Geneviève de Hody, La casa del dolore. Nota di Giorgio Linguaglossa

Geneviève de Hody, La casa del dolore, Passigli Editori – febbraio 2023, pp. 318 € 25, traduzione di Edith Dzieduszycka, titolo originale,  La maison des souffrances, Editions du Roure – 2011

 

Queste memorie dal carcere militare di Clermont-Ferrand, tradotte qui per la prima volta, offrono ai lettori italiani un commovente spaccato di quella che è stata la Resistenza in una Francia che, a partire dal 25 giugno del 1940, ha conosciuto la brutale occupazione nazista e il vergognoso collaborazionismo del governo di Vichy. Il 2 novembre del 1943, Camille de Hody e la moglie Geneviéve Utard vengono arrestati e tradotti in prigione, a causa della denuncia del padrone di casa, membro della Milizia filotedesca. Da quel giorno, Camille e Geneviève, che hanno dovuto lasciare le loro tre figlie, condividono il destino di tanti altri prigionieri, vivendo la dura realtà della prigione, in attesa di una liberazione più volte preconizzata ma sempre irrimediabilmente delusa, fino alla tragica separazione, quando Geneviève lascia il carcere e Camille viene invece mandato in quanto prigioniero politico al campo di deportazione Royallieu-Compiègne e da lì Mauthausen, dove troverà la morte il 12 aprile del 1945, a tre sole settimane dall’arrivo degli americani.

Questi ricordi di Geneviève ricostruiscono l’angoscia di quei giorni, offrendoci straordinari ritratti dei personaggi incontrati: gli altri prigionieri, certo, ma anche le guardie, i soldati e gli ufficiali della Wehrmacht, le SS, i traditori collaborazionisti… Sono pagine di grande spessore umano, ma non solo: Geneviève Utard de Hody sente soprattutto il bisogno di darci la sua testimonianza più completa: dolorosa, certo, e dagli sviluppi ancora più tragici, ma senza rinunciare a raccontarci anche le poche oasi di pace, gli ultimi giorni vissuti accanto al marito, la grande solidarietà tra i detenuti; e tutto senza mai indulgere nel facile sentimentalismo, ma con una sobrietà, e persino con un’ironia, davvero sconvolgenti. 

Il destino ha voluto che fosse una delle tre figlie ? la più piccola, Edith, da tanti anni residente in Italia e ben nota per la sua attività artistica e di scrittrice ? a raccogliere e tradurre queste memorie, che restano, come scrive François Georges Dreyfus nella prefazione, «un documento di prim’ordine tra le grandi testimonianze della storia dell’occupazione nazista dell’Europa.

(dal risvolto di cover)

 

Un libro di memoria che, nella penna di Geneviève è diventato un grande romanzo sulla capacità dell’uomo di resistere alle peggiori e più crudeli vessazioni e torture. Un libro scritto per il futuro affinché gli uomini non dimentichino.

 

Estratti da La casa del dolore

 

Il 2 novembre 1943 non doveva fare eccezioni. Ero seduta al mio tavolo di lavoro, nel soggiorno della casa che occupavamo dal 1941, nel pittoresco villaggio di Vieille-Brioude. Prima di trasferirci là, avevamo passato un anno a Brioude, sottoprefettura di 6.000 anime nell’Alta-Loira. essendo stati costretti a lasciare l’appartamento che ci ospitava, avevamo trovato, dopo molte e ardue ricerche, un secondo rifugio di guerra in quella piccola località di 450 abitanti che domina il fiume Allier e che dista quattro chilometri da Brioude sulla strada nazionale tra Clermont-Ferand e Le  Puy.

La mattina di quel 2 novembre scorreva per me tranquilla, le mani impagnate in un lavoro, la mente rivolta a pensieri del passato. Venne finalmente l’ora del pranzo e tutti i membri della famiglia si ritrovarono presto a casa. Ad arrivare per primo fu mio marito, Camille, seguito poco dopo dalle nostre due figlie maggiori, Monique e Béatrice, rispettivamente di diciassette e quindici anni. rientravano ogni giorno in bicicletta da Brioude, dove seguivano i corsi nella scuola locale. Alla piccola Edith, invece, che aveva allora sette anni, bastava attraversare la strada per tornare dalla scuola del villaggio.

Appena fummo tutti riuniti, Béatrice – molto agitata – ci raccontò, con tutti i dettagli che era riuscita a raccogliere, che dei tedeschi erano arrivati a Brioude nel corso della mattinata, arrestando tutti gli ebrei che avevano potuto trovare. Fummo costernati nell’apprendere che il giovane Crivatzi, ebreo di origine ungherese, era stato appena fermato e portato via dentro una camionetta insieme a una delle sue zie.

 

***

 

…Lilye era l’unico tra tutti quegli uomini che ci desse un’idea concreta del Tedesco hitleriano. Militare di carriera, membro del partito, autentico prodotto del regime, egli offriva un curioso miscuglio di qualità e di difetti che rendeva assai difficile un giudizio su di lui. Attivo, entusiasta, gioviale, spaccone e bugiardo, servizievole verso le donne e chi lo interessava, strapazzava i suoi uomini e odiava gli ebrei. Dotato di un temperamento non veramente cattivo, era tuttavia pronto ad accettare tutte le crudeltà e le scelte del regime, per fanatismo verso il suo idolo, considerandole necessità per il suo paese.

