Le nuvole, da quest’angolo di cielo, formano figure strane che convergono in un unico punto, sopra la merlatura delicata dei colli in lontananza. Raggi scuri si aprono a ventaglio, mentre, poco sopra, compaiono fasce morbide e chiare come panna. Luce e tenebra s’intrecciano e costringono a meditare sulla vita, l’inestricabile groviglio di bene e di male, di bellezza e bruttezza: bisogna, per oltrepassare le contraddizioni, lasciarsi attraversare dalla gioia e dal dolore, dall’angoscia e l’allegria, dal momento che solo il coraggio della verità restituisce l’umanità alla sua interezza. Perché fuggire? Il fascino delle favole attira dalla più tenera età eppure non descrivono solo luoghi incantati, principesse e principi felici o tesori d’inestimabile valore. Mettono in scena mostri terribili, persone crudeli, pericoli mortali. Generazioni di bambini e di adulti se ne ciberanno sino alla fine dei secoli. Le fiabe sono vere, scriveva Italo Calvino: sta in ciò la loro irresistibile attrattiva. Nell’essere umano c’è un paesaggio abitato da streghe, draghi ed eroi, ma c’è anche un punto in cui tutto converge: lo spirito, leggero come la nuvola e immenso come il mare. Ci s’inabissa nelle sue profondità per scoprire ciò che unifica ogni cosa, lungo quel filo che s’intreccia e si dipana all’infinito. Che sarà mai questo? Una dimensione che la mente postula e articola in teorie matematiche? O una cosa del cuore, il desiderio più profondo e radicato, che attende solo di poter danzare al ritmo dei sogni? Una favola: che, ancora e sempre, è vera.


Se Calvino dice che le fiabe sono vere, perché per il cristianesimo -che per molti è solo una favola- non dovrebbe valere lo stesso principio? Ciò che sembra semplicemente un sogno corrisponde, in realtà, alla verità più profonda.
C’era una volta e c’è ancora.