La parola ai poeti. Roberto R. Corsi


«La poesia – | ma cos’è mai la poesia? | Più d’una risposta incerta | è stata già data in proposito. | Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo | come alla salvezza di un corrimano». Apparirà scontato, ma questa famosissima strofa di Szymborska (qui tradotta da Pietro Marchesani) pare ancora indicarmi, dopo quindici anni di versi e annotazioni, l’atteggiamento più salubre e proficuo. Un socratico sapere di non sapere cosa sia la poesia permette di percorrere un lungo e solido corrimano di possibilità, sia come poeta (trovo che “eclettico” sia il complimento più bistrattato del mondo), sia come recensore (arengo nel quale non mi esprimerò mai in termini di poesia o non-poesia, ma ragioneremo insieme “solo” di buona o cattiva qualità). Occupiamoci, allora, del sedicente poeta. Dal primo libro, del 2007, ho cambiato modalità espressive più volte, attraverso raccolte dal verso ora controllato, ora lunghissimo al punto di richiedere l’impaginazione in orizzontale; per approdare (con La perdita e il perdono, 2020) a una coesistenza pacifica di varie forme, inclusi squarci di prosa; però recuperando, in prevalenza, il piacere di un libero gravitare in versi attorno alla naturalezza dei metri tradizionali. Quanto all’io lirico, al “noi” e alla loro composizione, ho prima giocato a nascondermi dietro i miei totem culturali (la musica classica, per esempio), visti però come qualcosa di vivo e anche plasmabile a piacere per rappresentarmi; poi ho impugnato la pistola della poesia confessionale, della chiarezza autobiografica estrema. Nel tragico, ha fatto gradualmente capolino una sua occulta e intima compagna: la componente grottesca e comica. Talora provo a sdraiarmi sulla poesia civile, conscio della sua importanza (se bramiamo di esser letti oltre la bolla degli addetti ai lavori, dovremo pur occuparci di ciò che “là fuori” accade!) ma non ignaro del fatto che, a motivo della mia personalissima situazione, essa rappresenta un letto di Procuste. Oggi, continuando a non avere certezze, penso alle mie prove poetiche migliori come a qualcosa che da un particolare, spesso insignificante per i più, induce una stralunata ma affascinante massima; oppure avvia uno scavo interiore di violenta trasparenza. Proponendo un’idea “filosofica” vicina all’accezione antica di arte del vivere al meglio, o piuttosto alla meno peggio, inclusa la medicina amara di essere il più possibile sinceri sul teatrino umano e poetico; scettica per temperamento sull’attuale “accanimento metafisico” con cui si imbrigliano i corsieri del sensibile e del razionale. Probabilmente il corrimano del dubbio mi sta già portando per altre rampe. Certo, a prescindere da tematiche e modalità, mi piacerebbe che la mia poesia realizzasse, anche nei suoi momenti più sarcastici, il risultato supremo di far sempre sentire chi la legge un fine, mai un mezzo. Questa, almeno, è l’intenzione.

(480.)

Un picchio verde.

Giochiamo a un-due-tre-stella!

Muovo un gomito e fugge.

Voi oggi insisterete, come sempre,

che la poesia è ritrovo, gridare, strofinarsi.

[immagine: Karsten Madsen]

Un pensiero su “La parola ai poeti. Roberto R. Corsi

  1. S&R

    Un’arte che doni al lettore la coscienza del suo essere soggetto, e lo aiuti a vivere meglio, senza dubbio arriva al cuore perché centra l’essenziale.

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