Quando parlavamo con lui, di comune accordo la politica era un soggetto tabù. D’altronde ci aveva confidato che era assolutamente proibito ai guardiani discutere di questioni politiche con i prigionieri. Entrando però un giorno nella nostra cella fece uno strappo al regolamento e si lanciò in una esposizione molto animata delle sue idee. Secondo lui Hitler era incontestabilmente il superuomo, investito dall’ “Onnipotente” del compito di fare della Germania – a scapito degli altri paesi se necessario – il paese dominante dell’Europa, forse perfino del mondo… A mano a mano che ci parlava, i suoi occhi s’illuminavano d’una fiamma intensa, i suoi tratti s’indurivano, la sua volontà aspra e avida si tendeva verso lo scopo sognato da ogni Tedesco nazista.

“Bisogna che i Francesi e i Tedeschi si mettano d’accordo”, ci affermava, “bisogna che lavorino insieme, che uniscano le loro forze e le loro capacità per uno scopo comune! Pensate a tutto quello che le nostre due nazioni potrebbero realizzare insieme!”

Ascoltavamo queste dichiarazioni con interesse e bruciavamo dalla voglia di rispondergli per le rime – il che non era proprio possibile date le circostanze – ma non mi trattenni dal dirgli:

“Tutto questo va benissimo ma secondo me non è di certo durante una guerra e in condizioni simili che la Francia e la Germania riusciranno ad intendersi.”

Ma Lilye non voleva ammetterlo e tutto fuoco e fiamme perseguiva davanti a noi la sua chimera; in certi momenti sembrava che parlasse da solo. Cercava di convincerci che i suoi desideri stavano per diventare realtà o forse, ripetendoli senza stancarsi, cercava di rinforzare le proprie speranze che un leggero dubbio cominciava ad offuscare?

Ci parlava anche del Maresciallo Pétain con un entusiasmo ben comprensibile. Era pieno di ammirazione e di rispetto per quel vecchiardo che aveva accettato di diventare la pedina più importante nelle mani dei Tedeschi nella lotta serrata che conducevano contro la Francia. Pensava senza dubbio di procurarci un vivo piacere con i suoi elogi del vecchio fascista e non immaginava che ci trattenevamo dallo scoppiare in una gran risata alla faccia sua.

Lilye credeva realmente che tutti i Francesi fossero stati ingannati dalla deprecabile commedia che veniva recitata loro dal 1940, da quella vergognosa propaganda con la quale si cercava di convincerli che il loro interesse era di aiutare il loro peggior nemico a forgiare le catene che li avrebbero legati? Però il numero crescente dei prigionieri che riempivano il 92 come tutte le prigioni del paese, i deportati che i nazisti portavano via in convogli sempre più consistenti verso le galere tedesche, lo sviluppo crescente della Resistenza e l’organizzazione militare dei partigiani, avrebbero dovuto provargli il contrario. Infatti per fortuna e per l’onore e l’avvenire della Francia, molti patrioti avevano capito che era impossibile seguire l’uomo di Montoire,(nota 2) quello che aveva teso la mano al nemico senza che il suo paese fosse stato vinto, che aveva tolto ai Francesi i mezzi rimasti per difendersi, che si era innalzato a moralista per raccomandare loro di fare tutto quanto lui stesso non aveva trovato gradevole o necessario durante la sua troppo lunga vita, colui che predicava la buona condotta e la carità cristiana mentre sanciva le peggiori persecuzioni razziali, colui che accettava che il governo national-socialista venisse meno a tutti i suoi impegni mentre quello di Vichy si vantava d’osservare i propri, colui che parlava dell’unione dei Francesi mentre si comportava come l’artefice più temibile della loro divisione, coprendo con il suo nome le organizzazioni ufficiali dei traditori di Vichy! Ai Francesi che avevano capito tutto questo non era certamente necessario spiegare che qualunque cosa si potesse pensare nei suoi riguardi era assolutamente impossibile seguire il Maresciallo. Perché se quell’uomo era sincero, allora era un traditore – e dunque impossibile da seguire -, ma se invece non lo era e se, come alcuni hanno preteso, stava facendo il doppio gioco, lui stesso sarebbe stato il primo a non volere che fossero seguite le direttive che sarebbe quindi stato costretto ad impartire. (nota 3)

Ma non posso dimenticare che fu nel nome di Pétain che dei miliziani ci hanno denunciati alla Gestapo e che mio marito è poi morto in un tremendo campo di concentramento. Ricordo anche che il Prefetto di Le Puy, il Signor Bach che portava la Francisca, l’insegna dell’ordine dei “benemeriti di Vichy”, aveva ordinato una perquisizione a casa nostra a Vieille-Brioude, sospettandoci -con ragione!- di non essere dei buoni Tedeschi!(nota 4) Fu grazie a Marie, la quale ebbe il tempo di nascondere in soffitta delle carte compromettenti, che non siamo stati perseguitati già da quel momento. I tre uomini che erano venuti a fare quella perquisizione hanno trovato e portato via soltanto un codice che avevamo preparato per comunicare con un giovane resistente…

Un pensiero su “Geneviève de Hody, La casa del dolore. Nota di Giorgio Linguaglossa

  1. paolo valesio

    E’ un documento storico e umano molto importante –– anche perché, analizzando la psicologia di Lilye, mette in luce le profonde ambiguità dell’anima.

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