Su alcuni libri di poesia e narrativa di Paolo Maria Rocco

di Carlangelo Mauro

«Forgia il suo destino / il tempo e delle parole si sgretola il cupo / fortilizio…” Sono versi tratti dall’ultimo libro di Paolo Maria Rocco, “Temi e variazioni” (Edizioni Il Foglio), sui cui vado meditando in questi giorni. Poeta, docente, giornalista e critico di origine napoletana ma residente a Fano, è autore e curatore di diversi libri di cui mi ha fatto gentilmente dono. Rilevante il suo impegno per diffondere in Italia la conoscenza della letteratura, della poesia di area balcanica. Rocco ha curato fra l’altro: “La Stazione e il Viaggiatore” dello scrittore bosniaco Predrag Finci (tradotto con Bozidar Stanisi?), ma è sua anche la Postfazione; l’Antologia di “Poeti contemporanei dei Balcani” (con Emir Sokolovi?). Ancora da segnalare, particolarmente, la curatela dell’importante volume bilingue, anche con traduzioni di Rocco: “Izet Sarajli? per Sarajevo-Vita e Poesia”, con inediti del grande poeta di Sarajevo, sulla cui diffusione in Italia voglio ricordare l’impegno della Casa della poesia di Baronissi – Edizioni Multimedia. Il volume su Izet contiene, fra gli altri, saggi di Erri De Luca, Josip Osti, Jovan Divjak, Naida Mujki?, Gabriella Valera Gruber, Silvio Ferrari, Silvio Ziliotto, Ranko Risojevic, Miso Maric, Stevan Tonti?, Braho Adrovi?, Vesna Scepanovi? ed è stato pubblicato dalle Edizioni Il Foglio con il Patrocinio dell’Ambasciata d’Italia a Sarajevo. Rocco ha pubblicato, inoltre, di narrativa “Virgina, o: Que puis-je faire”, un romanzo sulla vita di Guido D’Arezzo, teorico musicale e monaco; il libro “Divina e altri racconti” (2015-2017). Di poesia ha pubblicato i volumi: “I canti” (2016), “Bosnia, appunti di viaggio e altre poesie”(bilingue, 2019), e il già citato “Temi e variazioni” (2021).

La produzione di Rocco ha al suo centro la ricerca sul valore polisemico della parola, di una sua sacralità che nasce dal rigore «di un attento compitare», come leggiamo in Temi e variazioni (p. 17); in diversi testi di questo libro, progettualmente ben costruito, il “tu” cui il poeta si rivolge è una presenza femminile inserita in un discorso meta letterario; viene quindi ad essere la poesia stessa: «Vertiginosa altezza da cui mi guardi / e sai che senza te io nell’abisso / non ho altre muse, noto che arrivano / da frequenze radiofoniche diffuse / notizie dell’avvento d’un nuovo mondo» (p. 58). Ricerca che nelle intenzioni dell’autore mira a contrapporsi ad un livellamento espressivo «sulle formule più generiche, anonime», citazione dalle “Lezioni americane” di Calvino, richiamata in epigrafe al volume, la quale assume per l’autore un valore universale, profetico sulla comunicazione dell’era globale; non vale quindi solo per il campo della poesia.

L’operazione della “Antologia dei Poeti Contemporanei dei Balcani” assume in tal senso un particolare valore; come scrive Rocco «reduci da una devastazione che si è fatta strada anche nella lingua», questi «poeti trovano un loro idioma, che li unisce». La poetessa croata Natasa Butinar (p. 23) scrive: «Del Passato non s’attenua mai del tutto / la sanguinante cicatrice». E questa parole, sia detto per inciso, ora risuonano tristemente vere di fronte ad una nuova, terribile guerra in Europa, dopo quella nella ex Iugoslavia. «Temi e variazioni» è innanzitutto, però, un dono d’amore, un libro dedicato alla madre Vera, scomparsa nel 2021, e il testo-dedica (p. 7), in limine è esplicitamente a lei diretto. Lo sguardo della madre esprime «un’infinita contentezza» di fronte al volo delle rondini visto dalla sua stanza, e il suo essere è tutto proteso verso il flusso e il senso della vita simboleggiato da quel volo: «e nell’aria portavi tutti noi come nel grembo». La fine del viaggio terreno della madre, che è il lettore implicito del volume, non fa perdere al poeta la fede che tutto ciò che ha avuto un senso e un valore nel proprio microcosmo familiare sia conservato da qualche parte; vengono in mente parole simili dello psicologo viennese Victor Frankl: «[…] tutto ti dico / è salvo, tutto rimane in noi di te» (p. 8). Nella prefazione ai “ I canti” (BastogiLibri, 2016), Al J. Moran scrive opportunamente che nella poesia di Rocco «è questione di fede. Nei “Canti” le cose accadono su un piano verticale, tra cielo e terra». Discorso analogo si può fare per “Temi e variazioni” in cui l’originalità della cifra stilistica, nata da tante meditate letture e sollecitazioni, consente di individuare il nucleo fondante della parola in quella tensione al sacro nel cosmo e nell’io che da Holderlin attraversa tutto un filone di poesia contemporanea: «Non sono freddi i venti / oltre Borea, c’è un alito divino / che s’accende, un sacro fuoco che arde / ancora nel giardino (p. 19).

