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Intervista ad Alessandro Franci

 

Dalla tua biografia, ho scoperto che sei laureato in architettura. Che peso ha per te lo spazio? E come si traduce nella tua scrittura? Ci sono aspetti, a tuo avviso, che accomunano l’architettura alla poesia? Forse l’attenzione al dettaglio e l’importanza dello sguardo?

 

Lo spazio mi pare interessante in sé dal momento che accoglie, ha cioè la caratteristica disinquinante del suo contrario. Quello sguardo leopardiano oltre la siepe, mi sembra, a tale proposito, esemplare. Lo spazio non è perciò solo quello che fisicamente si apre davanti, ma diventa, nel pensiero, una libera dilatazione intellettuale. Nella scrittura, personalmente, mi interessa, quanto più sia possibile, proprio questo, una sorta di ideale attraversamento, rispetto a un’idea più statica, non tanto farne parte, quindi, ma seguirne i suggerimenti, le suggestioni. Continua a leggere

“La fragilità dei pesi” di Alessandro Franci (Società Editrice Fiorentina 2020)


“La fragilità dei pesi” di Alessandro Franci (Società Editrice Fiorentina, 2020)

 

Quattro poesie:

 

Disordini

 

La vita scissa tra memoria e ragnatele,

la rimessa degli attrezzi, i ripostigli

di utensili e fiaschi negli angoli scuri,

dimora di ghiri addormentati sulle travi;

 

non c’è un inventario, uno schedario,

ci si perde tra i percorsi, ogni domanda

resta aperta, ammessa d’ufficio tra le attese:

 

dove andavamo? ora ruggini e crepe

amano le polveri e altri corpi,

negli angoli del giardino tra ortiche e vasi,

privi di lucidi cordogli che potrebbero 

servirti nell’ordine che fai cercando ancora.

 

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STORIA CONTEMPORANEA n.27: La virtù dell’attesa. Alessandro Franci, “La pena uguale”

Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaire Dreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)

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di Giuseppe Panella

 

La virtù dell’attesa. Alessandro Franci, La pena uguale, Firenze, Gazebo, 2009

“Un picciolo libro tutto fatto di cose proprie” – esortava a scrivere Giambattista Vico piuttosto che grossi tomi tutti infarciti di nozioni e di teorie altrui. Alessandro Franci sembra averlo preso in parola in questo suo La pena uguale.

Libro di aforismi e di brevi prose, ma non solo. Libro di riflessioni e di sogni, ma non solo. Libro di premonizioni e di trasalimenti, ma non solo. Libro che aspira alla totalità e che sa che non potrà raggiungerla mai. Un’epigrafe (tra le tante), quella di Elias Canetti a p. 41, dovrebbe servire a chiarire il proposito e il progetto attuato dall’autore:

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Da “La pena uguale” di Alessandro Franci

Da “La pena uguale” di Alessandro Franci

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Non è l’avvenimento che ha un senso; è il giudizio che se ne dà. La differenza è quasi esclusivamente l’aspetto narrativo; cioè il valore è nel racconto non nell’avvenimento.

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Non si ottiene quanto vorremmo perché scoraggia il percorso per arrivarci. Il conseguimento degli obiettivi, infatti, non sarebbe irrealizzabile; il difficile è rinunciare ad essere ciò che siamo e convertirsi all’idea di come dovremmo essere.

Rimane il racconto di un viaggio amaro, somigliante alla realizzazione di qualcosa che, nel suo svolgersi, è di per sé una condizione. Con l’immane fatica sostenuta senza essere pervenuti allo scopo si nobilitata una rovina, tanto che diventa soddisfacente il fallimento al punto di descriverlo come la riuscita. Il dolersi della propria avversa sorte si trasforma, poi, in un obiettivo accidentale quanto vago.
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