Poetry Kitchen Antologia di Poesia contemporanea

Nota di lettura di Gino Rago

Giorgio Linguaglossa (a cura di)
AA. VV. Poetry Kitchen Antologia di Poesia contemporanea
Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2022, pp.277, 18 euro
Nel postscriptum della risposta a una domanda di Roberto Bertoldo sulla natura della Poetry kitchen, a proposito della recentissima Antologia di poesia contemporanea, Giorgio Linguaglossa scrive: «Il fatto è che oggi parlare di «autenticità», di centricità dell’io, di «identità», di «soggetto», di «riconoscibilità» della scrittura poetica implica porre al centro dell’attenzione critica la questione di un’altra «rappresentazione», di un «nuovo paradigma». Il discorso poetico della poetry kitchen passa necessariamente attraverso la cruna dell’ago della lateralizzazione dell’io, della presa di distanza dal parametro maggioritario del tardo Novecento incentrato sulla metastasi dell’io egolalico e su una «forma-poesia riconoscibile». Il capitalismo cognitivo in crisi di identità e di accumulazione genera ovunque normologia e riconoscibilità, quello che occorre è l’«irriconoscibilità», una poiesis che abbia una forma-poesia irriconoscibile, infungibile, intrattabile, refrattaria a qualsiasi utilizzazione normologica».

In poche righe vengono condensate le ragioni tematico-stilistiche, legate agli antefatti ontologico-estetici che vengono da lontano, e precisamente dal lungo percorso della Nuova Ontologia Estetica, che hanno avuto un approdo provvisorio nell’Antologia Poetry kitchen, curata dallo stesso Linguaglossa, per le Edizioni Progetto Cultura di Roma, 2022.

Sedici i poeti antologizzati (Alfonso Cataldi, Raffaele Ciccarone, Marie Laure Colasson, Guido Galdini, Giuseppe Gallo, Francesco Paolo Intini, Letizia Leone, Giorgio Linguaglossa, Vincenzo Petronelli, Mauro Pierno, Mimmo Pugliese, Gino Rago, Jacopo Ricciardi, Ewa Tagher, Giuseppe Talìa, Lucio Mayoor Tosi), ciascuno con il proprio temperamento linguistico, con il proprio vissuto, con la propria sensibilità espressiva, ma tutti aderenti alle comuni esigenze del superamento della ipertrofia dell’ego; dell’adozione della metafora cinetica tranströmeriana a partire da questi versi

Le posate d’argento sopravvivono in grandi sciami / giù nel profondo/ dove l’Atlantico è nero

i quali hanno sconvolto le sorti della poesia preesistente; dell’andare oltre la metafora tridimensionale (Mandel’stam) con la metafora polidimensionale; dell’impiego nei testi di poetry kitchen del parlato, o, se si vuole, del dialogato; per non parlare dell’uso dell’entanglement; della interferenza linguistica; della procedura serendipica (per cui si cerca una cosa e se ne trova un’altra ancora più preziosa di quella cercata); del montaggio, legato a una sorta di ready-made per cui tutto è poesia, basta riconoscerla e allungare la mano per prenderla; della peritropé e degli sbalzi spazio-temporali; della cura della relazione immagine-parola, nel loro strettissimo rapporto creditorio-debitorio, sia secondo Andrea Emo, sia secondo il Benjamin dei Passages in cui si afferma la necessità di conoscere la «vita» delle immagini e non quella di «voler parlare» con le immagini; del citazionismo; dell’ibridismo; del bricolage; del collage; del sostituire la parola «poesia» con l’espressione «dispositivo poetico»; del ripudio del «significato» e della sua ricerca a tutti i costi.

Nella stagnazione etica ed estetica della attardata poesia contemporanea, non soltanto italiana, questa Antologia Poetry kitchen curata da Giorgio Linguaglossa è una novità che non ha nessun precedente e i sedici autori antologizzati propongono dispositivi poetici a «struttura rizomatica»** in cui ogni verso può essere letto sia procedendo nella lettura in modo tradizionale e sequenziale, sia partendo da qualunque strofa di ciascun dispositivo poetico. Anche per la rizomaticità delle strutture poetiche il lettore è chiamato a svolgere un ruolo decisivo, mettendosi sullo stesso piano dei poeti della Poetry kitchen, nell’atto etico-ontologico-estetico di frantumare l’intero ricomponendo i frammenti, nella consapevolezza di continuare ad assumere il «frammento» e gli «stracci» come cifre del nostro tempo.