Nel precedente volume “Bosnia, appunti di viaggio e altre poesie” (edizioni Ensemble, con traduzione a fronte in bosniaco di Natasa Butinar), volume a mio avviso centrale nella produzione di Rocco, il ricordo della terribile guerra dei Balcani affiora come un suono grave che accompagna il viaggio, che si snoda come «storia, cultura, dialogo, pensiero» che costituiscono l’orientamento con cui si pone l’autore di fronte all’’altrove’, attraverso questi «punti cardinali della bussola» (p. 10). Da segnalare anche le utilissime note a piè pagina, che non solo descrivono i luoghi della Bosnia visitati e danno notizie del conflitto, ma richiamano anche poeti e scrittori dell’ex iugoslavia citati nelle poesie. Con discrezione e profondo rispetto Rocco si pone di fronte al dolore dell’«etnia sterminata» (p. 22). È tristemente nota l’efferata pulizia etnica contro i musulmani che si verificò in Bosnia ed Erzegovina con l’ingresso armato dei Serbi, dalla fine del 1991 fino al 1995, con stupri, massacri, campi di detenzione e deportazioni. L’apice fu la strage di Sebrenica, il più ingente massacro in Europa dopo la seconda guerra mondiale in una zona protetta dall’ONU, con l’uccisione, compiuta dalle truppe serbo-bosniache guidate da Ratko Mladi?a, a sangue freddo, di circa 8000 musulmani bosniaci, tra cui donne e ragazzi ritrovati nelle fosse comuni. Di fosse comuni, che stanno emergendo anche nell’attuale conflitto in Ucraina, il secondo conflitto in Europa dopo la seconda guerra mondiale, parla la poesia a p. 40 (corsivo nel testo):

 

Nel Turski Park mi dici – vi sono persone

che si trovano in città per un delitto

capitale, superati dagli orrori senza volerlo

di un’età inesorabile e violenta che vedi incisa

in un sommesso sguardo, o nell’esposta dignità

di un occhio fermo, che si misura col sangue

nelle fosse, nel fischio osceno dei mortai

sopra le case, nel pianto dell’innocenza profanata

dalla marcia cadenzata del plotone che sradica

il villaggio e lo deporta. 

A p. 12 del libro si parla anche dell’assedio, dell’orribile assedio Sarajevo, durato dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996, ancora rivolgendosi ad un interlocutore, ad un testimone: «resisteva, hai detto, con il Rock / ad un assedio la musica di Radio Zid, / al coprifuoco che s’infrangeva contro il muro eretto dalla Vita». In nota si chiarisce che «Radio Zid (in italiano: Radio Muro) era l’emittente di Sarajevo che, durante l’assedio tra il 1992/95, nonostante i bombardamenti e il coprifuoco organizzava concerti radiofonici e live, e trasmetteva in diretta musica […] e testimonianze di guerra e di resistenza». È questa resistenza, questo muro della vita contro la violenza e la morte che mi sembra fondamentale nel libro, in cui ritornano più volte le immagini dei ponti della Bosnia, richiamati anche nelle note di commento. Un ponte congiunge due rive di un fiume, può congiungere culture e popoli diversi. Dal 1557 le due metà della città di Mostar, in Bosnia-Erzegovina, erano unite fin dal 1557, dal celebre Stari Most, cui è dedicata la poesia di p. 16, il “Ponte Vecchio” costruito dagli Ottomani sul fiume Neretva. Nella guerra la distruzione del Ponte di Mostar, nel 1993, operata dalla forze croate che spingevano i musulmani bosniaci verso la parte orientale della città, dopo che avevano combattuto insieme contro l’invasore serbo, ebbe appunto un forte valore simbolico, non strategico. Per i musulmani fu una devastazione psicologica. L’atto mirava a distruggere il senso stesso del coesistere insieme nella diversità. Il ponte è stato ricostruito nel 2004, oggi Patrimonio dell’Umanità. Nella poesia viene richiamata l’antica tradizione dei giovani di Mostar, cominciata pare nel 1664, nel luglio di ogni anno, di tuffarsi in gara dal ponte, da un’altezza tra i 23 e i 27metri, nelle acque gelide del fiume: «Il guizzo di una piuma, il flettere / di un’ala, com’ero appena prima, dice / che spiccassi nella Neretva il volo». Riprende la vita dopo l’orrore, nella vertigine, magari l’’allegria’, per dirla con Ungaretti; ancora una volta il flusso della vita è presente nella poesia di Rocco come nel volo delle rondini di “Temi e variazioni”. Dopo la ricostruzione del ponte si tengono gare internazionali a beneficio dei turisti. Non mi pare che partecipino croati. Spero proprio di sbagliarmi, anche se le ferite purtroppo ancora rimangono del terribile conflitto.

[immagine tratta da Wikipedia]

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