Natale 2019, di Mauro Germani

 

Che cosa penso del Natale? Che cosa posso scrivere di ciò che una volta era chiamata la festa dei poveri?

Oggi tutto è cambiato. Anch’io non sono più il bambino di un tempo. Quell’attesa e quella dolcezza sono lontane, così come non c’è più un mondo di campagne, di periferie, di vecchie case di ringhiera e di cascine. Un mondo di uomini e donne che avevano una loro dignità, una loro consistenza, una loro identità, le quali si potevano leggere sui loro volti segnati dal lavoro e dalle difficoltà di ogni giorno. Un mondo contadino e popolare che è stato distrutto, un mondo urbano, periferico, rionale, non ancora contaminato da uno sviluppo devastante.

Come trovo falso e illusorio il Natale di oggi. Da molti anni, ormai, l’edonismo più atroce ha preso il sopravvento, con il suo spreco di luminarie, di vetrine luccicanti, di merci esposte come in un enorme mercato. L’annuncio povero per i poveri, il messaggio di purezza e di speranza, incarnato da quel Bambino tremante nella mangiatoia, si è trasformato nel suo esatto opposto: un insulto a chi vive nell’indigenza, ai sofferenti, agli smarriti, agli ultimi.

La festa dei poveri, la loro notte luminosa e pura, segnata da quella sacralità nascosta nelle piccole cose, nella fatica quotidiana, nei gesti semplici e concreti, privi di superbia e di rassegnazione, è diventata una grande festa commerciale, rito vuoto e perverso, con l’aggiunta terribile della retorica dei buoni sentimenti, la quale nasconde ipocritamente tutta la violenza che c’è nel mondo e dentro di noi.

Quanto fallimento, allora, nel nostro Natale, che si creda o no a quella notte e a quel Bambino. Quanta desolazione, mascherata da auguri, regali, gesti falsi, parole inutili. Quanti delitti commessi e ancora da commettere. Quanta ingiustizia in questo nostro paese. E quanto male.

Guardo dentro me stesso e scopro tutte le mie mancanze. L’orlo del precipizio è sempre vicino, così come l’assedio costante del nulla e l’angoscia. Il silenzio e il mistero li trovo nelle chiese, che sono per me luoghi di ricordi, d’attesa e di lacrime. Luoghi in cui chiedere una fede più forte. E adesso? Come farò, come faremo in questo Natale, davanti all’immenso baratro che si spalanca nel mondo, accanto ai nostri passi incerti e avventati insieme? Tutto, ancora una volta, si consumerà senza alcuna trepidazione, senza mistero, senza speranza.

Forse bisognerebbe provare a spegnere le luci, svuotare i negozi, fare buio, riscoprire l’oscurità naturale. Ritrovare l’ombra, le tenebre. Guardare, come mai abbiamo fatto, la terra e il cielo. E, nella nostra solitudine, nel nostro smarrimento, scorgere nella notte solo quella povera luce nella mangiatoia, quella debole fiammella tremante nell’aria. Per mantenerla viva, sempre.

[da Tra tempo e tempo, Roma, Readaction Editrice, 2022]

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