(Gino Rago)

Testi di Marie Laure Colasson, Letizia Leone, Giorgio Linguaglossa, Gino Rago, Ewa Tagher
(dalla Antologia poesia contemporanea Poetry Kitchen)

1. Marie Laure Colasson

Una bianca geisha entra nel bar
Si arresta il tempo

Lilith fissa l’onda sulla sabbia
I pensieri escono galleggiando

Galleggiando tornano

Eredia trattiene un raggio di luna nella mano
L’universo esplode con la 5ta sinfonia di Beethoven

Tasti di pianoforte ingialliti dal tempo
Iniezione goccia a goccia del tradimento nelle arterie

Il mistero di una falange in Asia
I paleontologi si mascherano da spogliarelliste

Le perle si propagano sui pianeti
Astrocinematografico confusionale

Marie Laure ritrova la sua borsa coccodrillo
Rapimento della fossetta di Maurice Ravel

Lilith Eredia Marie Laure osservano la geisha che esce dal bar
Eglantine disfa il suo vestito acqua-marina

2. Francesco Paolo Intini
Lucrezio declamò l’ultimo libro dalla finestra di un XX piano
A Bari non sapevano come difendersi dagli ologrammi.

Si lasciò cadere la circostanza di un water in eruzione.
Nel frattempo alcune blatte si erano impadronite del circo massimo.

Viaggiarono senza fermarsi, travestiti da souvenir nei freni,
tra le scintille delle rotaie con la fragilità delle ampolle di neve.

Non più gladiatori e nemmeno Piazza Fontana.
Tutti cancellati i voli verso gli anni sessanta-settanta-ottanta.

La fuga è prevista nel tunnel di mezzanotte.
Niente panico. Invertire le lancette dopo il fischio d’inizio.

3. Letizia Leone
La pagina quindici oscillò di sette secoli
Il fantasma entrò dalla porta blindata

Nella grotta di Trofonio 25 kg di ecstasy
Fugarono l’ombra di una profezia

La voce roca dei presocratici
Solo per gli abbonati Sky

Nei cassetti i fatti già avvenuti
Sono piegati tra i calzini

4. Giorgio Linguaglossa

Il nano

Da piazza Mazzini sede della RAI
alla nube di Magellano
– distante dalla Terra 158.200 anni luce
su su fino alla costellazione di Orione
Situata a circa 1.300 anni luce dal nostro pianeta
incontro un nano
che sta prendendo il caffè seduto su una nuvola a place Vendôme
appende il cappello all’appendiabiti
e litiga con degli esquimesi
perché
sostiene il farabutto
sono posiziocentrici, mangiano alici fritte, non amano Andy Warhol,
l’anidride carbonica e il metaldetector…
il nano
inoltre, asserisce di parlare un perfetto italiano
ma dice sempre
e soltanto
una sola parola:

«Mai»

5. Gino Rago
La gallina Nanin, Charles Simic e la giacca di Magritte

La gallina Nanin della cover dell’Antologia Poetry kitchen
è un pieno di collera per il suo papà,
tale Lucio Mayoor Tosi.
«Mi ha fatto nera, con la cresta tutta rossa,
le coscette come due stuzzicadenti…
Così vado da lui».

