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Il senso del libro di Fabrizio Centofanti e Sabrina Trane è tutto nel titolo: la conversione è un cammino per l’uomo – qui un prete alle prese con la sua fragilità umana – ma anche dell’uomo in generale – Adam, per intenderci – che non a caso prende il nome da adamà, la terra, impastata di imperfezioni e per questo bisognosa del cielo. Queste pagine sono la testimonianza di come Dio ribalti, nell’esistenza concreta di uomini e donne, situazioni apparentemente compromesse. Ciò non avviene senza costi altissimi: la sofferenza necessaria per il riscatto di una vita, e la tenebra che sempre avvolge chi entra in contatto col peccato. Gli ebrei hanno una parola struggente per dire conversione: shub, il gesto del tornare, dopo essere partiti per un paese lontano. Questo è il racconto di un ritorno, del lungo cammino dalla carestia all’eucaristia. Che possa essere d’aiuto per tutti i pellegrini della terra.
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Ho inviato a cinque case editrici la mia storia di peccato e di grazia. Attendiamo le risposte. Questo che segue è il primo capitolo. Il libro, scritto con Sabrina Trane, s’intitola Il cammino per l’uomo.
Forse non è il momento migliore per cominciare un libro. E’ una giornata di quelle in cui vorresti buttare tutto all’aria, in cui ti sembra che la fatica, le rinunce, i sacrifici, siano solo uno spreco di energie. Non sai neanche prevedere se questa storia starà in piedi o sia destinata a disgregarsi, come le stelle che vedi cadere e non sai dove, anzi, non potresti nemmeno giurare che siano proprio stelle e non, magari, mozziconi lanciati dall’auto che sfreccia avanti a te. Questo della macchina è un simbolo importante: una memoria di evasioni folli da una vocazione che non sentivo mia, che mi ero ritrovato addosso quasi casualmente, una sera in cui il mio amico sacerdote era arrivato con l’agenda rossa su cui annotavo i miei pensieri e mi diceva: ecco, questa è la frase che aspettavo.
Quanti eventi, da allora, si sono succeduti, e quanti se n’erano già verificati! L’ictus di don Mario, la precarietà della parrocchia, il panico di non poter prevedere se il faro della mia esistenza si sarebbe svegliato vivo o morto, la mattina. Il tempo, come dice la Bibbia, s’era fatto breve; non era più possibile tirarla in lungo, e anche se il segno chiesto nel santuario di Loreto (“facciamo così: se celebra quel sacerdote vuol dire che la chiamata è vera”) aveva dato parere negativo, il dado era tratto: sarei entrato in seminario.
Fu un problema anche questo: al Capranica non mi vollero accettare, probabilmente a causa del prete che avevo abbandonato per don Mario; si vendicava così, non avendo altri modi per sfogare la sua rabbia. Fu allora che contattai il rettore del Seminario Maggiore: mi accolse come un padre, dimostrando come gli uomini di Dio siano sparsi a macchia di leopardo, e che puoi ritenerti fortunato se ne trovi uno che faccia al caso tuo. Per don Mario la fortuna si chiamava Provvidenza, e io ci credetti, come a tutto il resto. Ormai ero sicuro che il Padreterno mi volesse sacerdote, e se oggi non è il giorno più indicato per cominciare un libro, se un macigno più pesante del solito mi appesantisce il cuore, devo dire che ci credo ancora, che in quello che successe dopo, in mezzo al crollo di tutti i punti fermi, fu questa l’unica certezza, come se la frase sull’agenda rossa non l’avessi scritta io, ma il dito dello Spirito Santo, che a volte s’infila così nelle pagine gualcite della vita.