
Quante volte mi hanno chiesto cosa ne penso della poesia. Non ricordo più, ma ricordo di avere sempre risposto: non lo so. Ancora adesso -e sono passati tanti anni dalla mia prima poesia e dalle mie prime riflessioni sulla poesia– non sono in grado di dare una risposta, non sono in grado di dire nulla a proposito di questa domanda che continua a inquietarmi.
Eppure qualcosa devo dire. La poesia è stata ed è la mia vita, mi ha accompagnato sempre, mi ha consolato sia scriverla che leggerla. Quando non la scrivo mi sento senza colonna vertebrale, come perdessi me stessa, mi svuotassi, dimenticassi il mio nome, la mia stessa identità.
Se non ho saputo farmi conoscere, vincere premi,intrallazzare per ottenere qualcosa che giovi alla mia visibilità, almeno ho scritto davvero poesie, e per tanto tempo.. Questo filo non si è ancora spezzato, così mi consolavo
e mi consolo.Guardavo i figli delle amiche e dicevo a me stessa: “Tu non hai fatto figli, hai fatto poesia, carne e sangue di poesia. Cosa è stato meglio?” Domanda assurda, fra le tante che mi pongo. Ma io ho sempre pensato alla poesia non solo come a una forma di scrittura ma a un modo esistenziale di porsi davanti alla realtà, un modo particolare di guardare e sentire le cose. Sconfina forse con un atteggiamento religioso, spirituale, e anche con la visionarietà. “Essere poeti” significa “scrivere poesia?” No. Non sempre coincidono scrittura ed essere. Ma anche i cinici, i non credenti, i delinquenti, più semplicemente i realisti, possono scrivere poesia. In poesia si può scrivere tutto. In un certo senso si può forse comunicare meglio, in modo più immediato e sintetico, che in prosa, lasciando margini di mistero dove chi legge può respirare, sognare, riflettere, trovare il suo spazioper entrare a farne parte... Sembra che basti poco.Nulla di più falso: se intendo emozionare, a volte basta solo una certa collocazione delle parole, un punto o una virgola disposti diversamente, qualcheaggettivo in meno. Per comunicare l’essere occorre affinare lo strumento di comunicazione verso l’altro e cioè, la tecnica. Ma che il lavoro sulla lingua non sia troppo percepibile. Per riuscire appena appenaa raggiungere quello che desidero, ho impiegato molto tempo e fatica.
Cosa vado cercando? La fluidità, il ritmo giusto, l’essenzialità, la non sentimentalità (ma il sentimento sì). Secondari i temi, che per un poeta sono, più o meno, sempre gli stessi. E poi esistono grandi narratori, grandi autori che decidono di scrivere poesia… e falliscono. Perché? Perché la poesia è scrittura “altra”. Il problema è che siamo in troppi a verseggiare che siamo quasi tutti tecnicamente bravi. Ma solo in pochi sono in possesso di quel quid che li differenzia dagli altri, e che resta un mistero. Dicibile, comprensibile, ma sempre mistero. La mia caratteristica -e lo è sempre stata- è la necessità imprescindibile del ritmo, diretto o indiretto, percepibile anche seinavvertito. La parte più intima di me, quella inesprimibile, si affida alla maschera delle parole, alla loro sapienza, ai loro vuoti e ai respiri. Si affida alla tecnica, che si acquisisce con l’esercizio, poiché solo l’esperienza con la parola –ma anche l’intuizione– ti fa dire se questa è poesia oppure non lo è. Se la vita è mutevolezza e le poesie seguono il loro ritmo naturale (o per lo meno cercano in qualche modo di raggiungerlo), se mi sembra che ciò che scrivo mi rispecchi con leggerezza, significa che, infine, io sia diventata la mia poesia – quella che io sola posso raggiungere.
***
Lei si trovava sola in mezzo al bianco
ma non era neve era un bianco indescrivibile
un impasto colloso di capelli lunghissimi
fili sottili di bava di ragno
e aveva l’aria di una scappata di casa.
L’aria calma aveva e l’occhio acquoso
e si pettinava senza pettine.
Si pettinava lenta sembrava cantasse
ma non le usciva voce e non soffriva
forse si sentiva meno straniera.
Da dove era partita non sapeva
se era affondata sotto il mare o volata
ma si sentiva come a casa come sgravata
come chi non può più tornare indietro.
*
Le nuvole avevano colori le venivano addosso
a volte bianche a volte oro rosso lei si fermò
le bastò un brivido un colpo di vento e grazie
disse a voce alta
grazie a voi nuvole entrate con prepotenza
nelle mie lacrime.
Non nascerò più, pensava, ora sto nel respiro del colore
di una mente appena morta che deve assestarsi
così per secoli
per secoli ragionando in lingua atona bianca.
Non scrisse più. Non seppe più scrivere.
Non ricordò neppure l’alfabeto.
Dunque, dicono di lei che non ebbe più parole.
Solo visioni
(da L’altra, Manni 2001)
*
Elena
Dicevano fosse donna bellissima
e gli uomini impazzivano d’amore
per lei combattevano una guerra
terribile tra due città con tanti
morti e dolore e lutto ovunque
sulle strade sul mare nelle case
sulla pelle negli occhi delle donne
e dei bambini rimasti orfani.
Lei si nascondeva nelle cantine
del suo palazzo negli angoli
invisibili dei suoi giardini perfino
in buche sottoterra senza respirare.
Evitava gli specchi
che ripetevano la sua falsa
bellezza esaltando l’angoscia
di vedersi diversa da come
la vedevano gli altri e diceva
che no, non era lei Elena, nessuno
l’aveva rapita ma piangendo
chiedeva di essere lasciata tranquilla
tranquilla e sola.
Sempre aveva fuggito i passi degli uomini
le loro voci le loro tremende
carezze i loro elogi melensi
I loro corpi duri e potenti.
Quando infine Troia si arrese
la cercarono per esporla alla folla
entusiasta ai battaglioni degli Achei
trionfanti: la cercò Paride,la cercò
Menelao. Dappertutto. La chiamarono
In tutti i luoghi, in tutti i modi
Sciolsero perfino i cani
sulle sue tracce. La notte gloriosa
dei festeggiamenti lei, tremando
muta nel buio, cullava il suo gatto.
(Inedito, da La lezione degli dei)


Bella questa differenza tra scrivere versi ed essere poeta. Poetico è, a mio parere, lo sguardo che restituisce alla realtà la sua vocazione originaria, di mistero e profondità simbolica, celati sotto il velo dell’ovvietà. Sguardo che scorgo in questi versi.