Detto fatto.
Zampettando svolazza sul tavolo rotondo di mattonelle quadrate
con intorno quattro sedie a dondolo
proprio al centro del giardino del poeta Lucio
e ci fa la cacca.
Poi entra nel soggiorno, vede un quadro di Magritte.
Ed è qui che la gallina si innamora della sua giacca.
Il fatto è che la giacca si era annoiata di stare
tutti quegli anni
sulle spalle dell’omino che saliva al cielo:
«Basta, ne ho le tasche piene del Signor Magritte!»,
grida …

Così, se ne va a zonzo
fin quando non incontra il poeta Charles Simic
che aveva lasciato gli USA perché a un reading di poesia
quattro poeti neocrepuscolari continuarono a urlare
per tutta la sera:
«il mio dolore è più grande del tuo!».
Charles Simic tremava di freddo, e allora
la gallina Nanin che fa?
Gli dice di prendersi una cioccolata calda
e si sistema sulle spalle del poeta
il quale,
ignaro di tutto,
era diretto alla Posta per spedire un plico postale,
ma non aveva fatto i conti con la gallina
la quale sta mettendo lo scompiglio allo sportello gridando
che i poeti sono tutti degli sporcaccioni e dei sudicioni
e altre corbellerie …
E qui che succede?
Succede che con il becco buca
la copertina del libro
La ragazza Carla e altre poesie di Elio Pagliarani.

Da una finestra della dacia la voce di un situazionista:
«Esagerate, signora gallina, o meglio,
vi sbagliate.
Per quanto possiate cercare, qui non troverete niente,
Sharon Stone non esiste!
Quella del film è una controfigura!
Le uniche cose tangibili qui sono l’alcol,
la nostalgia e la passione per le corse dei cavalli.
Nient’altro, ve lo assicuro!
Signora Nanin, ma non l’avete ancora capito?
Siamo nello spettacolo,

l’immagine è la forma finale della reificazione!»

6. Ewa Tagher
Addio routine

Stamattina gli abitanti di Roma nord sono scesi in strada,
i letti, nella notte, hanno ingoiato chiavi, bancomat e
[forbicine.

L’edizione delle otto ha annunciato:
“non sono più possibili i ritagli di tempo”.

Per le strade si discute se scendere nelle catacombe
o lasciare la città ai nuovi venuti.

Qualcuno per disperazione si accovaccia sui rami della
[tangenziale
e batte i denti a tempo: un abuso di semiminime.

La Storia, materiale di risulta, ha un fremito, poi collassa.
“Porta Pia è un varco aperto verso la dimensione
[dell’Unheimliche”.

La Pasqua non sarà trionfo di trombe,
Cristo si rifiuta di morire.

Gli piace pensare che gli uomini siano inutili.
Per cinque minuti.

Poi piega con cura il sudario e lo abbandona
sui binari del tram Casaletto.

* Nota dalla Treccani
rizòma s. m. [der. di riz(o)-, col suff. -oma] (pl. -i). – In botanica, fusto sotterraneo, a sviluppo più o meno orizzontale, simile a una radice, dalla quale differisce per la sua struttura anatomica, la presenza di gemme e catafilli e la mancanza della cuffia; può fungere da organo di riserva e essere ingrossato. La struttura rizomatica prende spunto dalla botanica: i vegetali di tipo rizomatico tendono a svilupparsi orizzontalmente con strutture poco gerarchizzate, al contrario delle strutture arborescenti.
(Gino Rago)

Gino Rago, è nato a Montegiordano (CS) nel febbraio del 1950, vive tra Roma e Trebisacce (Cs). Laureato in Chimica Industriale presso l’Università La Sapienza di Roma è stato docente di Chimica. Ha pubblicato L’idea pura (1989), Il segno di Ulisse (1996), Fili di ragno (1999), L’arte del commiato (2005), I platani sul Tevere diventano betulle (2020) e, a quattro mani con Filomena Rago, La leggenda della Madonna delle Armi (Da raccontare ai bambini e non solo…) (2022), Storie di una pallottola e della gallina Nanin (2022). Sue poesie sono presenti nelle antologie
Poeti del Sud (2015), Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2016). È presente nei saggi di Giorgio Linguaglossa Critica della Ragione Sufficiente (Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2018) e L’elefante sta bene in salotto (la Catastrofe, l’Angoscia, la Guerra, il Fantasma, il Kitsch, il Covid, la Moda, la Poetry kitchen), Edizioni Progetto Cultura, 2022. È presente nell’Antologia italo-americana curata da Giorgio Linguaglossa How the Trojan War Ended I Dont’t Remember (Chelsea Editions, New York, 2019) e nell’Antologia di poesia contemporanea Poetry Kitchen (Progetto Cultura, Roma, 2022). È nel comitato di redazione della Rivista di poesia, critica e contemporaneistica “Il Mangiaparole”. È redattore delle Riviste on line “L’Ombra delle Parole” e “La Presenza di Erato”.

