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Il Coro canta a squarciagola ed è inutile chiudere finestre o mettere i tappi nelle orecchie: le note medievali giungono fin qui a ricordarci che nel mondo c’è qualcosa di estraneo, d’imprevisto, come quella volta che restammo soli in casa, nel luogo di vacanza, e cominciammo a sentire rumori che identificammo con serpenti, come se certi rumori potessero farli solo loro, e quando papà e mamma tornarono non riuscivano a capacitarsi di quella paura immotivata, ma noi sì, perché da piccoli tutto è possibile, soprattutto spaventarsi. Il coro fa una pausa: il direttore assomiglia a Branduardi, ma non ha più quel cespuglio di capelli che oscillava come la chioma della quercia in certi pomeriggi di novembre. Guardo la pila di libri avanti a me: forse è vero che cerchiamo la parola che spieghi ogni cosa, e invece ci troviamo con le note che corrono lungo il corridoio, in questa fine del mondo che non è altro che la fine di un mondo, il mondo dei poteri, dello sfruttamento, dell’ennesima scusa per spadroneggiare. Ora che mi affido alla memoria delle storie rimosse, ecco che è finito, il coro: si sente il rumore delle sedie riportate ai propri posti, come se l’immenso franare del mondo conservasse un ordine segreto, e i poteri corrotti si dessero un ultimo tocco di cipria prima di precipitare nell’inferno. A ben vedere, è questo il tempo delle guerre, dei capovolgimenti che porranno la parola fine al folle abuso, all’estrema zampata del maligno, l’ignobile sopruso di occupare la terra, di dire questo è mio, come fanno i bambini quando affermano un possesso che – puoi esserne sicuro – perderanno presto. Il silenzio è caduto all’improvviso nella stanza in cui si sente soltanto il rumore intermittente del vecchio aeratore, mentre l’ospite, il male, ricomincia a snocciolare i suoi ricordi, ed è bene, allora, fissare gli occhi su Gesù, chiedere a Lui dove diavolo si siano ficcati il buon senso e l’equilibrio, e perché tutto sia sospeso sotto un cielo di cartone, questo corpo che arde, come don Mario la domenica mattina che suonava il campanello chiedendomi di portarlo in ospedale. Quanto tempo è passato, ma siamo ancora lì, a sfrecciare su una strada seminata di semafori finti, almeno per noi due, che dovevamo arrivare prima che morisse. Ora che sei morto davvero mi parli più di prima, e il pianto che allora non usciva mi lascia con gli occhi ormai annebbiati, e il volto, il Tuo Volto, si mette avanti a me e mi dice, con la voce calma di sempre: non ti preoccupare, Io sono qui, il Primo e l’Ultimo, il Vivente.

Un pensiero su “Continua a leggere. 23

  1. S&R

    Il volto del ricordo si condensa nel presente in quel Volto che, al di là del tempo, dona senso e promette di restituire tutto ciò che è stato atteaversato da un amore autentico.

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