Lettera da Berlino

di Stefanie Golisch
Berlino, 8.10.2022

Caro lettore sconosciuto,

certo, preferirei parlare dei colori dell’autunno, del sapore dell’aria mattutina e del cielo azzurro intenso di certe giornate fredde e limpide.
Ma i tempi sono di guerra e, parafrasando liberamente un famoso verso di Brecht, ci sono delle situazioni in cui una conversazione sui colori degli alberi diventa inadeguata, si vieta quasi da sé, perché sembra che ignori tutto il resto.
Brecht scrisse questa poesia che s’intitola Ai posteri in esilio, tra il 1934 e 1938.

Io, in questo autunno del 2022, mi trovo a Berlino e, pur volendo lavorare piuttosto sulla mia pace interiore anziché immergermi in sempre nuovi conflitti, in questi tempi non è possibile rimanere fuori da ciò che succede intorno a noi: questa volta non, come al solito, in qualche parte del mondo lontano, ma proprio in Europa.

Vorrei parlare della pace.
Ma devo parlare di guerra.

Certamente non è una novità che tutti i paesi occidentali commercino in armi, contribuendo in questo modo ad alimentare attivamente le guerre in corso, ininterrotte dalla fine della seconda guerra mondiale.
Succeda quel che succeda nel mondo, basta che non succeda a casa nostra.
Questo sembra il mantra categorico che ha tracciato – grosso modo – la linea guida della politica estera europea del dopo guerra.
In altre parole: non tirarsi mai indietro dove c’è da guadagnare. Tanto, gli esseri umani che si sparano con le armi made in Germany, non siamo noi.
Siamo per la globalizzazione se conviene in termini economici, ma, per favore, senza lo sporco, il sangue, la puzza e il degrado fisico e morale che fa parte del suo apparato digerente.
Per la mia generazione, che per molto tempo ha approfittata di un equilibrio del tutto ipocrita è stato fin troppo facile volgere lo sguardo dall’altra parte quando le innumerevole contraddizioni hanno cominciato a minacciare il nostro modo di pensare e di vivere da privilegiati.
Ora non è più possibile.

L’uomo, si sa, è debole.
Non per cattiveria, ma per comodità: tra un ragionamento impegnativo e il divertimento più stupido – se c’è anche da bere e da mangiare tanto meglio! – sceglierà sempre il secondo, così come tra una narrazione facile e una difficile, differenziata, complessa, contraddittoria e probabilmente senza soluzione, sceglierà sempre la prima.
La narrazione dominante di questi tempi sembra che sia l’eterna lotta tra il cattivo e il buono che combattono nel nome di valori indiscutibili.
Il mito dell’eroe, insomma, del guerriero che non teme la morte, ma che per vincere sulle forze del male e per guadagnarsi la fama eterna, è disposto a sacrificare la propria vita.
Di questa narrazione eroica si nutre una serie di blockbuster, per lo più di tipo fantascientifico, il cui successo mondiale è probabilmente dovuto al fatto che l’archetipo della guerra tra il bene e il male tocca delle corde profonde dell’anima umana.

Nella realtà, si sa, le cose non stanno proprio così.
Infatti, il bambino, appena esce dal guscio (speriamo protetto!) della propria infanzia impara ben presto che il bene e il male si fondono indissolubilmente.
Il mondo non è fatto di buoni e di cattivi, ma di esseri umani che portano in sé tutte le possibilità. I più avanzati tra di loro scopriranno ben presto che anche loro stessi sono infinitamente colorati, capaci del meglio e del peggio e del mediocre quotidiano.
Raramente, nella vita così com’è, troviamo il solo virtuoso e il solo mascalzone.
Di solito, il nostro comportamento varia da situazione in situazione, lasciano dietro di noi immagini diverse, spesso non conciliabili tra di loro.
A quel giovane al quale ieri sera in metropolitana non ho dato nulla perché avevo già dato ad altri e, davvero, la metropolitana di Berlino è così piena ormai di gente che chiede dei soldi che è impossibile dare qualcosa a tutti, infatti, sarò sembrata una delle solite persone senza cuore (che non credo di essere in assoluto).
Le motivazioni che guidano il nostro comportamento in una certa circostanza sono sempre un intreccio di ragionamenti, emozioni e stati d’animo di quel preciso istante.
Con tutte le ambiguità che ne conseguono.
Il buono e il cattivo, in questo senso, sono parametri di massima.
Da adeguare, aggiustare e valutare di volta in volta.

