Intervista ad Alessandro Franci

 

Dalla tua biografia, ho scoperto che sei laureato in architettura. Che peso ha per te lo spazio? E come si traduce nella tua scrittura? Ci sono aspetti, a tuo avviso, che accomunano l’architettura alla poesia? Forse l’attenzione al dettaglio e l’importanza dello sguardo?

 

Lo spazio mi pare interessante in sé dal momento che accoglie, ha cioè la caratteristica disinquinante del suo contrario. Quello sguardo leopardiano oltre la siepe, mi sembra, a tale proposito, esemplare. Lo spazio non è perciò solo quello che fisicamente si apre davanti, ma diventa, nel pensiero, una libera dilatazione intellettuale. Nella scrittura, personalmente, mi interessa, quanto più sia possibile, proprio questo, una sorta di ideale attraversamento, rispetto a un’idea più statica, non tanto farne parte, quindi, ma seguirne i suggerimenti, le suggestioni.

A proposito di architettura e poesia, mi viene in mente un esame ai primi anni di università: si trattava del rilievo di una fattoria, con la casa padronale e le coloniche intorno. Su quattro planimetrie segnammo, con colorazioni diverse, le tipologie di colture a seconda delle stagioni. Identificammo i percorsi interni, i varchi sulla statale e le strade limitrofe. Parlammo con la gente, acquisimmo notizie. Insomma scoprimmo un sistema, dei valori, un ordine. Per noi fu come uno svelamento; c’era una grammatica da osservare, una semiotica da rispettare, per instaurare relazioni con l’acqua, il sole, il freddo, le potature, le mietiture. Da giovane studente mi sfuggiva il nesso persino con l’architettura, ancora meno, se mi fosse capitato di pensarci, avrei trovato legami con la poesia. Oggi, ripensando proprio a quell’esperienza di studente, mi sembra di intravedere richiami, per così dire, metaforici, con una sorta di metrica, un canone, vocali e consonanti, ritmi, rime e dissonanze, una composizione che segua il suo flusso, legandosi a una formula complessa ma chiara; quell’insieme esteticamente evidente della fattoria, analizzato nel suo equilibrio, mi pare si avvicini, che presenti similitudini, con una certa idea di poesia e di scrittura in generale.

 

Come è nato il tuo amore per la scrittura? E cosa lo sostiene tuttora?

 

Non so se si tratti di un vero amore per la scrittura, ancora non saprei, però, l’innamoramento credo che debba essere cercato nell’assenza, almeno nel lontano passato, della lingua, una sorta di afasia generalizzata e non solo nel lessico familiare, ma un po’ ovunque. La mancanza prevalente della comunicazione in favore dell’informazione. Si usava la lingua per raccontare, interrogare e rispondere, si spiegavano pure le ragioni che illustravano la vita quotidiana o in generale, si nominavano oggetti, ma questa glaciale conoscenza che acquisivamo mi è sempre sembrata il libretto delle istruzioni di un elettrodomestico. La lingua era solamente utile. Mancava qualcosa che, però, non riuscivo a comprendere cosa fosse. Anche a scuola, tutto sommato, è stato così. Quindi, alla fine, credo si sia trattato di un’esigenza personale che mi ha messo, per così dire, in contatto con una serie di riferimenti antecedenti a certi precetti; qualcosa che, allora, mi sembrava avesse maggior attinenza agli effetti prodotti dall’ascolto di una musica, oppure a quelli che, molto superficialmente, vengono definiti come i primi turbamenti amorosi, o a quanto è buono l’odore dell’erba bagnata, o anche delle notti estive con il canto dei grilli, e così via. Non era facile chiarirmi tutto questo, e difficile pure comunicarlo a qualcuno, senza contare che ti trovi subito nell’incertezza che possa interessare un qualcosa che, tutto sommato, pensi appartenga soltanto a te. Credo che quest’amore, molto semplicemente, sia nato così; si può dire che mancasse. Infine si scopre di non essere i soli, si capisce che esistono interessi comuni, è successo in passato e continua ancora oggi. Leggiamo gli altri, li condividiamo o meno, li sentiamo vicini, così continuiamo a cercarlo, questo amore, a sostenerlo.

