È uscito, per i curatissimi tipi di Italo Svevo, prelibata casa editrice triestina, un libro di racconti (o forse sarebbe più corretto dire: novelle) di Marino Magliani. La dotta prefazione di Filippo Tuena mette in luce i punti di contatto della poetica di Magliani con la lezione di Calvino, scava nella psicologia del ritorno al luogo natale (il nostos) e nella punta di amaro che ci sgomenta ogni volta che torniamo alle nostre Itache.
Ma a me questo libro è riuscito subito simpatico: da troppi anni in Italia è diventato problematico pubblicare un libro di storie brevi. Nelle lingue transnazionali come l’inglese e lo spagnolo non è affatto così. Alice Munro vinse un Nobel con i suoi racconti – per non parlare di Borges, a perenne disdoro dell’Accademia Svedese che non glielo volle concedere. In Italia vige la vulgata secondo cui “i racconti non vendono”. Trovare un editore disposto a pubblicarne merita un “Eureka!” (e magari una giubilante corsa in deshabillé, alla maniera di Archimede).
Ma soprattutto, in questo libro Magliani si conferma unico nel panorama degli scrittori italiani contemporanei per il ruolo fondamentale che nelle sue storie viene svolto dal paesaggio.
Come nel recente (e “Stregato”) “Il cannocchiale del tenente Dumont”, i personaggi di queste novelle sono tipi universali che potrebbero rivivere la loro vicenda ovunque, in Sicilia o a Maastricht, ma diventano emblematici, immersi come sono in un paesaggio totalizzante di valli, mare, rovi, olivi, pietraie, orti, sentieri, vie e piazze di Imperia, e di esseri umani che vi si aggirano taciturni, furtivi, caustici. Uomini, minerali, vegetali, vivono e si compenetrano come nelle fiabe o nei mondi fatati di Tolkien.
In questo ambiente, in cui si respira l’atmosfera di un destino fatto pietra, i personaggi assumono dimensioni da tragedia greca e diventano simboli. Come il sottufficiale che cede alla tentazione o il pensionato condotto al suo destino da una crudele strategia.
Non cadete nella trappola che Magliani vi tende con un duplice esergo: le citazioni (di un grande autore argentino e di un semisconosciuto apolide) potrebbero farvi pensare a storie di finzione e di menzogna. Non è così.
In realtà Magliani è ben consapevole della dimensione epica conferita ai personaggi dal suo modo di trattare il paesaggio, e proprio per questo premette al testo una nota illuminante:
“A ogni racconto di questa raccolta corrisponde una valle più o meno sperduta del Ponente Ligure, e due dei racconti sono ambientati nella stessa valle, ma a quote diverse. Forse non si dovrebbe parlare di vere e proprie vallate, ma piuttosto di penisole, di un pugno di estremità della regione costiera, i cui microcosmi, qua e là, esondano dai margini della finzione.”
Dunque le valli dell’Imperiese vanno intese come penisole: punte di rocciosa umanità che si spingono fino all’estremo limite del reale e finiscono per coinvolgere non soltanto gli indigeni ma anche le turiste cosmopolite in cerca di emozioni e gli olandesi che vorrebbero insegnare ai liguri come costruire un muretto.
Forse l’unico che non soggiace al fascino del mondo roccioso delle valli è il Grande Editore, novello Mercurio con le ali ai piedi (Chi sarà? Si accettano scommesse). Ma non è lui il protagonista del racconto. E forse non lo è nemmeno lo scrittore. Il vero protagonista è la Speranza con la S maiuscola, il verde vapore esalato per ultimo dal vaso di Pandora: immortale simbolo pietrificato nella mineralità dei sentieri, dei carruggi, degli scogli frangiflutti.
Marino Magliani – Peninsulario – Italo Svevo
Prefazione di Filippo Tuena

