
L’igienizzante e il cielo. Questo vedo dalla stanza provvisoria, mentre la signora mi rifà la camera e i confratelli salgono e scendono sulla scala di casa. È strano passare dal prodotto farmaceutico, simbolo delle prigionie del nostro tempo, all’emblema più potente di un Dio che è libero e che libera: come se urgesse una scelta non più procrastinabile. Gli operai gridano, dal piano di sotto. Le porte si aprono e si chiudono. Le voci delle donne delle pulizie s’incrociano sorvolando le cose di ogni giorno: il sapone, la sedia, il secchio con lo straccio. Si costruisce, si ripara, si pulisce, come se qualcosa minacciasse sempre di marcire, o di crollare, come se tutto avesse bisogno di manutenzione, soprattutto l’anima, divisa tra l’igienizzante e il cielo, fra il tavolo immobile e la finestra aperta, scossa dal vento, come a chiedere di cogliere il confine tra prigione e libertà, di congiungere realtà inconciliabili, di unire gli opposti, di fare delle sbarre la cornice di un ritratto, delle catene un rosario che liberi dal potere oppressore, della disperazione un trampolino per tuffarsi nell’ignoto. Tutto ha bisogno di una svolta, di un riscatto. Tutto e tutti, tranne Uno: l’igienizzante è il cielo.

l’igienizzante è il cielo
Non ho compreso subito questo finale, poi ho capito che l’anima ha bisogno di detersione molto più delle mani, e che l’unico agente che possa garantire il risultato è al di sopra di noi, che lo crediamo o meno.