Giuseppe Gallo, Quattro mollette blu made in Cina, Progetto Cultura, Roma, 2022, pp. 70,€ 12
Giuseppe Gallo, è nato a San Pietro a Maida (Cz) il 28 luglio 1950 e vive a Roma. È stato docente di Storia e Filosofia nei licei romani. Negli anni ottanta, collabora con il gruppo di ricerca poetica “Fòsfenesi”, di Roma. Delle varie Egofonie, elaborate dal gruppo, da segnalare Metropolis, dialogo tra la parola e le altre espressioni artistiche, rappresentata al Teatro “L’orologio” di Roma.
Sue poesie sono presenti in varie pubblicazioni, tra cui Alla luce di una candela, in riva all’oceano, a cura di Letizia Leone (2018.); Di fossato in fossato, Roma (1983); Trasiti ca vi cuntu, P.S. Edizioni, Roma, 2016, con la giornalista Rai, Marinaro Manduca Giuseppina, storia e antropologia del paese d’origine. Ha pubblicato Arringheide, Na vota quandu tutti sti paisi…, poema di 32 canti in dialetto calabrese (2018), ha pubblicato il romanzo Vi lowo tutti, (Progetto cultura, Roma, 2021). È uno degli autori presenti nella Antologia Poetry kitchen e nel volume di contemporaneistica e ermeneutica di Giorgio Linguaglossa, L’Elefante sta bene in salotto, Ed. Progetto Cultura, Roma, 2022. È redattore della rivista di poesia e contemporaneistica “Il Mangiaparole”. È pittore ed ha esposto in varie gallerie italiane.
Scrive Francesco Gallo nella prefazione:
«La raccolta è uno squarcio su un album fotografico di famiglia, o meglio, una story-board: Victor è il marito di Mary, genitori di Jerry e Terry; a loro si affiancano altri pochi soggetti: lo Zio nick, la cugina Flory».
Scrive Giuseppe Gallo: ” Il linguaggio è “il vetro che riflette chi passa davanti e chi passa dietro”, che registra lo spettatore, il suo tempo e il suo sguardo, proprio come gli specchi di Pistoletto”.
Ma io conosco un altro vetro, oggi slim, super piatto, anni addietro convesso, che fa lo stesso gioco: quello della tv. La tv che ha insegnato l’italiano agli italiani e che ora è passata allo storytelling traboccante, adattato pure alle ricette di cucina, agli omicidi e alla guerra. E’ quello il linguaggio che ci sovrasta! E’ inutile negarlo! Cosa sono le poesie di Giuseppe Gallo in cui è stata segnalata una sottotraccia di narratività, se non atti teatrali interrotti, in cui gli attori si sfidano in tripli salti mortali , per poi tornare ai posti di partenza? La narrazione nemmeno inizia che è già finita, nemmeno finisce che ne inizia una nuova. Come fare zapping nelle nostre esistenze: azione, interruzione, spot pubblicitario, oggetto su mensola, suono di campanello, sogno, ancora sogno, risveglio. Ognuno di noi ha trovato il modo di rompere con la poesia lirica, sposando sì il nuovo linguaggio kitchen, ma ognuno a modo proprio: c’è che sente l’esigenza di personaggi che si muovano sulla scena, come fa Gallo, in questa sua splendida raccolta, con Victor, Mary, Jerry e Terry, come Rago a cui auguro tanta fortuna per la sua ultima pubblicazione, con la pallottola e la gallina Nanin. Altri invece, che non ne sentono l’esigenza. E’ un matrimonio quello con la poesia kitchen che grazie a Dio può declinarsi liberamente senza il rischio di rimanere invischiati in un rapporto a due chiuso e ostile. Per quanto mi riguarda, credo che la sottotraccia narrativa così tratteggiata da Giuseppe Gallo (e dico tratteggiata non a caso, perchè di piccoli tratteggi si parla) risponda proprio al desiderio e alla tendenza di de-strutturare, de-comporre, e ri-cucire la narrazione, perchè in fondo per cosa è nato il racconto, nella notte dei tempi? Per consolare una creatura morta di paura in fondo a una grotta buia e aperta a bestie e intemperie. E ora che nemmeno la più bella delle storie riuscirebbe a consolarci, la si manda in frantumi, e poi si tenta di raccoglierne i cocci o la si interrompe con spot pubblicitari e urla scimmiesche. Ecco come sento il la poesia di Giuseppe Gallo, estremamente inconsolabile.
(Ewa Tagher)
Victor si alzò dal divano e spense il televisore.
Le parole gli piovevano addosso come una grandine di virus.
Guardò intorno. Mary in cucina,
Jerry a percuotere le pelli dei bisonti.
afferrò la prima parola che gli venne a tiro
e la spiaccicò sul piano della scrivania.
La seconda la schiacciò sul dorso dei libri allineati sullo scaffale.
— Che c’è? Gli chiese Mary dalla cucina.
— Faccio un po’ di pulizia! Le rispose Vic.
La terza la affogò nel water insieme alla carta igienica.
La quarta e la quinta le scaraventò dalla finestra sul marciapiede.
Jerry avvertì gli insoliti rumori.
— Che c’è, papi?
— Niente, Jerry. Mi preparo al…
— a cosa, papi? a che ti prepari?
— al… al…
E fu silenzio.
*
Le ginestre che divennero finestre
Si mise il pennello nell’occhio destro.
Mary lo colse sul fatto.
— Perché vuoi accecarti, Jerry mio?
Jerry rimase perplesso.
La intravedeva ancora con l’occhio sinistro.
allora prese un altro pennello e lo ficcò dentro l’occhio sinistro.
— Perché ti sei accecato, Jerry mio?
— Per vedere l’altra faccia del mondo! Le rispose Jerry
continuando a dipingere un cespuglio di finestre.
La stessa morte
Jerry era nato con la camicia.
Victor lo avvertì in sogno: — Prima o poi ti schiaccerà!
— E perché?— gli rispose Jerry. — Non pesa nemmeno!
Infatti non pesava.
E se la portò in giro, fresca d’estate e calda d’inverno.
Mary se ne accorse.
— Jerry, è un anno che indossi la stessa camicia.
Non vedi che s’è fatta nera come la morte?
Toglila che la metto in lavatrice.
E Jerry, che ubbidiva ancora,
si tolse la camicia e la poggiò nelle sue mani.
Quando la indossò di nuovo, odorosa di bucato,
Jerry si sentì soffocare.
Si piegò in due e le spalle gli schiacciarono le costole e il petto.
Il cuore gli scoppiò.
— Hai visto?— gli domandò Victor in un altro sogno.
— Che ti dicevo?
— Ma come facevi a saperlo? Lo interrogò Jerry.
— Perché quella era la mia camicia! Gli rispose Victor.
nota dell’autore
Il linguaggio è “il vetro che riflette chi passa davanti e chi passa dietro”, che registra lo spettatore, il suo tempo e il suo sguardo,
proprio come gli specchi di Pistoletto che interagiscono con le ombre che osservano se stesse mentre vagano davanti ai propri
riflessi. Il linguaggio è “spectaculum”. Unione di materia verbale e suono. Un abisso, che attrae e fagocita. Ma è anche ciò che non si vede o si vede poco e male, perché il vetro, come ogni parola, è pure una “separazione”, un offuscamento del visibile.Il linguaggio è la nostra casa. Vi abitiamo dentro! Ma come in esilio. Da vivi e da morti. È la casa che contiene l’eco delle parole dette e di quelle gridate in lontananza. È la memoria di quelle sempre taciute, ma è anche il mormorio dei fonemi impressi sulla pagina. Però una cosa è la scrittura come “ripetizione della lettera” e altra cosa è la scrittura come “la voce originaria che accade in prossimità del senso” come aveva suggerito Derrida. In tale direzione la scrittura è più “occultamento” che “ svelamento”; è ombra! E in quanto ombra, la parola è balenio dentro il buio e perciò anche fosforescenza da intravedere solo serrando gli occhi!
Non per nulla Dante, entrando nella “selva oscura”, scorge non la luce diretta, ma la sua evanescenza alle “spalle” del “colle” ed è questa fugacità che gli permette di ricordare “che la diritta via era smarrita”. Così il linguaggio, allocato nell’ombra, è antinferno e inferno, purgatorio e paradiso. Ricordate Rimbaud e i colori delle sue vocali? Ecco, ogni lemma, ogni elemento linguistico subisce ed esprime oltre che se stesso anche il rapporto con ciò che lo contiene e con tutto ciò con cui entra in contatto. ogni parola è in quanto è in connessione con le altre parole, sia in senso semantico che sintattico.
Ha affermato Žižek che «Il discorso umano non è mai la mera trasmissione di un messaggio, ma asserisce sempre in modo autoriflessivo il patto simbolico basilare fra i soggetti comunicanti» e il primo luogo in cui si svolge questo patto è la famiglia. E perché ci sia famiglia sono necessari una madre, un padre e uno o più figli. anche la struttura familiare è “selva oscura” e luogo labirintico, in cui i pericoli di perdersi sono consimili a quelli del ritrovarsi, quelli delle metamorfosi identici a quelli dell’anonimia e dell’annullamento. Della castrazione totale. E tutto ciò avviene, dentro il linguaggio. Il fatto è che oggi non è possibile avventurarsi in questo luogo misterioso con gli strumenti della logica cartesiana. Per poter accedere a noi stessi e alle nostre incognite profondità dobbiamo ricorrere all’oblio “della differenza originaria tra significante e significato” secondo la felice espressione di Agamben. Il linguaggio è, perciò, anche una burrasca, dentro la quale dobbiamo trovare un riparo, sfuggendo al mito distruttivo del diluvio universale. Solo che è necessario rintracciare il volo della colomba sulle acque sterminate della distruzione per avvistare l’evento della salvazione: il vero impossibile! “Il vero impossibile… non allude a quel che mai potrà farsi reale, ma piuttosto al farsi reale proprio di ciò che reale non potrà mai essere” (Massimo Donà, Di un’ingannevole bellezza. Bompiani, 2018, pp. 59-60). Si allude al fantasma della poiesis? Forse! Certo è che nel ventre di questa famiglia si attuano macerazioni, marrimenti,incomprensioni, lotte aperte e sotterranee e ambiguità intorno all’essere e al nulla. Spesso, un poeta non può far altro che inventare parole, anche quelle della speranza, ma nella consapevolezza, però, che “sono le parole a giocare con noi” e che “il soggetto è soltanto” un loro “ricettacolo” occasionale.
(Giuseppe Gallo)

