Lorca, “Romancero Gitano”, traduzione di Marino Magliani e Riccardo Ferrazzi


Introduzione di Fabrizio Centofanti 

Il pomeriggio che Riccardo Ferrazzi mi ha proposto di introdurre la sua perfetta traduzione del Romancero gitano ho pensato immediatamente di declinare l’invito. Di Lorca, per me, non si può scrivere, solo leggere o ascoltare. È una lingua di altri mondi, una musica librata al di sopra delle teste, qualcosa che si prova a inseguire, ma non si riesce ad afferrare: come i gitani, perseguitati e disprezzati per l’assenza di stabilità e di patria, pericolosi come profeti e poeti, come Lorca, non a caso fucilato a Viznar, nell’amata Andalusia, vicino a un ulivo, insieme a due toreri e un insegnante.

Ferrazzi riesce, però, nel prodigio di agguantare ritmi e parole, al termine di chissà quale lotta: come se si fosse avvicinato al poeta, l’avesse osservato mentre scrive, sottraendogli i segreti del canto.

Un poeta più grande di Lorca non esiste: so di rischiare la fucilazione vicino a qualche ulivo di Viznar, ma l’impressione è più forte di me. Sono come il bimbo che guarda la luna, la guarda la guarda, come il bimbo che la sta guardando. Bimbo, lasciami danzare, lasciami pronunciare un’eresia: penso che Ferrazzi abbia avuto la stessa sensazione traducendo le parole intraducibili che ti portano dove non vuoi, per rivelarti un te stesso che ancora non avevi conosciuto. Da junghiano impenitente mi perdo nei simboli che colmano ogni possibile misura, in un libro-espressione del talento irripetibile che intravede la sua morte violenta, come se solo ai poeti e ai profeti si potesse rivelare il futuro nascosto a tutti gli altri. Lorca insegue i suoi fantasmi sapendo che è in essi che si cela il segreto di quello che conta veramente: una storia inventata che riporta la nuda verità.

La traduzione di Ferrazzi è perfetta, lo ripeto: scandisce le parole e ne estrae la musica, ne indovina il tono lancinante o esclamativo, la nota struggente che attraversa per intero l’opera di Lorca. Com’è possibile connettere narrazione e poesia, verità e invenzione, dramma ed estasi orgasmica? Nessuno lo sa: neanche Federico potrebbe raccontarlo, se fosse ancora vivo, se non fosse stato fucilato alle spalle, a Viznar, il 19 agosto del 1936.

Non scriverò un’introduzione al Romancero gitano mi parrebbe di violare un segreto, di profanare un tempio senza togliermi i sandali, di suonare una musica con gli strumenti inadeguati, di svegliare un bambino che dorme senza un buon motivo.

Non so dove Ferrazzi abbia trovato il coraggio di tradurlo: ma stasera lo ringrazio per aver assecondato uno slancio incosciente. Non mi capacito di come abbia potuto rintracciare una sintonia impossibile, afferrando il filo invisibile dell’ispirazione.

Non cerco mai di descrivere l’effetto che produce nel mio intimo la scrittura di Lorca, le domande che si perdono nel vento, la violenza che scompiglia i nostri sogni. Nessuno, come lui, ha il potere misterioso di farti smarrire e ritrovare, come se solo morendo fucilati vicino a un ulivo, il 19 agosto del 1936, o in qualunque altro giorno di qualunque anno, e in qualunque altro luogo della terra, solo morendo, ognuno a modo suo, potessimo alla fine ritrovarci. Non scriverò un’introduzione: ringrazierò soltanto, per un libro che ci fa rivivere, in sogno, la scena del morire e del rinascere, grazie ai versi mai letti abbastanza di Federico García Lorca, il Romancero gitano.

*

Federico Garcìa Lorca, Romancero gitano, traduzione di Marino Magliani e Riccardo Ferrazzi, introduzione di Fabrizio Centofanti, con un saggio di Ilaria Serra, Luigi Pellegrini Editore, Cosenza 2023.

9 pensieri su “Lorca, “Romancero Gitano”, traduzione di Marino Magliani e Riccardo Ferrazzi

    1. fabrizio centofanti Autore articolo

      Non rispondo quasi mai pubblicamente, ma questa volta non posso non dedicare un abbraccio a te e alla tua impareggiabile traduzione, carissimo Riccardo!

  1. S&R

    Stupenda davvero questa introduzione! Un grazie di cuore ai traduttori per essersi avventurati in sentieri tanto sublimi quanto impossibili.

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  2. paolo valesio

    Non ho ancora letto quell’edizione lorchiana , ma per il momento dico soltanto: Evviva gli junghiani impenitenti!

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  3. Sparz

    Garcìa Lorca è stato il mio idolo per tutta l’adoloscenza, e anche dopo, mi precipito urlando in libreria a pretendere una copia di questo lavoro di Riccardo e di Marino, subito subito, grazie comunque Riccardo caro.

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    1. Sparz

      uffa però, la libreria dove mi sono precipitato urlando mi ha detto che il libro è “in uscita”, ancora non disponibile ufficialmente. Quando avremo il bene, noi comuni mortali?

  4. Giovanna Menegus

    Che meraviglia…! Leggo solo ora il testo di questa bellissima introduzione e non posso non ringraziare anch’io. Sì, nessuno è come Lorca, “confin de carne y sueno”. Grazie grazie grazie

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