*
Propongo un tentativo di Poetry kitchen avvalendomi del «montaggio»: i “frammenti” sono posizionati senza nessun ordine consequenzial-deduttivo, ma secondo una visione centrifuga in cui le immagini-parole si rimandano una all’altra, senza nessun vettore logico-deduttivo;
«montaggio», nel quale il concetto centrale è l’«intervallo».
Vale a dire l’intervallo, cioè lo spazio fra le immagini-parole-tempo-logos-pathos, nel quale si attiva il pensiero del fruitore-osservatore perché è lì,

proprio nello stridere di due immagini diverse

che si mette in moto il pensiero dell’osservatore, esattamente come succede
(e come deve succedere, se il dispositivo poetico è kitchen)
in un qualunque «dispositivo poetico» della Poetry kitchen
in cui il lettore gioca un ruolo decisivo.

Gino Rago

Un colpo apoplettico

Un colpo apoplettico colpisce alla fronte il Signor Odisseo
sul set del regista Omero
che sta girando un movie tant’è che si dimentica di Circe
e di Calipso e di Agamennone,
così vaga nel mare Nostrum finché non approda nell’Urbe
dove si incontra con il Presidente Draghi
che è appena stato defenestrato dalla Presidenza del Consiglio
e gli propone di tornare al governo con l’ausilio del voto segreto di Conte, Calenda, Renzi
e del dimissionario Letta
per il tramite di un congegno ad orologeria
denominato “Cavallo di Troia”
che farà deflagrare la Presidentessa della Garbatella, la Melona…
Com’è come non è
proprio in quel frangente interviene il commissario Maigret
il quale grazie agli auspici e ai maneggi del critico Linguaglossa
telefona al cavalier Berlusconi
che infatti non vota la fiducia al governo e lo manda giù…
Così nasce la nuova fase della poetry kitchen.
Le parole «dimissioni» corrono di bocca in bocca
e di brocca in brocca,
finiscono per litigare con il farmacista di via Chiabrera
per un farmaco scaduto
e poi entrano nel bar “Odissea nello spazio”
ma il barista le caccia via a pedate,
dice che devono andarsene a quel paese
perché con le parole non riesce a pagare le bollette della luce
e di ritornare dalla Melona della Garbatella…
Così le parole infingarde della poesia elegiaca ritornano
dalla Melona della Garbatella
e le chiedono di tornare da dove sono venute,
cioè da “Dio Patria e famiglia”.
È così che le cose sono andate, parola dell’Ombra delle parole

12 pensieri su “Poetry Kitchen Antologia di Poesia contemporanea

  1. gino rago

    Estratta dalla mia e-mail, per l’acutezza della scrittura e l’originalità del pensiero che la sostiene, pubblico le meditazioni di Ewa Tagher, autrice presente nella miniantologia poetry kitchen da me allestita per Fabrizio Centofanti (che ringrazio per l’ospitalità preziosissima su Lpels).
    (Gino Rago)
    *
    Nella fase dell’antropocene in cui ci troviamo a (sopra) vivere, condizionata dall’avvento dei social, l’espressione dell’Io non è più relegata al proprio spazio personale o al teatro dei pochi intimi. Opinioni, posizioni, idee, sentimenti, battaglie e emozioni, vengono partecipati dall’Io al mondo intero. Una sovraesposizione dell’Io che annebbia ogni esperienza, ogni evento quotidiano o storico che sia. La realtà e l’Io giocano a rincorrersi su profili social, nel momento in cui tra loro non vi è più possibilità di mediazione o conflitto.
    Quale poesia, dunque, potrebbe essere in questo momento se non la Poetry Kitchen che dall’io si distacca e prende le distanze? Durante la presentazione molto partecipata e vivace, nonostante fosse fine agosto, del libro Poetry Kitchen Antologia di Poesia contemporanea, un’anziana signora con fare un po’ provocatorio, alzando il bastone da terra ha incalzato il curatore e poeta, Giorgio Linguaglossa, dicendo: «Quindi avete ucciso l’Io?» E Linguaglossa:«No, guardi, noi non abbiamo ucciso niente e nessuno!». Sarà stato l’effetto della pallottola vagante, protagonista delle poesie di Gino Rago, o il clima abbastanza torrido della serata, ma l’incredulità e la delusione della spettatrice per chi aveva usato abolire l’Io dal discorso poetico, a me è sembrato l’effetto migliore che potesse avere sul pubblico la Poetry Kitchen, che vuole proprio scardinare e disinnescare il totalitarismo dell’io. In un mondo in cui la narrazione, che molti oramai preferiscono chiamare storytelling, ha colonizzato ogni evento del privato e del pubblico e in cui l’Io sguazza a suo piacimento, la Poetry Kitchen ne sovverte i paradigmi, ne spezza le trame, mescola senso al non -senso, significanti e significati, parodia e realtà, luce e ombra.

