
Il dio minore si è emancipato. L’Oscar 2022 al film CODA – I segni del cuore di Sian Heder è un riconoscimento ex post (un po’ anche postumo) a Figli di un dio minore (1986) di Randa Haines. Marlee Matlin, che nel primo vince l’oscar come attrice, unisce i due film. A parte questo, CODA, per giunta il remake del film francese La famiglia Bélier (2014) di Eric Lartigau, è un film progettato e costruito per “vincere”, utilizzando, neanche alla perfezione, tre format vincenti: il pietismo; l’entusiasmo di Saranno Famosi; il riscatto di Flash Dance-Cenerentola, con una pescivendola al posto della saldatrice. Insomma, il rischio di questi film è noto, molto alto, alla pari del successo, se il meccanismo funziona.
I film sulla diversità-disabilità scorrono lungo questa lama tra grottesco e compatimento. Freaks (1932) di Tod Browning, sul mondo del circo e sui fenomeni da barraccone, sceglie, dichiarandolo nel titolo, il lato oscuro di questa esperienza. Ne fa addirittura un modello tanto da diventate un cult per una linea cinematografica che arriva fino ad oggi (Freaks out di Gabriele Mainetti del 2021). Da questa parte troviamo anche The Elephant Man (1980) di David Lynch, che al freak ha dedicato tutto la sua produzione, ma arriva a realizzare un capolavoro per autenticità e compassione. Sull’opposta riva della leggerezza, ma nello stesso alveo di valore, troviamo Forrest Gump (1994) di Robert Zemeckis.
Talvolta, per evitare l’uso compassionevole di attori diversamente abili, questi film sono perfette prove d’attore, come Rain man (1988) di Barry Levinson con Dustin Hoffmann nei panni di una persona affetta da autismo ad alto funzionamento; Mi chiamo Sam (2001) di Jessie Nelson in cui Sean Penn è un disabile mentale; Il mio piede sinistro (1989) di Jim Sheridan, che vede la consacrazione di Daniel Day-Lewis nel ruolo dell’artista Christy Brown, il quale dipinge e scrive con l’unico arto che riesce a muovere; Gli occhi della notte (1967) di Terence Young, un thriller con al centro una donna non vedente interpretata da Audrey Hepburn. In Italia l’esordiente Giulio Pranno interpreta un ragazzo autistico ne Tutto il mio folle amore (2019) di Gabriele Salvatores, tratto una storia vera. Tuttavia, per coerenza con le storie che raccontano e i ruoli che interpretano, gli attori migliori, alla fine, sono proprio quelli diversamente abili. E’ il caso di L’ottavo giorno (1996) di Jaco van Dormael con Pascal Duquenne. Oppure in Johnny Stecchino (1991) di Roberto Benigni, Lillo-Alessandro De Santis, che avrebbe meritato l’Oscar come attore non protagonista.
In tutti questi film, infine, aleggia un altro pericolo, quando viene fatta la scelta della narrazione ironica e anti-retorica: quello di utilizzare la diversità come un meccanismo comico, che vuole prendere in giro il “politicamente corretto,” ma finisce per consolidare i nostri inconfessabili pregiudizi, scorretti eccome. Un esempio di questa linea ironica è Quasi amici – Intouchables (2011) di Olivier Nakache e Eric Toledano, qui il pregiudizio della disabilità si innesta su quello razziale. Seppure rischiosamente, il film resta in equilibrio sul filo, e alla fine non cade. All’opposto, Corri da me (2022) di Riccardo Milani, con Pierfrancesco Favino e Miriam Leon, nonostante tutte le buone intenzioni e la bravura degli interpreti, si rivela un boomerang cinico, che allarga troppo la forbice tra l’(auto)ironia e le vere condizioni di vita delle persone diversamente abili. Vuole dirci che anche in carrozzella si ha diritto ha una vita normale (ci mancherebbe), ma finisce per ammiccare al falso-invalido che è in noi.
