Questa complessa raffinata raccolta poetica di Augusto Pivanti dal titolo Canti della presenza assente edita dalla casa editrice LietoColle (4 ottobre 2018) per la collana Soloventi con splendide immagini di Fabrizia Chiappa, unisce venti poesie dedicate a poete profondamente amate ed apprezzate, ciascuna accompagnata da un titolo emblematico e da una suggestiva immagine di mani, come ad indicare che ogni poesia è una terra su cui lasciare impronte, su cui coniugare l’intreccio inscindibile fra la vita e la morte.
Nell’ordine: Rarefatta per Alda Merini, Il mio pastore per Cristina Campo, La moneta della terra per Desanka Maksimovic, Flesso di giunco per Alejandra Pizarnik, Minimo Alcole per Rene Vivien, La cura di notte per Hilda Doolittle, Numero primo per Hannah Arendt, Esercizi di somiglianza per MargueriteYourcenar, Nella terra dei fiumi secchi per Ermelinda Oliva, VolaVolaVola per Sylvia Plath, Piccola poesia dello spossesso per Amelia Rosselli, Strappo per Virginia Wolf, Dove noi potremo per Adrienne Rich, Se ti ascolto oltre la voce per Antonia Pozzi, Le stesse parole per Anais Nin, All’esordio del viale per Giovanna Sicari, Nel gorgo di terra per Wislawa Szymborska, In tanto sole per Eunice Odio, Te maris per Alfonsina Storni, L’ingresso a ritroso per Margherita Guidacci.
Tutto appare in sintonia con la maturata consapevolezza che la realtà sfugge all’oggettività della comprensione e si offre ai territori dell’interpretazione e della rappresentazione.
I versi, strutturati in libera composizione, scandaglio di nuove forme e di significati inusitati, non solo si percepiscono, ma possono essere toccati, sebbene la Bellezza non si lasci durevolmente possedere: è un evenire, un erompere nell’attimo di un dono; è una finestra sull’invisibile che ha la forma dell’armonia e della proporzione, è la concezione greca del bello.
Lavoro di mani e di memoria dunque, attraverso l’elegante connubio fra poesia e fotografia; le poete privilegiate ruotano attorno al parallelismo con esiti, oserei dire, rituali, sacrali. Le possibili qualificazioni stilistiche di Augusto Pivanti (iteratività, ritualità, coralità, concitazione lirico-drammatica) trovano plausibile composizione in una sua peculiare ricerca epifanica dell’espressione poetica, che si risolve in fervide intensificazioni espressive.
Poesie che si offrono nella nuda forza di una contemporaneità assoluta anche quando egli scrive di poete che vengono da tempi più lontani, ognuna con il proprio accento, materia incandescente messa a freno da una sorvegliatissima macchina ritmica, atonale, atemporale.
Sembra il gioco della coscienza che scivola ai margini, si dirige verso l’esterno, nei vicoli nascosti della meditazione onirica. Luogo da cui prende avvio un processo fluido di versi che vanno incontro a figure femminili esemplari che sanno sussurrare la distanza / fra qui e dove sono mentre giocano / a nascondere il transito del prima, / a rendere inutile il presagio con la verità / impedita alle narrazioni di maniera.
Più di tutto, vibra il desiderio di rincorrere questa sorta di distanza voluta: il solco tra la vita e la ricerca del suo senso e della sua pienezza.
A tratti sembra di approdare allo smarrimento, attraverso l’immagine di donne inquiete ed inquietanti, per le quali lo straniamento è un dato di partenza anche esistenziale, insuperabile, e la loro lingua è essa stessa una sorta di deragliamento, donne come Alejandra Pizarnik, flesso di giunco avvolto / in memorie di telai ancora / in movimento, Sylvia Plath, eri tu che entravi e uscivi dalla porta / a vetri, / che sbattevi come un colibrì /accecato, e – forse – già non vedevi più, Amelia Rosselli a cui Pivanti dedica una poesia mirabile che riporto per intero: Ho chiesto agli scaffali di scegliere / un libro per i tuoi fianchi dolenti, ma / non hanno saputo dire, non hanno saputo / giocare con la memoria dei tuoi capelli // finché, dal fondo della fila, un libro / si è spinto tre centimetri oltre il bordo / e si è aperto, spalancato sulla sera / che verrà, nostro malgrado, a popolare // il tempo durato fino a qui. È un libro / tuo, mai pubblicato, un fantasma di libro / nel quale si raccolgono tutti i versi che / non hai mai scritto, che non hanno voce. // È un libro che non esiste, eppure io ce l’ho.
A tratti sembra invece di approdare dove Bellezza e Divino rappresentano un corpo unico, luminoso nella sua nudità, come nei versi dedicati a Cristina Campo, Egli è il mio pastore, mi trascina /ai pascoli anche se non verdeggiano, / mi costringe al filo legato all’uscio / della sua casa – […] Per questo sto, / grata, alla catena della sua troppa libertà. /, in quelli dedicati ad Adrienne Rich, […] È lì, dove non siamo stati / che si approssima lo schieramento / degli eserciti allenati alla paola, / dove noi potremmo, dove noi potremo. / O anche nell’incipit della poesia dedicata ad Hannah Arendt, Le tue algebre viventi per sottrazione / di combinazioni – Il tuo Libro della vita / attiva, il tuo sfidante numero primo – / l’intero, nella qabbalah della risposta – /
Gli spazi dell’anima sono così colti nella loro completezza e mettono in risalto un universo femminile eterno pur nella sua brevità terrena.
Un “cantare” frantumato e poematico, quasi in un Novecento franto, mai pacificato, in un voler tener viva e vibrante la voce di generazioni di poete eccelse, fino alla beatitudine di stare infine fra le une e le altre, in una zona ambigua di compresenza. Perché stare nell’ombra grande della poesia è come stare in un continente immenso e sconosciuto, conservando l’enigma di una vita che non si lascia comunque afferrare fino in fondo.
Altresì, l’autore anima i suoi versi di impressioni, voci, metafore, tutte ispirate al tempo che incastona i luoghi della memoria e dell’immaginazione in parole scelte con amorevole cura, che, come specchi bizantini, restituiscono al lettore un ‘provocatorio strumento di conoscenza”, senza alcun filo di retorica.
Di matrice leopardiana sono peraltro alcune modalità poetiche: l’attitudine contemplativa da un angolo appartato; la stessa opzione per una poesia di sentimento e di riflessione; il nudo realismo delle figure ricorrenti, la perfetta fusione di termini familiari e letterari.
Concludo citando gli ultimi versi della poesia dedicata a Margherita Guidacci, tenera e drammatica allo stesso tempo, poesia che chiude la raccolta: […] Nessuno sa / se riposi in pace, se ti agita la guerra. Interrogativo universale, flessibile, cangiante, ossimoro di un essere interiore in una perenne ambivalenza, in un contraddittorio moto di bleureriana memoria che agita vita e lingua poetica.
[immagine di Fabrizia Chiappa]
