FRAMMENTI DI UN DISCORSO POETICO, UN PO’ RETORICO E UN PO’ NO. COME D’USO.
- Metti in versi la vita: questo verso di Giovanni Giudici mi torna alla mente ogni volta che mi accingo a scrivere una poesia. Meglio “mettere la vita in versi”, scrivere di ciò che appartiene alla quotidianità, oppure avere il coraggio di “turbare l’universo”, sondare il mistero in cui siamo immersi? Non penso possa esserci una risposta univoca. E forse rispondere non serve perché, come recita l’ultimo verso di quella poesia di Giudici, in ogni caso l’essere è più del dire.
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- Il silenzio è il principio generatore della parola poetica, il suo pneuma, ed è al contempo il suo grembo materno, che la nutre e la protegge. Origine della poesia, dunque, e “luogo” del suo sviluppo, della sua evoluzione. Privilegio da sempre la dimensione silenziosa e penso che oggi più che mai, per difenderci dal frastuono
dell’autoreferenzialità, non sempre giustificata, che pervade il nostro tempo, amplificata com’è dai cosiddetti social network, sia necessario riscoprire l’importanza del silenzio. Sarebbe, questo sì, un gesto poetico rivoluzionario. E non solo poetico.
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- Una scultura in marmo nasce per sottrazione della materia. Lo scultore lavora con lo scalpello il blocco di pietra e poco alla volta lo riduce, fino a quando l’opera si manifesta. Vale anche per la poesia. Bisogna eliminare la superfluità che affolla il preverbale, evitando di scrivere parole inutili. Oppure cancellandole. Solo così si permette alla poesia di rivelarsi. Emilio Isgrò dice della “sua” cancellatura: “È un dire no per poter dire un sì alle cose che contano, è un elemento di riflessione.” Non si può non essere d’accordo.
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rosa floribunda
rosa sarmentosa
rosa damascena
rosa rubiginosa
il bosco
è un libro muto
la rugiada
il profumo della rosa selvatica l’opera
si compie nel silenzio
misteriosa ineffabile rosa


