campo. 

Conoscersi. In che modo? Il richiamo al frontone del tempio di Delfi, quel «conosci te stesso» che è il monito chiave della società occidentale, la bussola dell’individuo nel magma della vita, degli eventi, è naturalmente opportuno. Nei confronti della società consumistica può fungere da contrappeso bilanciando le continue tentazioni che ci circondano, che ci allettano: ma entro quali confini? Il dominio delle merci, indubbio, non è tuttavia imposto per decreto; lo strumento attraverso cui si attua e si espande, è certo la pubblicità, nei cui confronti, peraltro, il meccanismo del puro e semplice rifiuto a mio parere non può funzionare. Come tutti i linguaggi che abitano il presente, infatti, la pubblicità, quella cartellonistica, quella giornalistica, quella televisiva, attraverso i propri strutturati meccanismi, che sarebbe interessante decrittare senza riserve di nessun tipo, si propone in maniera anche innovativa, rimescolando le carte dell’immaginario collettivo e della sua narrazione. Si traduce, da ultimo, in un modo ulteriore di indagare la realtà, dunque in un processo di conoscenza – chiaramente per i propri fini, la raffinatezza subdola è compresa nel pacchetto. Sta poi a chi legge, guarda, ascolta, non recepirla passivamente, restare invece individuo pensante, che sa scegliere. Insomma, la pubblicità fa il suo mestiere, noi proviamo a fare il nostro. 

L’interiorità. È una sfida, si sottolinea, una sfida che va accettata. E ci vuole non poco coraggio per farlo. È una questione di tempo; e di sguardo. Occorre prenderselo, il tempo, strapparlo al quotidiano, agli impegni cosiddetti irrinunciabili, trovare il modo di dialogare con sé stessi, senza farsi distogliere e senza alibi, senza carinerie, ma neppure praticando un’inutile narcisistica flagellazione; se il dialogo è autentico, ininterrotto, non mancheranno le sorprese, positive come negative. Se lo sguardo è capace di penetrare in profondità, se la vista non si appanna nella discesa, saremo in grado di far emergere al fondo di ciascuno di noi, ed è una bella metafora quella proposta dagli autori, l’isola di Atlantide, il piccolo continente o l’enorme scoglio scomparso di cui favoleggiavano gli antichi geografi, i primi cartografi. Sarà pur finito da qualche parte! Nel fondo dell’Oceano Atlantico, secondo alcuni; e allora perché non immaginare che ognuno custodisca in sé un’isola altrettanto sconosciuta, altrettanto mitica, da esplorare con passione e cautela?    

L’ascolto. La Bibbia e Calvino. Il gran libro dei libri, intriso di violenza e di pietà, che condanna ed assolve con la stessa furia, lo stesso umano impeto, e il letterato novecentesco che tasta il polso al secolo, che ne trascrive i battiti, i gemiti perplessi, le inveterate follie. «Nella Bibbia, Dio esorta in sogno Salomone, appena diventato re, a chiedergli la cosa che desidera di più. Lui opta per un lev shomea, un cuore che sappia ascoltare. Viene in mente una drammatica annotazione di Italo Calvino nel racconto Un re in ascolto: non c’è più nessuno che ascolti nessuno». È questo l’odierno peccato capitale, il più trascurato e il più atroce. Si nega all’altro, e per conseguenza a sé stessi, la possibilità di aprirsi, di esprimersi, di narrare le proprie gesta, così da poter dare alla vita senso e significato. Non ascoltare, meglio: fingere di ascoltare attendendo impazienti il proprio turno, distrarsi, sovrapporsi, minimizzare, offrire una comprensione di facciata, significa negare alla radice ogni convivenza. L’esibizione dell’Io per riempire la solitudine di trofei: un’impresa, spesso e purtroppo reciproca, destinata alla sconfitta, malgrado le apparenze.

Il silenzio. L’ascolto presuppone silenzio. Un silenzio partecipe, soprattutto quando l’interlocutore è impalpabile, quando siamo alle prese con la nostra coscienza o con un’entità che trascende il reale. «La vita spirituale non ammette approssimazioni, ma una vigilanza permanente che permetta di sintonizzarsi con qualcosa che ci supera». Una simile capacità di concentrazione, di raccoglimento, è particolarmente difficile da ottenere, da praticare nella nostra epoca. I rumori di fondo ci confondono, ci avvolgono, ci cullano finanche, sono una colonna sonora che finiamo per introiettare come parte inevitabile della nostra vita. Non dovrebbe essere così. E mettono in guardia, gli autori, anche dalla tentazione opposta, quella di rifugiarsi in un Nirvana senza emozioni, un infrangibile cristallo che dovrebbe proteggerci dai colpi a sorpresa, insostenibili a quanto pare, dell’esistenza. Nel difficoltoso equilibrio di ognuno, nel silenzio ritrovato ma non escludente, la risposta alle pressioni inevitabili che subiamo: e che, secondo me, abbiamo il dovere etico di affrontare. 

Non è un manuale il volumetto di Fabrizio Centofanti e Sabrina Trane. Non contiene istruzioni per l’uso. Il dialogo di base – Una spiritualità per il mondo contemporaneo, recita il sottotitolo – si allarga ai lettori attraverso una serie di cerchi concentrici sempre più ampi, che giungono a comprendere e riassumere una totalità esteriore quanto interiore; stimolando, nell’unità della visione, quell’ineludibile riflessione critica attorno alla personalissima (arbitraria?) ricerca della felicità perseguita da ciascuno di noi. Sempre ricordando come «La scienza ha dimostrato che la realtà non è uguale per tutti, ma dipende dalla prospettiva dell’osservatore»

Un pensiero su “Sulla felicità. Appunti di lettura, di Edoardo Sant’Elia

  1. Ema

    “ E noi che pensiamo la felicità
    come un’ ascesa, ne avremmo l’emozione
    quasi sconcertante
    di quando cosa ch’ è felice, cade.”

    R.M.Rilke

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