Vengo, dopo questa lunga premessa, al dunque.
La polarizzazione tra chi, in questi mesi, si è schierato dalla parte della linea ufficiale europea che svolge una politica interventista attiva accanto all’Ucraina e i pacifisti che insistono sull’urgenza di negoziazione tra le parti e che per questo sono denigrati dai mass media come sostenitori di Putin (!), è diventata estrema.
Le due posizioni sembrano ormai inconciliabili.
Intanto, le grandi industrie delle armi in Europa e negli Stati Uniti, possono gioire di un bilancio annuale oltre ogni più rosea aspettativa: visto che il commercio bellico non riguarda soltanto l’Ucraina ma molti altri paesi – certamente nemmeno loro esempi di democrazia e del rispetto dei diritti umani – che approfittano della presunta liberalizzazione delle vendite, approvate silenziosamente dai governi.
In Germania in particolar modo dai Verdi che, da partito nato dal movimento per la pace, si è trasformato in pochissimo tempo in un partito bellicista per eccellenza.

Nonostante l’asserzione ufficiale secondo la quale lo stato tedesco non è in guerra con la Russia, una commissione di storici che lavora per il parlamento tedesco alcuni mesi fa ha stabilito che, secondo il diritto internazionale, invece, lo è, in considerazione dell’armamento e dell’addestramento di soldati ucraini sul territorio della Germania.
Poi, la notizia è scomparsa.
E non è stato più ripresa da nessuna parte.

La guerra non si combatte tra buoni e cattivi.
La guerra si combatte per questioni di potere politico e economico.
Da sempre e ovunque.
Morte e distruzione, in questa ottica, non sono altro che delle necessarie circostanze concomitanti.
Nella logica della guerra la singola vita non conta nulla.
Né quella dei civili, né quella dei soldati mandati sul fronte contro la loro volontà.
E questo, nella guerra in corso, vale per i soldati russi e quelli ucraini.
È significativo che si è soliti tacere il fatto che anche in Ucraina c’è la coscrizione obbligatoria: infatti, gli uomini tra i 18 e i 60 anni non sono autorizzati a lasciare il paese, se non corrompendo.
E i pacifisti ucraini allora?
Quelli che non vogliono andare sul fronte?
Per convinzione o semplicemente perché non credono in quell’eroismo nazionalista propagata dai loro media?

Essere contro la guerra – attenzione! – significa non essere contro questa o quella guerra, ma essere contro tutte le guerre.
Essere contra la guerra di per sé.
La jihad, la guerra giusta, non esiste.
Il pacifismo è radicale – o non è.
Quale esempio migliore del Cristo che a chi lo colpisce pone l’altra guancia.
Messaggio troppo scomodo, forse impossibile da essere messo in atto, ma assolutamente necessario per non fare sparire dall’orizzonte l’utopia di un altro mondo.
Un mondo giusto all’insegna della rispettosa convivenza tra persone e nazioni.

Da qualche mese mi trovo qui a Berlino.
Mesi in cui ho assistito alla continua crescita di una propaganda bellicistica, da parte dai media ufficiali – prima di tutti dallo Spiegel – che avrei ritenuto impossibile in questo paese che per molti anni, davvero, ha cercato di rielaborare il suo passato.
Mi sono anche chiesta se l’identificazione pressoché incondizionata con la causa ucraina possa essere interpretata come volontà di stare finalmente dalla parte dei buoni in questo conflitto che – a guardare bene – non è altro che una nuova puntata della guerra fredda: in costumi diversi e con un marketing e una retorica più avvincente.
Gli obiettivi, tuttavia, sono gli stessi: vincere sull’altro per imporre il proprio sistema socio-economico, non certo per il bene dell’uomo, ma per sfruttare le risorse della terra in modo sempre più efficace e redditizio.