    Come può, oggi il mondo della poesia, che è da sempre dimensione della libertà massima, della ricerca e della verità assoggettarsi a questo sistema di cose? La poesia per vocazione deve offrire la possibilità di guardare la realtà da altri punti di vista, essere un caleidoscopio da sovrapporre per trovare nuove forme e significati. E ora molti si chiederanno: «Di cosa parla allora la Poesia Kitchen?».

    Qual è il filo che accomuna questo pugno di poeti tanto diversi per storia ed esperienza personale e professionale, carattere e visione? Io mi azzarderei a dire che in ognuna delle nostre poesie soffia come un vento sottile di morte, quella dell’Io e di un mondo che ha smesso già da un po’ di essere lineare e consequenziale, come è stato quello del ‘900. Sia chiaro, non abbiamo ucciso l’Io, anzi, consapevoli della sua dipartita, causata da un’ ipertrofia egotica che lo ha fatto collassare su se stesso, lo andiamo cercando erranti, per buchi neri e quinte dimensioni, coinvolgendo pallottole e galline (come fa Gino Rago), personaggi della storia o emeriti sconosciuti, oggetti tra i più disparati, ballerine e pezze dai colori inesistenti, case vuote e manicomi, indirizzi e binari del tram.
    Perché la realtà, oggi, è più veloce di quanto l’Io possa imbracarla e condensarla in un dato di senso. Essa lascia dietro di sé solo scarti, e con questi, noi poeti, scendiamo a patti. Questo accade, mentre l’attardata poesia italiana giace da anni come un sommergibile sul fondo del mare, con le batterie elettriche da tempo scaricate.

    Ewa Tagher

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  2. Alfonso Cataldi

    Da un punto di vista compositivo, a me piace chiamarla Poesia della disattenzione. Per lo meno è così che io procedo: scrivo usando lo smartphone, continuamente distratto da “Opinioni, posizioni, idee, sentimenti, battaglie e emozioni…” che la rete mi sottopone in modo fulmineo e continuativo
    “Il carabiniere al centro della scena indica l’eterno apparire del destino” è un mio verso kitchen nato dalla visione di un video su YouTube di Emanuele Severino, disturbato da una notifica di Facebook per un nuovo post sul gruppo “Forze dell’ordine che indicano alla telecamera il luogo del misfatto”. Dall’alto al basso in un accidente di secondo.

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  3. Marie Laure Colasson

    condivido in pieno l’annotazione assai pertinente di Alfonso Cataldi secondo il quale la poesia kitchen si scrive meglio in mezzo ai rumori di fondo della nostra vita quotidiana, che è molto diversa dalla vita quotidiana di una persona del, mettiamo, 1960 o del 1906, all’epoca non c’era neanche la radio (pochi nel 1906 potevano permettersela, ancora nel 1960 pochi potevano permettersi di avere in casa un televisore in bianco e nero). La poesia è direttamente correlata con i suoni, i rumori, le parole, le sollecitazioni dei mezzi di comunicazione, tutto è in comunicazione con il tutto e niente lo è veramente.
    L’Elefante ha generato una miriade di corvi i quali hanno iniziato a blaterare e il risultato è questa infinita congerie di parole vuote e fatue… Adesso i corvi sono al potere e di lì ci sorridono sornioni… la poesia del suffragio universale ci ha portato a ciò…

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  4. Giorgio Linguaglossa

    Il fatto che il pensiero allontana ciò che è vicino, o meglio, si ritrae da ciò che è vicino e avvicina le cose lontane, è un elemento decisivo per riuscire a comprendere con chiarezza la dimora del pensiero.
    (Hannah Arendt)

    «Heimatlosigkeit» significa nella lingua tedesca “senza patria”. È un’espressione che rimanda all’assenza di una «dimora» e che si connota con la Stimmung di uno smarrimento esistenziale.

