Raffaela Fazio. Dalla ferita, la vita.

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Nella singolarità di ciascuno di noi, dovuta al diverso bagaglio con cui nasciamo e alle diverse esperienze che facciamo, esiste un sostrato comune, che potremmo chiamare anche “verità”. Una verità non tanto oggetto di conoscenza circoscrivibile, quanto ispiratrice di vita; ad essa attinge il linguaggio archetipico, declinandosi in modo sempre riconoscibile. Questo è il motivo per cui paure e sogni a cui la creatività umana ha dato voce millenni fa trovano tuttora in noi risonanza.

Il sogno più bello per gli antichi era una pienezza di vita così esuberante da abbracciare al suo interno anche gli opposti. Una forza generosa, capace di conciliare, di dosare, di rinnovare e di rinnovarsi. A questa potenza onnipresente, e al tempo stesso non manipolabile dall’essere umano sempre desideroso della sua grazia, gli antichi avevano dato il nome di Afrodite.

Secondo il mito, Afrodite nasce da una ferita provocata dal tempo, che congiunge il cielo alla terra: il liquido seminale di Urano (la divinità simbolizzante il Cielo), evirato da Kronos (il Tempo), mischiato con l’acqua del mare. Le Ore (le divinità che regolano lo scorrere del tempo e delle stagioni) intessono le splendide vesti della dea. Per questo, Afrodite può fare crescere la vita al momento giusto, quando il tempo è propizio.

Mi pare che si tratti di un’intuizione “vera”: l’Amore generatore, percepito come Bellezza, non può prescindere dal tempo. E il tempo è sia lacerazione, sia necessario, fecondo avvicendamento.

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