Il dolore disadorno di Rossella Renzi, di Francisco Soriano

Gli scritti poetici di Rossella Renzi assumono sempre una condizione di solida emancipazione dalle parole del quotidiano, dagli onirici vagheggiamenti dettati dalle retoriche del mainstream, dai disinvolti profeti dell’oralità come forma unica di esternazione poetica. “Tocca addormentarsi in alto nella luce” è l’esergo di Maria Zambrano, scelto dalla poeta come incipit alle pagine di Disadorna (peQuod, 2022, collana Portosepolto), opera partorita da un processo di maturità e di consapevolezza che, in nessun modo, incide sulla dimensione lirica, intensa, devota, visionaria, immaginifica.

“Intorno è solo un grigio di falena

la cenere che sfoglia oscura il giorno

nella fuga le parole incompiute

ancora gemiti a distanza di anni.”

 

Il percorso si compie in una ricerca responsabile del ruolo e della dimensione poetica dell’opera che, ancor più di quanto possa essere acclamato, contiene una possente forza espressiva dettata dallo slancio civile e umano, direi umanitario, della Renzi. Le anafore rafforzano nel testo gli intimi presagi e le domande spesso incompiute, ma solo nel disumano, nel freddo disincanto di esistenze che non hanno ragione di lottare se non per se stesse:

 

“Tu che lo sai, dimmi cos’è

essere luce in questo lamento

che arriva da lontano.

Essere luce nel fragore

nel desiderio, nella speranza

quando la vita si schianta.

Dimmi il peccato nella mano tesa,

nella lingua del corpo che si fa canto.”

 

Eppure, necessitiamo, adoriamo, crediamo nel fare poetico, in questo inestricabile ma purissimo pensiero poetante che si esalta in elementi davvero concreti e utili. Utile, per dirla con la poetessa, al “resistere come un piccolo insetto” fino ad affermare, con forza, di “essere pura cosa viva impazzita che sbatte contro l’inganno del vetro”.

 

Dunque, è necessario concentrarsi su una particolare attitudine della poeta nel considerare le parole nel loro contenuto reale, profondissimo, il “dare il nome alle cose” (come titola la sua raccolta precedente, uscita per Minerva nel 2018), con esperienza e studio dettati da una lunga e mai esaurita ricerca anche sull’etimo delle stesse.

 

“Desideriamo solo strade bianche

se è vero che l’inverno è il destino

l’ombra-sole che abbraccia la

corteccia nel sonno il mistero del fuoco”.

 

Nessuna malinconia, spleen, sentimento fugace e dissolto nel nulla, se non eloquente e disinvolta consapevolezza del destino che, in inverno, concilia e vivifica l’alternanza delle luci e delle ombre nelle fasi del tempo, vero protagonista di ogni angoscia e di ogni disperata felicità nell’esistenza degli esseri umani.

 

E nei bagliori di un mondo che sublima l’ingiustizia e sacrifica il dolore del prossimo a convenienza della propria futile forza e del potere, ci sono “les Camille”, quelle donne impavide che al torpore del disperato odio e della criminosa sopraffazione rispondono al mondo con la divina attività creatrice: ”Aprimi bene i palmi/ semina la spiga nella terramano/ nella madreterra ogni germoglio/ in questo cielo spalancato a pioggia.// 

 

Renzi si sofferma, poi, sul mito redentore della poesia: “Noi pratichiamo la soglia/ non un giorno senza una riga./ La follia che salva/ la parola che smuove.//”. Quella soglia che appare un limite (invalicabile?), presagio, sfida, luogo-non-luogo, purgatorio e, ancora, spazio praticato dalle muse ispiratrici del verso. Ed ecco la parola che “smuove”, grazie a una follia necessaria, deflagrante in giardini e scintille, “memorie nascoste”.

 

Giusto in limine, affiora l’ultimo flash-back, un dolore che appare sussurrato, “disadorno”, quasi come nell’epigrafe svestita dal tempo del maestoso Osip Mandel’štam. Un vero e proprio adagio che, in musica, sosta in luttuose note che sembrano delinearsi parallelamente ai versi che la poeta governa in un inatteso addio. Senza enfasi alcuna, simultaneamente, con un pathos sostenuto da parole di commiato, Rossella Renzi ci conduce in figurazioni straordinariamente toccanti, sugli archetipi di una poesia unica con risvolti chiaramente simbolisti:

“Nell’ombra del bosco/ nel bacio dell’acqua/ nell’albero cavo/ Saremo solo cenere/ senza redenzione.//”

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