La parola ai poeti. Alessio Brandolini

Sulla poesia

La poesia è pura immaginazione, una rosa sbocciata nell’occhio della luna.

Non so perché a un certo punto, da adolescente, ho iniziato a scrivere poesie e lo facevo in modo costante e duro, eppure per vent’anni non ho mai pensato di farne un libro, soltanto qualche testo su riviste: quando capitava, quando un’anima generosa mi chiedeva qualcosa in lettura. Questo fino alla pubblicazione, a sorpresa, della silloge L’alba a piazza Navona nell’antologia del Premio Montale (1992). Un esordio tardivo, non cercato, e per il successivo libro ho aspettato dieci anni.

Scrivere poesie per me era un modo per riflettere in maniera più acuminata, togliersi per un po’ dalla confusione, tuffarsi nel silenzio e nuotare con calma nella pagina, nello spazio bianco e riempirlo di segni, di parole. Scrivere poesie era un modo per andarsene lontani, camminare in luoghi dove risuonano i passi di tutti e poi presentarsi nella piazza del paese, riprendere il proprio umile lavoro perché il linguaggio poetico trasporta in altri mondi, in altre terre. Ti fa parlare di te ma come se fossi un altro. Talvolta era come ritrovarsi su un pianeta diverso, meravigliato, sì, ma con la paura di non vedere, poi, la via del ritorno.

Più volte, per lo più di notte, trascrivevo quei primi tentativi e sempre aggiungevo o toglievo qualcosa: il verso era mobile, instabile eppure dava sicurezza, era come coltivare rigorosamente e con passione un campo, una piccola vigna che alla fine ti offre scarsi ma preziosi frutti.

La poesia era (e resta) qualcosa di necessario per poi tornare alla realtà di tutti i giorni con una concezione più amplia sulla realtà quotidiana, sull’esistenza, sui propri sentimenti. Si accorciano le distanze tra l’interno e l’esterno, tra il cielo e la terra. I versi consolano e consumano il dolore, infondono coraggio perché spingono a esplorare (quando leggo, scrivo o traduco poesia) zone sconosciute, misteriose e questo arricchisce, esalta e spesso inquieta.

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