    «Wir irren heute durch ein Haus der Welt» –
    «Noi erriamo oggi nella casa del mondo»

    La frase è di Heidegger. Dunque, ci manca il linguaggio. Senza casa e senza linguaggio, l’uomo va ramingo, cercando una dimora da abitare e una parola da pronunciare; nella sua ricerca egli erra nel mondo come un’ombra straniera persino a se stessa. Il tempo della mancanza del linguaggio è il tempo della povertà (Heidegger), il tempo dell’epoca storica in cui l’essere si cela e non si rivela; essa è un’epoca contrassegnata da una barriera linguistica intesa come un limite verso l’«apertura» storica dell’essere stesso.
    Tuttavia «il linguaggio è la casa dell’essere. Nella sua dimora abita l’uomo», afferma Heidegger. In quanto co-esistenziale del Dasein, il linguaggio è al contempo quanto di più lontano e quanto di più prossimo l’uomo riesca ad esperire.
    Nelle nuove condizioni ontologiche ed esistenziali nelle quali si trova il Dasein oggi nelle condizioni del Capitalismo cognitivo e globale, il linguaggio si è rilevato essere un luogo Estraneo, fonte di confusione e di equivoci; il senso e il significato delle parole si perdono in un fondo senza fondo. Da questo punto in poi la «dimora» linguistica del Dasein è diventata inabitabile… non sarà più possibile abitare (Wohnen) la dimora che conoscevamo… Di qui il bisogno di dover ricostruire e di puntellare la dimora divenuta inabitabile… Di qui la «nuova poiesis»…

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    1. fabrizio centofanti Autore articolo

      L’archetipo del popolo nomade è uno dei più attivi: siamo sempre in cammino o alla ricerca di una via. La trascendenza dà una risposta che non esula dal camminare, anzi lo rivela erto e irto, perché il linguaggio è sempre rapportato a un Linguaggio, e la Patria non è qui.

  5. Giorgio Linguaglossa

    Storicamente l’arte è stata quell’evento inaugurale in cui si istituiscono gli orizzonti storico-destinali dell’esperienza delle singole umanità storiche, oggi le opere d’arte sono origine di esperienze di shock tali da capovolgere l’ordine costituito dei significati consolidati dalla vita di relazione. L’ovvietà del mondo diventa non-ovvietà. Nuove forme storico-sociali sono preannunciate e introdotte da opere d’arte. Le opere d’arte dell’ipermoderno si configurano come produzione di significati in condizioni di spaesamento permanente, di sfondamento rispetto a sistemi stabiliti dei significati consolidati. Un tempo le opere d’arte avevano senso soltanto se «aprivano», se preannunciavano nuove mondità, nuovi possibili modi di vita e forme di esistenza, altrimenti deperivano a cosità, nelle nuove condizioni del Capitalismo le opere d’arte sono sostituite dalla poiesis la quale tende a «chiudere» dei mondi e delle mondità. La poiesis divenuta un senza-luogo si rivela estranea a se stessa.

