Mara Venuto, Vora

a cura di Alberto Fraccacreta

Mara Venuto, Vora

Alla terra perpendicolare la caduta,
la vergogna dei cani deposti a marcire.
Vagare innocenti a due a due,
sui talloni il peso del domani e il suo travaglio,
la lucida sapienza delle viole.
In eredità lasciarsi calici dove nessuno beve
e restano come un danno nelle mani.

*

Forse il termine delle cose
è il piccolo osso sulla nuca,
la nocca di un indice
che dal buio chiede di aprire.
Bussare incastrati nel tempo
una pretesa carezza.

*

La certezza di essere salvi,
con la breccia del sangue sul pallore
si divide il marmo.
Nella frattura la radice strappata
sembrava morta,
sembrava non attecchire la solitudine.
Si cresce ignorando di proposito
le armi, cosa si nasconde dietro le cortesie,
cosa anima gli altri.
Gli altri,
una parola e la sua voragine,
una mortale separazione.

Mara Venuto, Vora, Pequod «Portosepolto»

Dalla Prefazione di Giovanni Laera 

Vora è una voce dialettale pugliese che significa ‘voragine, inghiottitoio’. Etimologicamente risale al latino vorare ‘inghiottire’, benché Rohlfs ipotizzasse addirittura, alla base del termine, la radice prelatina *vora. Tale voce forma curiose coppie minime con altri dialettismi: con la vura, ad esempio, parola con cui si indica in Puglia il misterioso folletto che conduce all’incubo; o con la vara, carro su cui vengono poste le statue o le immagini dei santi nel corso delle processioni. Sembra di entrare, anche solo articolando questi suoni, in una dimensione altra, un luogo nascosto alla vista dei più o, al contrario, ostenso, sciorinato; entro un sogno popolato dai mostri e dalle violente gioie dell’infanzia, e dal sangue dei santi. 
Mara Venuto dà ascolto, in questo libro, a quelle voci in grado di crepare il suolo, di farci letteralmente mancare la terra sotto i piedi, insegnandoci che è nell’ascolto – ancor prima che nella scrittura – il vero mestiere del poeta. Ci insegna, inoltre, che la poesia, quando sia venata dalla filigrana del ricordo, impone a chi scrive una spietatezza nei confronti di sé stesso: è impossibile tappare le orecchie con la cera, fuggire dal pericoloso canto del passato e del rimosso; è vietato distogliere lo sguardo, per quanto l’orrore o la bellezza siano tali da risultare insopportabili. Il cuore della poeta e la qualità di cui esso è pregno, il coraggio, ci appaiono trasparenti come petali di lunaria; pure, resistono al male e palpitano come il sole di Taranto. 

*

Mara Venuto, nata a Taranto, vive a Ostuni. Ha pubblicato, tra l’altro, la raccolta di racconti/monologhi Leggimi nei pensieri (Cicorivolta Edizioni, 2008), il monologo teatrale The Monster (Edit@ Casa Editrice Libraria 2016), e le raccolte poetiche Gli impermeabili (Edit@ Casa Editrice Libraria 2016), e Questa polvere la sparge il vento (Edit@ Casa Editrice Libraria 2019). È inclusa in una trilogia di monografie dedicate alla poesia femminile italiana (Macabor, 2017).

 

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