La parola poetica è una parola che, all’interno del mio personale percorso di scrittura, ha la propria gestazione e nasce dal silenzio, dall’approssimarsi al vuoto, alla solitudine, alla mancanza; la parola poetica diventa, in questa misura, un qualcosa di imprescindibile, necessario.
La parola poetica, come scrive in maniera stupenda Bonnefoy, “avvicina soltanto ma è, nello stesso tempo, quella parola che salva il mondo dall’abbandono, trasforma l’esilio in speranza, ritesse il filo spezzato della vita.”
La voce del poeta è, molto spesso, interrotta, incompleta, mai sufficiente ad esprimere ciò che rimane, indicibile, nelle viscere dell’animo umano e verso cui l’uomo, per sua stessa natura, instancabilmente aspira.
In questa continua tensione tra l’avvicinarsi e il mai riuscire a manifestare in maniera esaustiva ciò che rimane desiderato e inesprimibile, si compie il nostos del poeta, della sua parola.
Lo spegnersi austero della luce,
l’odore acre del caprifoglio,
la nuda miseria delle mani.
La gola pesta di chi grida
– luce impossibile alla luce! –
parole sospese nell’aria
foglie ingiallite e secche.
Questo eterno andare
senza sapere;
questa distanza da me,
da tutte le cose.
(poesia tratta dalla raccolta inedita -in lavorazione- “Getsemani”)
Un sasso cade, rimbalza sulla strada:
mi consuma il bacio caldo
di un’estate in cui non piove
quasi mai.
Non muore la rosa nel giardino di Dio.
(poesia tratta da “Crocevia dei cammini”, peQuod, 2022)



“La voce del poeta è, molto spesso, interrotta, incompleta, mai sufficiente ad esprimere ciò che rimane, indicibile, nelle viscere dell’animo umano e verso cui l’uomo, per sua stessa natura, instancabilmente aspira.”
Bravo, Luca!
Ho letto e molto apprezzato “Crocevia dei cammini”, appena ritrovo la forza e la concentrazione, in questo periodo critico, ne scriverò davvero volentieri.
Grazie mille Giovanni. Io sto finendo Sbarbaro: quello successivo, sul tavolino della poesia, è il tuo. A presto, Luca