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  6. gino rago

    Sostiene Giorgio Linguaglossa che la poesia kitchen ha semplicemente cambiato il paradigma del poetico, del modo di scrivere e pensare il poetico. E anche del fuori-poetico e coglie così il centro della poiesis in stile Kitchen cui aggiungono altri tasselli significativi Ewa Tagher, Alfonso Cataldi, Milaure Colasson. Ciò si lega, accanto a tutte le altre cifre da me evidenziate nella nota di lettura mirabilmente confezionata da Fabrizio Centofanti, anche al cosiddetto ” spazio espressivo integrale” del quale fornirei l’idea dello stesso Linguaglossa:
    Lo spazio espressivo integrale di ogni testo poetico lo puoi intendere, in accezione epistemologica, soltanto quando si comincia a pensare l’idea di un ancoraggio ontologico per guardare alla poiesis come a un campo di tensioni linguistiche essenzialmente storiche, come un sistema instabile di tensioni dove ciascuna cerca di prevalere sulle altre in vista del raggiungimento dello stato di quiete del dominio sulla materia linguistica avversa, in parole povere, sugli altri registri linguistici. Lo stile altro non sarebbe quindi che la risultante di queste forze in gioco che si contendono l’egemonia e la preminenza sulle forze soggiogate e vinte.
    In altre parole, un testo poetico è vivo e vitale soltanto quando questo campo di tensioni linguistiche e stilistiche si mantiene in vita e si alimenta di sempre nuove forze in gioco come un campo aperto tra i vari contendenti.

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  7. Giorgio Linguaglossa

    Cambiare paradigma vuol dire, in parole semplici, cambiare il Punto di vista.
    Ecco come spiega Giorgio de Chirico in una intervista questa cosa qui del cambio del Punto di vista:

    A chiamare per primo la mia pittura “metafisica” sono stato io. “Metafisica” vuol dire al di là della fisica, al di fuori cioè del nostro campo visivo abituale e della nostra generale conoscenza, anche se nei miei quadri gli oggetti sono invece tutti riconoscibili, ma la metafisicità è nella composizione e nell’atmosfera creata dalla disposizione di quegli oggetti, nel rapporto tra di loro e tra essi e la tela. Pigliamo un esempio: io entro in una stanza, vedo un uomo seduto sopra una seggiola, dal soffitto vedo pendere una gabbia con dentro un canarino, sul muro scorgo dei quadri, in una biblioteca dei libri, tutto ciò non mi colpisce, non mi stupisce poiché la collana dei ricordi che si allacciano l’un l’altro mi spiega la logica di ciò che vedo; ma ammettiamo che per un momento e per cause inspiegabili e indipendenti dalla mia volontà si spezzi il filo di tale collana, chissà come vedrei l’uomo seduto, la gabbia, i quadri, la biblioteca; chissà allora quale stupore, quale terrore e forse anche quale dolcezza e quale consolazione proverei io mirando questa scena.

    Rispondi
  8. gino rago

    CHIACCHIERA E PAROLA

    Anche questa di Alfonso Cataldi, com’è in tutti gli autori presenti sia nell’Antologia Poetry kitchen, sia nell’Agenda 2023, è una scrittura che tiene presente la differenza fra «parola» e «chiacchiera», fra la parola che getta ponti fra chi parla e chi ascolta, fra chi scrive e chi legge, e la chiacchiera che, invece, fluida e irresponsabile com’ è, alza muri fra chi parla e chi ascolta, fra noi e gli altri.

    Una scrittura sulla quale l’autore ha sempre vigilato per non perdere di vista la distinzione fra lo statuto della parola e quello della chiacchiera perché la chiacchiera è senza peso, vuota, irresponsabile, muta direzione e contenuto senza che ciò sollevi alcun problema: ” Il suo abito è aleatorio, la sua disposizione camaleontica, la sua volubilità senza consistenza…”, (Recalcati).

    La chiacchiera è priva di coerenza etica e logica.

    La parola invece implica l’esistenza di un peso. Non è un vento che segua direzioni incerte.
    La parola può essere più simile a una lama che taglia e lascia il segno…

    La parola non è mai separata dalle sue conseguenze poiché, diversamente dalla chiacchiera, “… porta con sé la responsabilità della risposta” (Recalcati).

    La parola può avere ancora un peso?

    Sì, perché può rispondere responsabilmente ad una chiamata e anche come tale si distingue dalla chiacchiera.

    (Gino Rago)

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  9. [email protected]

    Vedo Walt Whitman chino a scrivere con un pennino capacitivo verdefluo su un tablet non di marca
    (non è un verso kitchen, ma lo stereotipo che purtroppo colgo in questa vostra proposta)

    Rispondi

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