 

Nei tuoi “luoghi” privilegiati (geografici e non), cerchi istintivamente un ordine o preferisci perderti?

 

Nei luoghi, che siano geografici o no, credo sia necessario, o almeno lo è per me, ritrovare quella conferma che ce li ha resi tali, quel perché siano così per noi;  sarebbe una delusione, ma di fatto lo è, quando questo non accade, dal momento che viene a mancare la corrispondenza di un rapporto. Non è più un amore corrisposto e allora ci sentiamo abbandonati, senza più quei riferimenti che, probabilmente, sarebbero stati ascrivibili a un “ordine”. Mi viene da pensare, quindi, che soltanto in quest’ordine siamo anche propensi a perderci, solo perché abbiamo la consapevolezza, al tempo stesso, di ritrovarci. Penso sia un po’ così, Fino a quando almeno ci resterà caro quest’ermo colle, tanto per rimanere in tema leopardiano.

 

Reale-immaginario. Cosa diresti di questo binomio? Come avviene il passaggio da un termine all’altro? Per contrapposizione, complementarietà, oppure per vie più sfumate?

 

Raboni racconta di una finestra della sua gioventù attraverso la quale vedeva il fuori, e dice che per molto tempo ha pensato che la poesia dovesse essere come quella finestra, perché attraverso i vetri  “si potevano vedere molte cose – forse tutte le cose”; l’importante stava nel fatto che tra lui e quel tutto, ci fosse un vetro, un vetro che isolava e difendeva. Pensando a questo ricordo di Raboni, mi pare di identificare quel contrasto Reale-Immaginario come una sorta di completamento, forse la bella copia, lo stadio finale di un’opera, per cui credo che, in questo caso, l’apparente contrasto è di fatto un completamento, un arricchimento. Forse la trasparenza del vetro, il panorama esterno (il reale) sono elementi caratterizzanti che possono rappresentare anche un vero contrasto, diciamo, per autodifesa, però mi pare che il contrasto effettivo tra reale e immaginario non sia, alla fine, così netto.

 

Nel rapporto tra l’io e il mondo, avverti maggiormente la frammentazione o il tessuto connettivo? E come percepisci il rapporto tra l’io e il tempo?

 

Per ragioni anagrafiche, credo di aver assistito al progressivo allontanamento dell’io dal senso di collettività, che si è verificato in quasi tutti i contesti della società. Rilevavo sensazioni simili in una mia pubblicazione del 2009 dal titolo “La pena uguale”, nella quale mi riferivo, proprio in quel testo, al fatto che “siamo gelosi persino dei nostri mali, fino al punto di disconoscere all’altro una pena uguale.” Potrebbe sembrare una contraddizione, in epoche di globalizzazione, non profittare di un’opportunità simile per l’adesione al medesimo stile, a un concetto allargato di collettività, in fondo possiamo assaggiare lo stesso cibo qui come in ogni altra parte del mondo; per effetto di maggiori disponibilità di traduzioni, leggiamo storie e avvenimenti provenienti dai luoghi più sperduti, in qualsiasi altra parte del pianeta. Per certi aspetti tutto questo è interessante: ci conosciamo meglio, sappiamo molto di più l’uno dell’altro, ma per altri l’io rischia di uniformarsi, di appiattirsi su un io generico, un io universale. “Io: abbreviazione di Dio.” è uno dei tanti micidiali aforismi di Alessandro Morandotti che, secondo me, rende bene l’idea, da un lato, dell’eccesso e, da un altro, del senso di ribellione all’eccesso opposto. In poesia, qui almeno da noi, questo mi pare un dato evidente. Quando si è giovani, se ci voltiamo indietro, ci sembra non ci sia nessuno e non vediamo l’ora di varcare la linea d’ombra o, per lo stesso motivo, di rimandare il più tardi possibile questo passo, credendo di rimanere giovani, e almeno fino a quando non ci decideremo a farlo, ci sembrerà che il tempo si sia fermato; credo sia questo il rapporto che si instaura tra l’io e il tempo. Personalmente penso di essere sempre quello, nel tempo, però lo dice meglio di me Gary, quando afferma che non bisogna farsi ingannare “da ciò che la vita può fare di noi quando ci prova davvero. Siamo sempre noi, con la stessa innocenza, e continuiamo a credere.“ Forse questo passaggio ci dice anche che prima o poi quella linea d’ombra andrà oltrepassata, poi saremo in relazione con il tempo, senza farsi ingannare, oppure ingannandoci.

