La forma della felicità. Una lettura di Riccardo Ferrazzi.

 

Fabrizio Centofanti, sacerdote, poeta e narratore, e Sabrina Trane, psicologa cognitivista, affrontano in un breve saggio una sfida monumentale: una vera e propria rifondazione dei motivi per scegliere di credere in Dio. Non il Dio astratto della filosofia, ma quello annunziato da Gesù Cristo. Questo saggio mette da parte un vuoto teologico che rischia di diventare destabilizzante e individua per la fede presupposti adatti a chi vive nel mondo attuale, dove il successo sembra essere la regola di tutte le cose.

Non c’è motivo di nascondersi che, di fatto, alcune parti – non indifferenti – della dottrina tradizionale sono in discussione. Per citarne una, la “abolizione” del Limbo, decretata da un Papa teologo, porta con sé interrogativi di peso ai quali prima o poi bisognerà dare una adeguata risposta. Ma fino a quando le risposte non arriveranno la Chiesa deve comunque spiegare perché il suo insegnamento resta valido, in quale senso va preso, quali sono gli obbiettivi che persegue e perché vale la pena di adeguare i nostri comportamenti.

È questa la direzione in cui va il saggio e la sua impostazione è modernissima: poca filosofia e le Scritture citate solo come supporto, quasi per dire: vedete? La stessa cosa è successa a Babele. Oppure: era già capitato a Elia. Oppure: è quel che ha detto anche Gesù Cristo. Nessuna citazione viene addotta per estrarne interpretazioni simboliche, per giustificare precetti o imporre comportamenti: sono soltanto esempi che richiamano verità secolari, riferimenti culturali che non ordinano e non minacciano, parole di saggezza.

Il fondamento dell’argomentazione, il modo di rifondare i motivi per credere, è essenzialmente psicologico e nasce dalla constatazione che impostare la vita sulla ricerca del successo o del piacere può portare soltanto delusioni e frustrazione. Nella nostra vita di tutti i giorni le vittorie sono rare e quasi sempre costano più dei vantaggi che procurano, mentre le sconfitte sono frequenti, dispendiose e logoranti. Quanto ai piaceri, non soltanto durano poco ma quando vengono ripetuti diventano stucchevoli o, peggio, si trasformano in pericolose dipendenze.

In sé, successo e piacere non sono né bene né male; ma vale la pena di impostare la vita sull’inseguire cose tanto precarie? Potremmo anche non ottenerle mai. Potremmo raggiungere un obbiettivo e renderci conto di aver dedicato tempo ed energie a uno specchietto per allodole. Sicuramente, non otterremo mai tutto quanto vorremmo. Personalmente, quando mi concedo il raro piacere di una sigaretta (una a settimana!), mi sono abituato a pensare: ogni tanto bisogna pur concedersi un anticipo della felicità che non avremo mai. Perché, se vogliamo guardare in faccia la verità, dobbiamo riconoscere che su questa terra (a dispetto della Costituzione USA) la felicità esiste solo in rari attimi dei quali, quando accadono, quasi non ci accorgiamo. La felicità non si fa a tempo ad assaporarla che è già svanita.    

E allora che cos’è la felicità? Un istante in cui avvertiamo qualcosa di più grande di noi e proviamo una sensazione di superamento: l’emozione di sentirci trasportare in una realtà più libera e più vera. Ovviamente non si tratta di una sensazione contenuta nella nicotina della mia saltuaria sigaretta, ma nemmeno nell’arte di una poesia, di una canzone o di una sinfonia. Non è contenuta neanche negli occhi di una donna che ci ha amato. È dentro di noi. Ogni volta in cui siamo stati felici abbiamo percepito qualcosa che abbiamo dentro, che ci fa essere ciò che siamo e che è mille volte più soddisfacente del mondo che ci circonda e col quale combattiamo ogni giorno. Insomma: la felicità, per quel che possiamo avere in questa vita, è il momento passeggero, fugace, in cui “M’illumino / d’immenso”. 

Esiste un modo per far sì che queste “illuminazioni” siano più durature? La risposta del libro è che il modo consiste innanzitutto nell’introspezione, che inevitabilmente ci fa sentire quanto siamo limitati, precari, oscillanti, e quanto bisogno abbiamo di una realtà più solida: quella che intravediamo negli attimi di felicità. Perché quegli attimi, per quanto sfuggenti, sono veri e reali. Persino più veri di quanto non ci dica la scienza, che sa di non conoscere il 94% della realtà e lo chiama “materia oscura” come per sottintendere: io so cos’è, e non te lo dico. Invece i momenti di felicità li abbiamo intravisti, e a volte provati, tutti noi. Li abbiamo toccati con mano. Sono loro a garantirci che una realtà “più solida” esiste davvero e merita di essere perseguita anche a costo di sforzi e rinunce. Non abbiamo forse affrontato difficoltà, scelte, sacrifici, ogni volta in cui ci siamo innamorati? 

Ecco la “ricetta” che ci offrono Centofanti e la Trane: vivere il nostro bisogno di felicità, non con la possessività e l’egoismo, ma con l’amore. Un amore solido, duraturo, che esiste nella realtà di ogni giorno e che ci mette in comunicazione con l’infinito. Un amore che si può conquistare accettando di modificare noi stessi. Perché solo quando diventiamo simili all’amata possiamo sperare che anche lei ci amerà.    

Fabrizio Centofanti e Sabrina Trane, La forma della felicità   –   Una spiritualità per il mondo contemporaneo, Collana   Il respiro dell’anima, Effatà Editrice. www.effata.it

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