di Giorgio Linguaglossa
Il linguaggio poetico di Gino Rago preferisce gli «stracci». Il linguaggio poetico della «nuova poesia» preferisce gli stracci.
Quando si sale su un podio, qualsiasi podio, la Musa fugge a gambe levate. Questo principio Gino Rago lo vorrebbe scolpito nel marmo.
Ormai per fare poesia ci dobbiamo rivolgere al rigattiere, al robivecchi e, possibilmente, alle discariche abusive che spuntano come funghi dal territorio disastrato di questo paese. Penso che dobbiamo falcidiare tutti i cippi, funerari o meno, tutti i podi, tutte le stele e le colonne di marmo, la poesia la dobbiamo fare con gli stracci sporchi, togliere tutte le superfetazioni, tutte le lucidature, tutti i detersivi… «ciò che rimane lo fondano i poeti» diceva Hölderlin, appunto, prendiamo il poeta tedesco in parola: ciò che rimane dalle discariche delle parole è poesia…
La poesia la trovi nelle discariche, nei bidoni delle parole abbandonate, nelle parole del Liquido Reagente di Ewa Lipska, nelle parole del Pil e dello Spread, nelle parole dei bari e di Matteo Messina Denaro, le parole sono di troppo, non più utili, non solo non servono più a niente ma sono esse stesse un problema… tutto il resto, quello che si legge oggidì nelle pagine dei libri di poesia sono superfetazioni letterarie… la Musa la trovi tra il rancido delle discariche piuttosto che nei salotti del dolore manifesto…
La «patria metafisica delle parole» la trovi nelle discariche abusive, nella terra dei fuochi, negli incendi di parole appiccati dai piromani e dagli imbroglioni di parole, dagli imbonitori di parole…
Ad esempio, ecco una poesia fatta con gli «stracci» tratta da I platani sul Tevere diventano betulle (Progetto Cultura, 2020)
(Giorgio Linguaglossa)
Gino Rago
Prima Lettera a Ewa Lipska
[Il liquido reagente]
Cara Signora Ewa Lipska,
( p.c. caro Signor Giorgio Linguaglossa)
non posso più indirizzare le mie lettere alla Signora Schubert,
un’amica di Vienna mi ha informato del suo decesso.
La signora Schubert è morta all’improvviso. Povera e sola.
Non più di cinque persone al suo funerale,
senza pianti né fiori.
La mia amica di Vienna mi ha consolato.
Non più di cinque persone al funerale della Signora Schubert,
ma la Bahnhofstrasse si fermò al passaggio del carro senza fiori.
Nessuno ha bevuto vin brûlé o cioccolata calda.
La Signora Ewa Lipska gode di ottima salute.
Scrive poesie come impronte digitali e sintetiche
come fuochi d’artificio.
Con poche amiche passeggia intorno al lago artificiale.
Parla della vita, del caso, del destino]
Lei da poeta sa che i nostri versi sono cani randagi,
ululano alla poesia come i lupi alla luna.
Cara Signora Ewa Lipska,
(p.c. Caro Signor Giorgio Linguaglossa)
Lei dice che possediamo il Liquido Reagente.
Ma chi davvero svela all’Occidente l’enigma dell’Occidente?
E il messaggio di aiuto nella bottiglia?
Lei parla con saggezza del Prodotto Interno della Felicità,
del fatturato della Felicità in vigore nel Butan.
Forse nel Butan era un sogno
e il rompicapo di misurare il PIF non finiva con la luna piena.
Anche Lei conosce le cene cifrate, i segreti delle scarpe
che si toccano sotto il tavolo.
Lei sa meglio d’altri
che il motore della sofferenza dei poeti gracchia sempre
nello stesso istante del mondo
[questo mondo Lei e io lo chiamiamo “Rebus”
perché se ne infischia delle nostre domande].


Il forte utilizzo della metafora ( per esempio “il motore della sofferenza dei poeti gracchia sempre/
nello stesso istante del mondo/[questo mondo Lei e io lo chiamiamo “Rebus”/perché se ne infischia delle nostre domande]”) e delle immagini dialettiche, nel rapporto stretto fra immagini e parole, denota in questi versi nuovi confini ontologici rispetto a quelli della poesia italiana fino al postmodernismo letterario; inoltre, la stessa metafora della duplicità immagine/ realtà segnala la quasi impossibilità a distinguere quale sia la realtà e quale sia l’immagine e il tutto si spinge ben oltre il con-diviso senso logico. E’, per usare uno dei temi centrali del postmodernismo letterario di Italo Calvino, un tentativo di “sfida al labirinto” che registra nel mio testo, ben interpretato dalla nota di Giorgio Linguaglossa, la coscienza nella spazialità della perdita di punti di riferimento orientanti, proprio per questo nel mio testo entra il concetto dello spazio che io sento come labirinto. Ne consegue che “fantasia” e metafora divengono “realtà” da guardare nella sua nudità con parole anch’esse nude…
Grazie a Fabrizio Centofanti e alla Redazione di Lpels per l’ospitalità.