Le magiche avventure di Ruggià, recensione di Carlangelo Mauro

Le magiche avventure di Ruggià, di Nino Velotti, Armando Curcio Editore, 2022

È stato pubblicato di recente presso Armando Curcio editore Le magiche avventure di Ruggià, un volume di fiabe in terza rima accompagnate da illustrazioni in stile manga di Marilena Imparato, un libro fantasy molto particolare opera del poeta e scrittore nolano Nino Velotti. Cultore di Leopardi, Nino Velotti ha esordito giovanissimo con la raccolta di versi Giardino di Pésah (Edizione Del Giano, testi scelti da Dario Bellezza, 1991, selezione Premio Montale 1992), e, dopo il libro d’arte Quadernetto d’amore (Il Laboratorio/Le Edizioni), ha pubblicato Pinocchio 2000 (Fabbri Editori, 1995), un rifacimento in chiave postmoderna del classico collodiano, seguito da La T-shirt bianca e altri racconti (Mondadori Education, 2003). Appassionato di musica e studioso della musicalità delle parole, con La Vita Felice nel 2017 ha pubblicato Sonetti per immagini, una raccolta di liriche nella struttura del sonetto classico accompagnate da immagini di vario tipo, frutto per la maggior parte della collaborazione con amici artisti.

Le magiche avventure di Ruggià  di Nino Velotti, il volume che si conclude con una mia postfazione dal titolo «Quello zero, quel tutto che ci ruota all’infinito…»: le avventure di Ruggià come percorso di formazione del fanciullo-uomo»,  si pone come un felice momento di sintesi tra la produzione in versi e quella in prosa dell’autore, cioè la narrativa destinata soprattutto ai ragazzi, in cui Velotti si è cimentato anni addietro. Ne ritroviamo l’esaltazione del potere della fantasia, una certa visionarietà e un efficace simbolismo nel trattare argomenti di attualità urgente, quali la difesa dell’ambiente e degli animali, l’edonismo della droga e vari altri temi sociali; il tutto narrato in versi utilizzando la terzina incatenata di endecasillabi, cioè il tipico metro di Dante che era stato usato anche da Giovanni Pascoli nei suoi Primi e Nuovi Poemetti. Ed ecco, quindi, quattro poemetti fantasy introdotti da brevi sinossi in prosa alla maniera delle antiche favole, quattro fiabe postmoderne a tratti ironiche e divertenti e a tratti struggenti, mai banali, destinate a tutti e non solo ai ragazzi. Coniugata con la lezione di Basile, Carroll, Barrie, Wilde, Andersen e soprattutto Collodi, viene recuperata una tradizione letteraria poetica, quella narrazione in versi che, partendo da Omero, riesce a giungere anche nella nostra epoca digitale.

Ma veniamo al protagonista Ruggià, un bambino che riesce a trasformare la sua ipersensibilità in coraggio e che si pone come un alter ego, come un avatar fiabesco dell’autore. Ha i capelli rossi “come la ruggine”,  i quali capelli sono un segno verghiano di diversità (Rosso malpelo) che rafforza «quel suo essere un po’ strano».  La ‘ruggine’ del passato, la fede nella poesia, negli antichi riti e valori, già segnano onomasticamente questo personaggio («cucciolo arcaico») e il genere stesso della fiaba, che vengono calati nel contesto contemporaneo. 

Nella sua prima “avventura” Ruggià si trova a dover portare in salvo quattro pulcini colorati – ovvero tinti con una vernice tossica, prassi crudele in uso da noi non troppi decenni fa e ancora praticata in qualche paese asiatico – su di un castello, dove gli animali vivono felici al di là delle crudeli leggi della Natura e delle pratiche vergognose del mercato e profitto umano. Incontrerà come aiutante prima una Boss vicina di casa, che gli fornirà una pistola a ultrasuoni per sbaragliare i nemici della Calcara (con cui si indicava nel passato una strada di Nola dal sito di una fornace per la calce), poi in un noccioleto magico un mago-bambina dall’età e dal genere fluido e indefinibile, un bizzarro personaggio che gli darà le armi magiche necessarie per sconfiggere le mostruose arpie. Superata la prima prova, il protagonista si sveglierà dal suo sogno-avventura.

Nella secondo poemetto-avventura, in cui si segnala il magistrale proemio neomanierista, tra le migliori pagine del libro,  Ruggià dovrà combattere contro le Ombre e incontrerà come aiutante dapprima Verità, un personaggio inquietante dalla pelle trasparente coperta di veli, che gli darà una spada di luce, poi Poesia, una donna bellissima con un manto fatto di foglie secche, stelle e cartacce, che gli donerà un quaderno magico per sconfiggere le nere Ombre antagoniste.

Nella terza fiaba-avventura il piccolo eroe, grazie a degli occhiali a raggi X, dovrà recuperare un cuore di piombo (metafora della nobiltà d’animo persa dall’uomo di oggi presa in prestito da Il principe felice di Oscar Wilde) in un un’enorme discarica infernale accompagnato dal cane bianco Guaglione. Qui incontrerà,  oltre a una pecora con tre teste e a una sorta di Idra apocalittica che divora immondizie, il personaggio significativo di Bisogno, un barbone dalle lunghe braccia, da cui come rami pendono delle mani simili a foglie, mani con all’interno delle bocche con cui Bisogno rovista in cerca di cibo nello spreco umano finito nell’emblematica discarica. Il tema ecologico e la condanna del consumismo sfrenato, che genera disparità sociali e disumanizza omologandolo verso il basso l’essere umano, è una costante della produzione di Velotti, sia in prosa che in versi. Basti ricordare Pinocchio 2000 del 1995, in cui il «Paese dei balocchi» diventa un assurdo parco divertimenti in un dantesco cono rovesciato, allegoria del consumismo selvaggio, delle «squisifezze che vuoi», dove orde di fanciulli vengono deprivati della loro umanità, ridotti a passivi consumatori, a «bamboli pneumatici in pregiatissima pelle». Come mettere insieme, per dire, Pasolini e Collodi.

Nell’ultima avventura, la più collodiana di tutte, appare come coprotagonista Finello, un ragazzo cinico e bordeline che come una sirena (o un pifferaio di Hamelin) incanta con la sua voce meravigliosa Ruggià e, approfittando dei soldi che questi ha avuto in premio per i suoi successi scolastici, lo conduce in un regno dove molti ragazzi convengono per toccare una gigantesca rana (la rana nel gergo dei tossicodipendenti è il crack) costretta un una gabbia, la cui pelle velenosa ha degli effetti prodigiosi ma nefasti al tatto.

Caratterizzate da un verseggiare puntuale e scorrevole in cui lo schema metrico si adatta fluidamente al racconto grazie specialmente all’utilizzo di enjambement, queste fiabe-avventure-sogni ? da cui il protagonista si risveglia puntualmente, magari adulto e invecchiato ma più saggio, come nell’ultima ? nascono da traumi, dalla percezione originaria, fuori stagione, del male che esiste nel mondo ontologicamente a tutte le età dell’uomo, dell’«è funesto a chi nasce il dì natale» leopardiano, ma sono proiettate ottimisticamente verso un condizione migliore sia per l’essere umano che per tutti gli abitanti del creato: «… che si viva/ giorno per giorno con fede ed azione!», augura Nino Velotti ai suoi lettori di tutte le età.

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