Massimiliano Bardotti, La disciplina della nebbia, peQuod, Ancona 2022, p. 81.
Ho vissuto per un lungo periodo a Novara immerso in una nebbia quotidiana, che iniziava a fine ottobre e si protraeva fino al termine di febbraio. Una nebbia fitta e umida, che penetrava dentro le ossa e creava nello stesso tempo un’atmosfera ovattata, intima, silenziosa, tale da favorire il raccoglimento e la meditazione. Anche la nebbia ha un suo fascino sottile! Essa impone tuttavia – come ci ricorda Massimiliano Bardotti in questa intensa e originale raccolta, che alterna a splendide poesie brani di alta prosa poetica – l’adozione di una particolare disciplina. L’attutirsi dei rumori e la scarsa visibilità suscitano disorientamento e impediscono di muoversi con speditezza, avendo a che fare con un muro apparentemente invalicabile.
Le liriche di Bardotti sfondano questo muro attraverso “uno sguardo che – come scrive Antonella Schuelz nella Prefazione – sfida l’opacità della nebbia […] C’è luce. Una luce capace di fendere la nebbia con il rigore di una disciplina declinata talvolta in forza ascetica e capace di ridimensionare la soggettività lirica, piegandola all’umiltà e alla bellezza di una fusione panica con un tutto percepito e introiettato con attenzione incondizionata” (pp. 5-6). E’ riassunta, in queste parole, efficacemente e con rigore, la proposta poetica di Bardotti, che ha come referente il “seme della bellezza” “piantato nel profondo di ogni terra” (p. 15). L’ascesi che il poeta deve adottare comporta un andare controcorrente, reagendo al vuoto di una cultura che tende a far dimenticare, occultandolo, il segreto meraviglioso della natura: dagli animali (l’ape e la farfalla, il gatto e il serpente) al mondo vegetale (il rosmarino e il glicine). Implica, in altre parole, la capacità di uno sguardo contemplativo, che va oltre ogni apparenza per cogliere il senso profondo della realtà, l’al di dentro che rinvia all’al di là, che “indaga l’Altrove che è dentro ogni essere” (p. 22).
Emerge entro questo scenario il forte, costante richiamo al divino, che fa di Bardotti un autentico poeta religioso, il quale cedendo “il passo a Colui/ che fa muovere tutte le cose/con i suoi occhi ora vede/. Sua la voce che canta/. Il respiro, è di Dio il respiro” (p. 16). La religiosità del poeta non è mai devozionale e tanto meno formale; ha le proprie radici nell’intimo dell’animo umano – l’intimior intimo meo agostiniano – e abbraccia i grandi temi dell’esistenza, a partire dal senso della vita e della morte. Quest’ultima – la morte – ricorre con frequenza inusitata nelle rime di Bardotti, non come oggetto di paura e di angoscia, bensì come invito alla speranza. E questo perché morire non è la fine; la risurrezione infatti non è solo l’evento umano, che ha nella fede il suo supporto; è di tutta la natura nel susseguirsi delle stagioni, in un tempo nel quale tutto si ripete. Rinnovandosi.
Non manca in tutto questo la tensione a un impegno nel mondo, a mettersi al servizio degli altri, degli ultimi in particolare, facendo del cuore “un luogo accogliente/ dove molte persone possano abitare” (p. 52). La considerazione di un mondo in cui l’amore e la bellezza svaniscono o “ancora esistono per la fede di pochi” non si traduce dunque in una forma di ripiegamento pessimistico, ma è stimolo a ritrovare nella nebbia la luce, riconoscendo la debolezza creaturale che connota, fin dalle origini, la natura umana, e il “bisogno della Sua presenza” per “sentirci in pace” (p. 49).
Due atteggiamenti, tra loro strettamente connessi e interdipendenti vanno allora coltivati. Da una parte, “il seme eterno dell’attesa” (p. 27), che proietta l’uomo nel futuro, sottraendolo all’angoscia del buio per il diradarsi della nebbia; dall’altra, una diuturna vigilanza, che obbliga a non “restare sulla soglia” (p. 31) ma ad assumere fino in fondo le proprie responsabilità morali e civili. Atteggiamenti che culminano nell’invocazione “Signore vieni” (p. 29). E si traducono in benedizione verso “tutti i figli/nati sotto questo cielo/ che lo stesso è da millenni/ e mai un giorno uguale all’altro” (p. 72).
Una raccolta questa di Massimiliano Bardotti che non è soltanto espressione di un raffinato lirismo frutto di uno scavo letterario da tempo in atto, ma che contiene anche (e soprattutto) una matura riflessione biblica e filosofica, che è per tutti una preziosa lezione di vita.