 

Cosa significano per te “tradizione” e “innovazione”, nel campo della creatività?

 

Direi che per quanto riguarda la creatività in generale, l’innovazione, a mio avviso, è piuttosto evidente nella musica, per esempio, o anche nelle arti visive. Meno marcata, forse, generalmente, in  letteratura; anzi mi viene da dire che, per certi aspetti, in poesia, ma pure nella narrativa contemporanea, ci sia una sorta di recupero della tradizione classica del raccontare o della struttura stessa della composizione poetica. Le neoavanguardie del secolo scorso, per esempio, avevano messo in atto, indipendentemente dalla buona riuscita o meno, molti più tentativi in questo senso.

 

*

 

Cinque poesie:

 

I giochi fatti della storia

le ragioni

il pugno di mosche in mano

a margine delle recisioni,

 

quanta luce in questo sole

nelle corti rettangolari

sui campi aperti e meridiani,

sul viaggio piano, lentamente

lungo l’autostrada che sfiora

da cima a fondo le suture.

 

*

Poi il suono della voce

il corollario dell’assenza

emanazione della sostanza

del senso tratto alla riprova,

dopo che il lutto ha segnato

questo parziale di tempo,

scoccato già con la sua fretta

che allerta gli arti

e alla scomparsa imprime i segni

tralascia manufatti

fa il buio dei suoni,

genera un mistero nei silenzi veri

di un sembiante muto.

 

*

La mente solitaria

nella foschia del giorno

sulla paziente risacca

si perde di una sconfinata pace

in un precario equilibrio,

adorna i passi, lo sguardo;

 

è un chiaro segno del destino

una luce che non brilla

lontana oltre le ciglia chissà dove,

passati tutti gli orizzonti

la linea dei beccheggi,

senza un dove né un da.

 

*

Oltre il foglio cerco le prove

contro il dubbio che allude

a questo affronto, l’imbroglio

la cospirazione del creduto uguale,

la perfezione sfiorata appena,

di un niente, che s’immola

sulla via più breve, sicura

di bell’aspetto, senza una parola.

 

*

L’incompiuto di gesti, di parole

è la metà che manca

un limbo, nel candore

delle non nascite, dei senzacolpa;

 

il quasi esistito e inesistente

dei passi, il loro perdurare

tra il nulla della metà assente

e l’esistente, il silenzio, le assenze.

 

*

 

Alessandro Franci è nato nel 1954 a Firenze dove si è laureato in architettura. Con le Edizioni “Gazebo libri” ha pubblicato: I segni terreni 1984; Senza luogo 1985; Delitti marginali 1994; La pena uguale 2009. Con “LaRecherche” gli e-book: La Luna è nuova (poesie 1980 – ‘86) (2012), Sbagliando strada (2017). Nel 2013 per “Gingko edizioni” il romanzo Il mese della Luna. Nel 2020 La fragilità dei pesi “Società Editrice Fiorentina”, prefazione di Caterina Verbaro – Finalista al premio “PontedilegnoPoesia” 2021; nel 2022 risulta vincitore della III edizione del premio “Gianmario Lucini 2021/22” per la sezione “raccolta inedita”. Nel 1984 è stato tra i fondatori di “Ottovolante – circuito di produzione di poesia”. Ha pubblicato su varie riviste, ed è presente in alcune antologie. Dal 1983 al ’93 è stato redattore della rivista “Salvo imprevisti” e dal ’93 a oggi de “L’area di Broca”.

Un pensiero su “Intervista ad Alessandro Franci

  1. mariella bettarini

    Intervista davvero straordinaria! Grazie di cuore, carissima Raffaela e carissimo Ale, per questo vostro preziosissimo DONI a tutti/tutte noi! Le domande sono state completamente adatte alla personalità del carissimo architetto-poeta, e le sue risposte hanno davvero “aperto” uno spazio straordinario. Grazie di tutto cuore e mille auguri ad entrambi!

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