Poesia italiana del XXI secolo

Simone di Biasio nasce a Fondi (LT) nel 1988. È dottore di ricerca in Pedagogia presso l’Università Roma Tre e insegna all’Università di Cagliari “Letteratura per l’infanzia e l’adolescenza”. Giornalista culturale, collabora con Doppiozero, L’indiscreto, Minima&Moralia, Antinomie. È tra i fondatori dell’Associazione “Libero de Libero”, di cui ricopre la carica di Presidente, e ideatore del Festival poetico “Verso Libero”. Ha pubblicato Assenti ingiustificati, EdiLet, 2013, XXX Premio “Alfonso Gatto”, Partita, Fusibilia, 2016, e Panasonica , Il Ponte del Sale, 2020. È inoltre autore del saggio Guardare la radio, Mimesis, 2016. A novebre 2022 ha curato la II edizione del Festival di poesia italiana in Svizzera “verso Berna”. Nel luglio 2021 ha preso parte alla rassegna “Dante Assoluto” del Festival Letterature di Roma, da cui è tratta la foto nel post.

Quando nascevi sulle sue ginocchia ti dondolava,

ricordi? Ti passò in viso una mano talismano:

ciascuno è amuleto per la propria fortuna,

bisogna che tu creda di essere compiuto

e quando troverai la compagna che amerai

non dirle d’essere una cosa sola, ma due

se è lei a sussurrarlo mentre ti lecca il collo

non crederle, figlio, brama annientarti.

Tu promettile di essere due per sempre

due è più forte di tre, di quattro, di centinaia

il numero sperde, acceca, ma non affratella.

Tuo padre è partito perché non sognava più.

È andato a prendersi la fantasia nei mondi magici

non scorgeva più il tutto che sgorga dalla terra

l’età dell’oro che ci bacia ancora i piedi

quando passeggiamo nel giardino della reggia

e incontro ti vengono asfodeli, gigli, mughetti

e quell’afrore di metallo dell’erba appena lesa.

D’acciaio è pure il mare e taglia in due la storia:

a cucire ti ho insegnato come a non dire niente.

 

*

 

Io sono una divisione: uno diviso uno.

E di visione qui parliamo: mio padre ha chiesto

“Mi vedete? Pensavate di non rivedermi?”

Di visione parliamo quando partiamo: vediamo

Dove andremo e come torneremo, in segreto sperando

Non sarà così, che sarà più dolce ritornare.

Papà non ha mai avuto un corpo per me:

L’ho visto toro pietra remo danza ulivo mare:

Mezzo uomo e mezzo tempo. In mezzo me.

Io sono mezzo anche ora, metà, metà di un’àncora,

Metà di un ancòra: chi cresco ora? Me? Lui?

L’entusiasmo di rivederlo? O la finzione di riconoscerlo?

Da cosa avrei dovuto dire: è lui? Dal corpo del suo nome.

 

 

*

 

In venti anni e sette giorni è cresciuta solo la parola

La costruzione del linguaggio, di un alfabeto personale

Di figlitá e fragilità – fragile età questa mia giovinezza spietata.

Dicevano stessi diventando come lui e vantando pretese

Di re: ci risiamo. Ci siamo solo se siamo tornatori

Gente che torna a una terra gente che torna a un terrore

gente partita per un errore gente che torna a un errare

gente che fa eco al proprio restare.

Per questo mio incipiente parlare sono grato all’assenza

Che ha riempito notti e giorni, ma anche la pancia del lupo

Pronto a divorarmi, pronto oggi finalmente ad ascoltarmi.

Vedete, per guardare bene occorre un ascolto gonfio

Come una vela: mio padre vento, io ramo spezzato in acqua

Come molti altri illustri figli, fogli consegnati alla corrente.

Per ogni padre che è assente c’è un figlio che sente.

Questi tre inediti di Simone di Biasio prendono il nome di Telemachie. I temi, dunque, sono tracciati, in superficie e al di sotto di una forma equilibrata e matura di poesia in prosa: il viaggio, la formazione, il rapporto col padre. Il richiamo classico è al plurale. Ciò lascia aperta la via a più possibilità, ciascuno per ognuno dei lettori. Siamo certi che esista una lingua madre. Ci interroghiamo se possa esistere una lingua-padre e quale forma abbia. Non possiamo provarlo. Possiamo solo dirlo, ipotizzando che questa poesia si costruisce intorno alla separazione – come fa il verso con le parole -, alla partenza, al contare i giorni, i nomi, le cose. La poesia, così come l’esistenza umana, è l’unico viaggio senza ritorno. Si può essere padri o madri, ma tutti siamo stati figli e figlie, fragili ma sensibili.

(Pasquale Vitagliano)

Foto di Dino Ignani.

 

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