Per evitare ogni fraintendimento: sono consapevole di chi sia Vladimir Putin.
Per molti anni sono stata membro del Pen Centre tedesco. In particolar modo mi sono impegnata in Writers in Prison, occupandomi più volte dei casi di autori russi dissidenti perseguitati e imprigionati da questo regime certamente non democratico. Penso di poter dire, quindi, che già prima del 24. 2.2022, un’idea di chi sia il presidente della Federazione Russa ce l’avevo.
Come tutti, del resto, che volevano saperlo.

Nonostante ciò, credo sia innegabile dover costatare che la pace, nel quadro geopolitico europeo del futuro, senza la Russia non sarà possibile.
È stato forse Churchill a parlare del destino della geografia che, se non si considera come una realtà data, non può non ribaltarsi contro chi la ignora.

In un conflitto, personale o politico che sia, non perché uno dei due avversari è un – diciamolo pure nel linguaggio delle fiabe – cattivo, l’altro è necessariamente buono.
A differenza dei mass-media, le fiabe lo sanno.
Infatti, essi vivono di trasformazione continua.
Nulla rimane quello che è – o che sembra essere.
Forse perché sono di origine popolare: tramandate oralmente da generazione in generazione e raccontate non per interesse economico, ma per rivelare delle verità nascoste nel quotidiano.
Non l’unica grande verità per la quale vale la pena sacrificare la propria vita, ma delle piccole verità che ci aiutano a costruire i nostri rapporti, ad aggiustarli e reindirizzarli giorno per giorno.
Senza correre il rischio di una escalation senza precedenti nel nome di una causa che già domani potrebbe apparire in una luce tutta diversa.

Questa mattina, qui a Berlino, c’è sole.
È una bellissima giornata d’autunno con colori ogni giorno più intensi.
Penso di poterlo dire perché ho detto anche tutto il resto.

Cari saluti

Stefanie Golisch

L’immagine: È l’angelo nel duomo di Güstrow dello scultore Ernst Barlach. Pensato per commemorare le vittime della Prima guerra mondiale, nel 1937 fu rimossa dai nazionalsocialisti, poi fuso per essere utilizzato nella produzione bellica. L’artista, già gravemente ammalato, morì nell’anno seguente.

7 pensieri su “Lettera da Berlino

  1. Danilo

    Una analisi profonda dell’umanita’ che stride con la superficialità dominante dei mezzi di informazione “ufficiali”.
    Grazie Stefanie.

    Rispondi
  2. Giorgio

    Grazie, Stefanie, per queste parole così limpide. Il pensare-sentire è passato come per osmosi alle parole, che dicono il pensare-sentire di tanti, piccole ma anche grandi verità che ci aiutano a costruire i nostri rapporti e così, si spera, a determinare scelte diverse.

    Rispondi
  3. Giovanni Nuscis

    Grazie, Stefanie, parole che sento mie nel profondo.

    In particolare queste: “Essere contro la guerra – attenzione! – significa non essere contro questa o quella guerra, ma essere contro tutte le guerre.
    Essere contra la guerra di per sé.
    La jihad, la guerra giusta, non esiste.
    Il pacifismo è radicale – o non è.
    Quale esempio migliore del Cristo che a chi lo colpisce pone l’altra guancia.

    Giovanni

    Rispondi
  4. sgolisch Autore articolo

    Grazie a tutti voi della condivisione e dei vostri contributi.
    Il fatto di essere tutti sulla stessa onda di pensiero, in questo momento di grande disorientamento, mi fa bene e mi da la speranza che forse non è ancora troppo tardi…

    Ancora un caro saluto – di sole – da Berlino,

    Stefanie
    .

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *