Gino Rago, Storie di una pallottola e della gallina Nanin.

Gino Rago, Storie di una pallottola e della gallina Nanin, Ed. Progetto Cultura,

Roma, 2023, pp. 87, 12 euro

(con Saggio introduttivo di Giorgio Linguaglossa)

 

Brani tratti dal saggio introduttivo Verso un nuovo paradigma di Giorgio Linguaglossa

 

Verso un nuovo paradigma della poiesis

 

In Storie di una pallottola e della gallina Nanin Gino Rago ha fatto una operazione semplicissima ma geniale: ha ribaltato il piano della narrazione: dall’io alle «cose», dall’io ai personaggi ed ha lasciato parlare direttamente le «cose», anzi, la «Cosa» per eccellenza: la «pallottola». È la «pallottola», infatti, la protagonista assoluta della sua poesia, è lei che guida la regia, è lei la prima attrice, è lei l’Ennio Morricone della colonna sonora. Il mondo viene visto e raccontato dal punto di vista di una pallottola: «La caffettiera di Van Gogh litiga con il manichino di De Chirico», scrive Rago, ma è il punto di vista della «pallottola» che così vede le cose e ce le racconta. Sono le «cose» rappresentate nei dipinti della tradizione pittorica a litigare per interposta persona, per rappresentanza degli uomini. È che le «cose» non sono più al loro posto e passano all’azione, reagiscono e retroagiscono su altre «cose». E così il mondo viene capovolto. Si tratta di un capovolgimento ribaltamento totale della narrazione, un vero e proprio cambio di paradigma. Alfredo de Palchi se fosse vivo e potesse leggere questa poesia, ne rimarrebbe ammirato, ne sono certo. L’homo sapiens nulla teme di più che essere considerato una semplice «cosa». Perché la «cosa» è soltanto una «cosa», la «cosa» non teme né desidera nulla, la «cosa» è senza trascendenza, priva di metafisica. Ma la «cosa», qualsiasi «cosa», è impensabile senza il soggetto che la pensa; di più, il soggetto è impensabile senza lo specchio opaco della «cosa» che gli rimanda la sua immagine rovesciata: la «cosa» è l’anti-uomo, quindi, uomo significa il contrario della «cosa». Siamo arrivati a questo punto nelle società del capitalismo cognitivo. Anche l’inconscio è diventato cognitivo e serendipico. L’inconscio pensa, agisce, fa il proprio tornaconto, si fa i fatti suoi. Ma perché oggi è il tempo delle «cose»? Perché la prima cosa con cui ogni essere umano è chiamato a confrontarsi è il proprio corpo, e il corpo-cosa adesso vuole esserci, reclama una ribalta. L’homo sapiens è l’animale che per natura è separato dalla propria dimensione corporea, è naturalmente dualista. Se c’è qualcosa che proprio non accettiamo, è essere trattati come delle «cose». Già essere trattati come animali è considerato inumano e offensivo, ma l’essere paragonati alle normali e consuete «cose», per esempio a una «caffettiera» o a un «cavaturaccioli», come fa Gino Rago, appare del tutto inaccettabile, obbrobrioso. Nella poesia di Gino Rago, invece, le «cose» diventano protagoniste assolute, escono dall’ombra e dal silenzio nei quali sono state relegate dagli umani e assurgono ai pieni poteri del Logos.

 

[…]Sfondato il metro, resta a Gino Rago un metro ametrico che contiene al suo interno varie metricità. Per scrivere così occorre avere in mente tante e tali metricità da non sapere neanche quali accogliere quando si scrive; in ciò la scrittura di poesia si avvicina alla scrittura di un romanzo a puntate.
E infatti, le Storie di una pallottola possono essere considerate un romanzo a puntate, suddiviso in capitoli. È così che va letta questa poesia. Poesia pop corn, anti soap poesia, alla stessa stregua, ma capovolte, delle soap opere per la televisione, che si sa quando hanno inizio ma non si sa come e quando finiranno.

Il bello di questo nuovissimo tipo di poesia iper poesia è che, letteralmente, non si sa nulla di quello che si scriverà, tutto dipende dal contingente, dalle sollecitazioni, dalle ibridazioni, dalle co-implicazioni che sorgeranno, quando sorgeranno, nella testa dello scrivente. È che occorre avere una testa come uno scolapasta per adire ad una poesia kitchen siffatta, e sicuramente Gino Rago ce l’ha.

 

Il dispositivo poetico di Gino Rago mira a creare una zona di indistinzione, di indiscernibilità, di indecidibilità, di disfunzionalità. È come se ogni singola unità frastica attendesse di trovare la propria giustificazione dalla unità frastica che immediatamente la precede o la segue; non si tratta di somiglianza o di dissimiglianza tra le singole unità frastiche ma di uno slittamento, di una vicinanza che è una lontananza, di una contiguità che si rivela essere una dis-contiguità, una prossimità che si rivela essere una dis-prossimità; si tratta di una dis-cordanza, di un dis-formismo che si stabilisce tra i polinomi frastici. Anche le unità di luogo e di tempo della mimesis aristotelica sembrano dissolversi in una fitta nebbia e, con la dissoluzione del pensiero mimetico, viene meno anche la giustificazione di un io plenipotenziario e panottico, viene meno anche la maneggevole sicurezza del corrimano del significato. 

Tutto ciò lo abbiamo imparato dalla pratica e dalla ricerca teorica della nuova ontologia estetica. Tutto il resto dipende dall’estro e dal talento di ciascun poeta.

Scrive Ilya Prigogine:

«Non esiste un sistema che non sia instabile e che non possa prendere svariate direzioni». La nuova ontologia estetica segue il medesimo principio coniato dal grande chimico russo. Parafrasando lo scienziato potremmo dire che «la forma-poesia è un sistema instabile, infatti, non esiste un sistema che non sia instabile e che non possa prendere svariate direzioni».

È fondamentale indagare la dimensione caosmotica e caosferica in ossequio a quella filosofia pratica, a quella prassi tipica della poiesis kitchen a cui si è accennato con la citazione di Prigogine: fabbricare una zona di indeterminazione, un sistema altamente instabile e infiammabile da connettersi con un fuori, con un immaginario verso cui tendere per camminare fuori dalla nostra zona di comfort normografico e normologico; una zona di indeterminazione e di indifferenziazione entro la quale costruire un crocevia fortuito d’incontri, un assemblaggio, un patchwork, una story telling, un puzzle dinamico e instabile, instabile perché se c’è la stabilità c’è la normologia. E a mio avviso la poesia kitchen di Gino Rago è sufficientemente instabile e infiammabile[…]

 

(Giorgio Linguaglossa)

 

*

Testi poetici in stile kitchen di Gino Rago

 dal libro  Storie di una pallottola e della gallina Nanin

 

da Storie di una pallottola

n.1

 

Una rivoltella.

Una pallottola entra nella tempia destra

di Carlo Michelstaedter.

Da Gorizia vaga per anni sulle trincee del Carso,

sulle doline dell’Isonzo.

 

Daniil Charms sente nell’aria come un sibilo.

A distanza di chilometri non dà peso al fatto.

Pensa: «Sarà stato il miagolio di un gatto

o uno starnuto dal Cremlino».

 

La pallottola fa ingresso in un monolocale,

entra nel tamburo del revolver con il manico d’avorio

del Generale Patton.

Parte un colpo.

Colpisce al cuore Vladimir Majakovskij.

La pallottola fuoriesce dalla spalla, va in giro zigzagando

e lascia la stanza.

 

Dice:

«Ho un’altra missione, non posso arrestare la mia corsa».

Entra nel boudoir di Madame Altighierì

e colpisce alle spalle il generale D’Aubrey

in partenza per la guerra di Crimea.

 

Torino. agosto dell’anno 1950.

La pallottola rompe i vetri di una camera dell’albergo “Roma”.

«È tardi, troppo tardi…».

Il poeta è già morto.

Capsule di sonnifero dappertutto.

Una copia dei Dialoghi con Leucò. Sulla copertina c’è scritto:

«Non fate troppi pettegolezzi».

Sulla prima pagina de La Stampa:

«Morto suicida Cesare Pavese».

 

La pallottola lascia di corsa la camera dell’albergo.

Ha letto su un foglietto non vista da nessuno:

«T. F. B … ».

Su un altro foglio: «Connie».

 

L’ agente della STASI ruba i due foglietti.

Con il primo treno parte da Torino, direzione: Berlino Est…

«È in casa Cogito?».

«No, non è in casa. È uscito …».

E allora cambia strategia. Si reca ad Istanbul.

 

Sull’Orient-Express incontra Madame Altighierì,

si innamora della duchessa, è tradito con un commesso

dell’Hotel Excelsior

e la uccide con un colpo di pugnale alle spalle…

 

Ma non è questo quello che volevo raccontare,

era un’altra storia, che però ho dimenticato…

 

n.9

 

Berlino. Kirschbäumestraße.(*)

Un cappello indossa una giacca a quadretti.

Tre giacche color fumo di Londra si presentano al n. 21

della Circonvallazione Clodia.

Il vicequestore irrompe nell’atelier di Marie Laure Colasson.

Dice:«Madame, la quarantena non è finita, Lei è senza autocertificazione.

apra la Sua borsetta. La dichiaro in arresto».

«Voilà…

Perle, un bottone, una cartolina di Derrida, bracciali,

coriandoli,

una pipa di Magritte che non è una pipa,

una boccetta di Chanel n. 5

e un revolver a tamburo con il manico di madreperla».

 

Com’è, come non è

parte una pallottola tracciante.

 

Esce dal set del film “La piscina” 

con Alain Delon e Romy Schneider

ed entra nel commissariato della Garbatella.

Ma poi ci ripensa e torna indietro

verso la sua legittima proprietaria,

rientra nella borsa “Birkin” di Madame Colasson.

Dei protagonisti presenti e assenti si perdono le tracce.

La variante delta-omicron del Covid-19 saltella

per la Berlinerstraße.

 

Entra il commissario Ingravallo con l’impermeabile blu.

Esce Marie Laure Colasson con la collana di perle in tasca.

 

(*) Via dei ciliegi.

 

n.14

 

Ufficio degli oggetti smarriti

al Commissariato della Garbatella.

Il commissario Ingravallo ha requisito una busta

con dentro questa conversazione telefonica:

 

Wislawa Szymborska:

«Madame Colasson,

avrei bisogno del suo cardiogramma».

 

Marie Laure Colasson:

«Madame Szymborskà,

le posso concedere un cablogramma

con dentro il nulla».

 

Wislawa Szymborska:

«La sua pallottola viaggia sempre a scrocco,

è sempre senza biglietto …».

 

Marie Laure Colasson:

«Madame Szymborskà,

sto ultimando le mie “Strutture dissipative”.

Domani sarebbe già tardi,

non posso rispondere alle sue telefonate…

 

Adieu».

 

  1. 18

 

All’Ufficio affari Riservati intercettano questa conversazione:

«Psst! Ehi! ahò! oh! Hum! ouf…Eh! Toh! Puah! ahia!

ouch! Ellallà! Pffui! No!?

Boh! Sì! Beh!? Cacchio! Mizzica! Urca!?

Ma va!! Che?!! azz!!… Te possino!!

Ma no!?. Vabbé!?. Bravo!!

Ma sì…».

 

Al bar “fulmini e saette” in Via Pietro Giordani

Ennio Flaiano conversa con Un marziano a Roma,

poi fa l’attaccabrighe con Il Visconte dimezzato.

alla fine sale sul bus n.23 e dice all’autista:

«È che le parole scappano, se la danno a gambe».

E infatti finiscono dietro i cespugli di Circonvallazione Clodia

dove un signore sta facendo pipì,

poi scappano fino al Pincio e assistono al funerale

della Signora chiamata poesia.

 

Il critico letterario Linguaglossa convoca d’urgenza

una conferenza stampa,

urla:

«Adesso basta con questa storia della pallottola

e Il Visconte dimezzato!

Mettiamo in una busta di plastica Italo Calvino

con tutta la letteratura

degli ultimi cinquanta anni!».

 

Che è che non è,

una pallottola entra nell’appartamento della Colasson.

Litiga con un quadro attaccato alla parete.

Gli oggetti discutono.

Il manico della scopa litiga con lo scolapasta, la bottiglia di Bourbon

con il cavaturaccioli.

Le voci sono quelle della caffettiera, del manichino,

del marziano di cartapesta, dei Canti orfici 

e dell’abat-jour.

C’è il poeta di Milano, 

che dirige il giornale “La Padania [letteraria”,

il quale sorseggia un Crodino al bar.

 

Ennio Flaiano vuole girare un film

con la ex sindaca di Roma, Virginia Raggi in giarrettiera,

Marcello Mastroianni, Anita Ekberg

e la Santanché in mutande.

C’è anche l’anonimo romano con la mascherina tricolore!

Entra Sergio Leone con lo scudiscio,

dice che deve ammaestrare i poeti di Milano

i quali sono peggio dei leoni del Circo Togni!

 

Madame Colasson invia un sms al Commissariato della Garbatella:

«Intervenite! Urgente! Ci sono i marziani!

Stanno facendo a pezzi la poesia!».

*

da Storie della gallina Nanin

  1. La gallina Nanin e Don Chisciotte

 

Nanin, la gallina della cover Antologia Poetry kitchen:

«Non ce la faccio più, prima che diventi matta

devo evadere da questa copertina,

ho bisogno di spazio, qui dentro mi manca l’aria!».

 

Nanin lancia segnali Morse.

Accorre la sua guardia del corpo al completo:

lupo, gatto, agnello, gallo, mosca, geco, ape regina,

e la fanno evadere.

La gallina in bilico su una scala di alluminio

al centro della strada:

«Andiamo a liberare tre mie amiche,

sono nel pollaio sotto l’abitazione di Dino Buzzati,

il quale non sa come chiudere il romanzo Il deserto dei Tartari

e non si accorgerà di nulla,

la morte del tenente Drogo lo ha sconvolto!».

 

Com’è come non è, le quattro galline si ritrovano a Londra.

La Nanin alle altre tre galline:

«Un semplice gesto estetico, l’attraversamento

delle strisce pedonali di abbey Road,

può diventare un luogo di culto, una icona culturale,

un monumento pop.

andiamo ad Abbey Road!».

Il comandante della polizia locale sanziona le quattro galline

perché non portano le mascherine

e sono prive di autocertificazione.

 

In quel mentre, Sancho Panza e Don Chisciotte

escono da una sala parrocchiale

dove hanno visto un film di Orson Welles,

incontrano il nuovo Presidente del Consiglio Mario Draghi

e il segretario di Italia Viva, Matteo Renzi,

i quali dichiarano che la gallina Nanin è autorizzata

e quindi può attraversare liberamente le strisce pedonali,

narrano che lo stato di polizia

non è un ordinamento giuridico democratico, etc. etc..

 

Ed ecco il capo dei sovranisti, lo sparacavolate Matteo Salvini

che dichiara la gallina Nanin una immigrata,

ne chiede la restituzione al mittente,

cioè all’Ufficio Affari Riservati, sito in via Pietro Giordani, n.18,

che decide di spedire le 4 galline al Signor Magritte

e così le galline entrano nel famoso quadro con gli omini

che salgono al cielo per farsi benedire…

 

Ma ecco che Don Chisciotte scambia la Nanin per la Dulcinea,

sguaina la sua spada e ammolla un fendente

sulla capa del bandito Salvini.

E così tutti vissero felici e contenti,

il bandito con la capa rotta e tutto è bene quel che finisce bene.

 

«Grazie Don Chisciotte, le offro il mio lecca lecca al miele»,

dice la Nanin.

 

  1. La gallina Nanin e Cleopatra

 

La gallina Nanin entra nella pinacoteca “Doria Pamphilj”, 

in via del Corso,

zampetta sui volti di Antonio e Cleopatra,

poi strappa cappotto, ombrello e cappello all’omino di Magritte

e si mette la giacca di Mauro Limiti

rubata la sera prima al Caffè letterario “Mangiaparole”

in via Manlio Capitolino, n. 7/9, in Roma.

 

Nel frattempo un agente speciale dell’Ufficio Affari Riservati

sito in via Pietro Giordani n.18

mette di nascosto una pistola nella tasca della giacca.

Nanin zampetta a destra e a manca,

urta contro il manichino nella “Piazza metafisica” di De Chirico

e all’improvviso parte un colpo.

 

La pallottola colpisce un topo panzuto fuoriuscito da una fogna

in via Gabriello Chiabrera e qualcuno urla:

«Attenti, non è un topo, è quel poetastro

che si è fatto nominare dall’assemblea di condominio

candidato al premio Nobel.

Uccidetelo!».

 

Così la tasca della giacca spara un colpo…

E che succede?

Succede che Antonio è a letto con la Regina d’Egitto,

vuole giocarsi ai dadi la sorte di Roma con Ottaviano,

mentre la gallina fa il suo bisogno sul naso di Cleopatra.

 

«Ma che ci hanno visto i posteri in questa nasona.

Sono molto più bella io, con la mia cresta rossa!»,

esclama la Nanin.

 

  1. Nanin e la caffettiera di van Gogh

 

La caffettiera di van Gogh

per tutta la notte ha litigato con il manichino di De Chirico,

diceva che lei almeno sa fare il caffè, invece un manichino

è solo un manichino.

È successo che De Chirico si è spazientito

e ha disegnato un sole con i raggi che si mette in cammino,

attraversa a piedi montagne e nuvole,

entra nell’atelier di Marie Laure Colasson,

si ferma allarmato davanti ad un “Notturno” posto sul cavalletto

e chiede:

«E questo cos’è?».

 

La domanda ha molto seccato la pittrice francese

la quale per ripicca

lo ha punzecchiato con una forcina per i capelli

dicendogli che era uno spazzacamino, un presuntuoso,

un leghista, un negazionista, un feticista,

e un sovranista-fascista…

 

Squilla il telefono al 6° piano di via Domodossola n. 25.

Sylvie Vartan parla con George Perec.

«Monsieur Perec, c’è un figuro che ci segue,

dice che abita nel futuro e che è capitato per sbaglio

nel presente».

«È Jèrôme Lapalisse, di professione crittografo,

di mestiere ammazza-parole

ma si spaccia per aggiustalampadari.

abita nel condominio al numero 11 in Rue Simon-Crubellier…

Tappeti Bukhara, un dobermann, libri rilegati in pelle,

porcellane cinesi, uccelli esotici,

un pappagallo giallo-verde del Madagascar,

tavolini africani in mogano».

 

(Gino Rago)

 

*

 

Notizie bio-bibliografiche

 

Gino Rago, nato a Montegiordano (CS) nel febbraio del 1950, vive tra Trebisacce (CS) e Roma. Laureato in Chimica Industriale presso l’Università “La Sapienza” di Roma, è stato docente di Chimica. Ha pubblicato: L’idea pura (1989), Il segno di Ulisse (1996), Fili di ragno (1999), L’arte del commiato (2005), I platani sul Tevere diventano betulle (2020) e, insieme con Filomena Rago, La leggenda della Madonna delle Armi (da raccontare ai bambini e non solo…) (2022). Sue poesie sono presenti nelle antologie Poeti del Sud (2015), Come è finita la guerra di Troia non ricordo (2016), How the Trojan War Ended I Dont’t Remember (2019), Poetry kitchen (2022). È presentenei saggi di Giorgio Linguaglossa Critica della Ragione Sufficiente (2018) e L’elefante sta bene in salotto (2022). Di prossima pubblicazione è la raccolta Storie di una pallottola e della gallina Nanin. È presente nel comitato di redazione della Rivista di poesia, critica e contemporaneistica “Il Mangiaparole” ed è redattore della Rivista on line “L’Ombra delle Parole”.

*

 

Giorgio Linguaglossa è nato a Istanbul nel 1949 e vive e Roma. In poesia esordisce nel 1992 con Uccelli (Scettro del Re), nel 2000 pubblica Paradiso (Libreria Croce). Nel 1993 fonda il quadrimestrale di letteratura «Poiesis» che dal 1997 dirigerà fino al 2005. Nel 1995 firma insieme a Giuseppe Pedota, Maria Rosaria Madonna e Giorgia Stecher il «Manifesto della Nuova Poesia Metafisica», pubblicato sul n. 7 di «Poiesis». È del 2002 Appunti Critici – La poesia italiana del tardoNovecento tra conformismi e nuove proposte (Libreria Croce). Nel 2005 pubblica il romanzo breve Ventiquattro tamponamenti prima di andare in ufficio. Nel 2006 pubblica la raccolta di poesia La Belligeranza del Tramonto (LietoColle). Per la saggistica, nel 2007 pubblica Il minimalismo, ovvero il tentato omicidio della poesia in «Atti del Convegno: “È morto il Novecento? Rileggiamo un secolo”» (Passigli).

Nel 2010 escono La Nuova Poesia Modernista Italiana (1980–2010) (EdiLet, Roma) e il romanzo Ponzio Pilato (Mimesis, Milano). Nel 2011 pubblica il saggio Dalla lirica al discorso poetico. Storia della Poesia italiana 1945 – 2010 (EdiLet, Roma) e nel 2013 escono il libro di poesia Blumenbilder (natura morta con fiori) (Passigli, Firenze) e il saggio critico Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea (2000–2013) (Società Editrice Fiorentina, Firenze). Nel 2015 escono La filosofia del tè (Istruzioni sull’uso dell’autenticità) (Ensemtatable, Roma) e una antologia della propria poesia in italiano/inglese Three Stills in the Frame. Selected poems (1986-2014) (Chelsea Editions, New York). Nel 2016 pubblica il romanzo 248 giorni con Achille e la Tartaruga. Nel 2017 esce la monografia critica La poesia di Alfredode Palchi (Progetto Cultura, Roma) e nel 2018 il saggio Critica dellaragione sufficiente e la silloge di poesia Il tedio di Dio (Progetto Cultura, Roma). Ha curato l’antologia bilingue, italiano/inglese How The Trojan War Ended I Don’t Remember (Chelsea Editions, New York, 2019). Nel 2022 ha pubblicato la raccolta di poesia Distretto n. 18. Nel 2014

fonda la rivista telematica lombradelleparole.wordpress. com con la

quale, insieme ad altri poeti, prosegue nella ricerca di una «nuova ontologia

estetica»: dalla ontologia negativa di Heidegger alla ontologia meta stabile degli orientamenti recentissimi della filosofia di oggi, che si esprime in un nuovo paradigma per una poiesis che esprima una poesia all’altezza del capitalismo delle società signorili di massa e che prenda atto della implosione dell’io e delle sue pertinenze retoriche. La poetry kitchen, poesia buffet o kitsch poetry rappresenta l’esito di uno sconvolgimento totale della «forma-poesia» che abbiamo conosciuto nel Novecento, non vuole esperire alcuna metafisica né alcun condominio personale delle parole, concetti questi che sono stati defenestrati dal capitalismo cognitivo.

*

 

4 pensieri su “Gino Rago, Storie di una pallottola e della gallina Nanin.

  1. gino rago

    Un grazie colmo di gratitudine a Fabrizio Centofanti e alla Redazione di Lpels per l’ospitalità che il mio recentissimo libro poetico riceve e per l’allestimento esemplare del lavoro ospitato, sia di alcuni testi poetici tratti dallo stesso libro, sia dei frammenti estratti dal saggio introduttivo di Giorgio Linguaglossa,

    Gino Rago

    Rispondi
  2. gino rago

    Ricevuta sulla mia e-mail, condivido questa
    Nota di lettura
    di Filomena Rago

    Con Storie di una Pallottola e della gallina Nanin Gino Rago ha dato vita a un nuovo genere poetico: la poesia story-telling, una sorta di affabulazione con l’idea di una pallottola che rimbalza
    e di una gallina che zampetta da una parte all’altra del tempo e dello spazio, finendo così con lo scrivere in una maniera mai prima d’ora tentata da nessun altro poeta.
    La lingua poetica di Gino Rago attraversa, ma superandole, quasi tutte le categorie stilistico-estetiche del post–modernismo: la frammentarietà dell’essere; il sublime isterico, come rifiuto del
    sublime; l’omogeneizzazione dello spazio, che in questi originali dispositivi poetici diventa una sorta di omologazione che in sé tutto convoglia (spazi, luoghi, soggetti e oggetti) e in cui Gino Rago celebra il trionfo dei “non luoghi”, in una catena di anonimato e di uomini senza qualità; l’ibridismo linguistico, con il diffuso impiego del pastiche, del collage, della interferenza e della
    contaminazione tra linguaggio poetico e universo dei media.
    I dispositivi poetici sono intertestuali, con rimandi e uso di un citazionismo non prettamente letterario, anzi, prevalentemente mass–mediatico, all’interno di un dialogo permanente tra svariati
    linguaggi, (poesia, arti visive, cinema, musica, danza, fotografia), e con procedimenti fondati sul «montaggio» e sulla serendipità.

    Per quanto riguarda il tempo del poeta, prevale la «presentificazione» in cui il reale viene sostituito dalla rappresentazione, la vita dalla finzione, in uno stato senza tempo e in uno spazio di non luoghi, con sullo sfondo l’universo delle merci e della TV.

    L’originalità di questa ricerca di poesia, con forti radici nella Nuova ontologia Estetica lanciata da Giorgio Linguaglossa, anche per le inserzioni colloquiali e con l’uso del «parlato-dialogato», mi fa dire con T. S. Eliot che Gino Rago inventa un nuovo genere poetico che arriva nella situazione desertica della poesia contemporanea «non con un sussurro ma con un botto».

    Filomena Rago

    Rispondi
  3. Marie Laure Colasson

    caro Gino,

    leggo adesso questo post e devo ammettere che la tua poesia kitchen che narra le vicissitudini di una pallottola e della gallina Nanin (che richiama l’immagine della gallina nella cover della Antologia Poetry kitchen) è una delle letture più originali e imprevedibili che abbia fatto negli ultimi lustri. Complimenti.

    Rispondi
  4. Marie Laure Colasson

    l’interlinea è però errata, la distanza tra i singoli versi è quella minima, sarebbe meglio postare la poesia abolendo gli spazi dell’interlinea, grazie.

    Rispondi

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